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Ignazio Silone festeggia il 110° compleanno , pochi gli invitati italiani; bravi i catalani di Valencia

 Pescina 1 Maggio 1900 – Ginevra 22 agosto 1978

 

  Molti hanno dimenticato che 110 anni fa il 1 maggio  nasceva a Pescina in Abruzzo Ignazio Silone (peccato che quasi nessun quotidiano abruzzese, né i  Premi dedicati abbiano colto questa occasione di festa) .

Solo il Comune di Pescina ha  deposto stamane alle ore 11 una corona d’alloro sulla tomba, notizia riportata da marsica news e dal sito del comune medesimo.  

Vogliamo farlo  anche noi di Prospettiva Persona con umiltà e con molta semplicità  per la diffusione dei valori siloniani, in quest’epoca di dipendenza mediatica dell’apparire.

Ci hanno preceduto, però, gli spagnoli di Valencia che alla Fiera del Libro di Valencia il 23 aprile scorso hanno presentato  la traduzione catalana di Severina

 (Rent presenta “Severina”, d’Ignazio Silone, a la Fira del Llibre)

 

 

 

 

  

Augustì Colomer mentre presenta il  romanzo incompiuto Severina

 

 

Qui presentiamo un breve profilo mentre a parte pubblichiamo in italiano la nostra introduzione al testo

 http://www.prospettivapersona.it/index.php/news/91-in-occasione-del-110-anniversario-della-nascita-di-silone-esce-severina-in-lingua-catalana-rent-collecio-di-valencia-introduzione-parte-i.html

http://www.prospettivapersona.it/index.php/news/92-ii-parte-introduzione-a-severina-di-ignazio-silone.html

Profilo di Silone

Dal punto di vista del mondo letterario S. si è affacciato alla ribalta da sconosciuto, dato lo scarso contatto con le correnti ufficiali della letteratura italiana. Le opere pubblicate all’estero come Fontamara (1933 a Zurigo), Pane e vino (1936), La scuola dei dittatori (1938), Il seme sotto la neve (1941), Ed egli si nascose (1944), sono la dimostrazione della denuncia serrata, implacabile, costante, che egli ha fatto dell’oppressione economica, culturale, religiosa e politica subita dai cafoni del suo paese. Questi libri, quasi sconosciuti in Italia, facevano il giro del mondo attraverso gli esuli antifascisti e i vari simpatizzanti stranieri, i quali vedevano in S. un rapresentante eccellente della resistenza antifascista nel mondo ed anche il “nuovo Machiavelli” del XX secolo. Riuscì a diventare ben presto un punto di riferimento importante per i nuovi scrittori del Neorealismo e per tutta una classe intellettuale italiana, nonostante non trovasse buona stampa presso i critici comunisti.

Nel romanzo d’esordio, Fontamara (1933), S. racconta la squallida vita dei cafoni di un piccolo borgo della Marsica, oppressi dalla povertà atavica delle loro terre, dalle sopraffazioni e dagli imbrogli di un potente speculatore appoggiato dalle autorità fasciste del luogo. L’opera, scritta in tedesco ma poi tradotta in ventotto lingue, ottiene un grande successo di pubblico in tutta Europa, mostrando un ritratto drammatico e autentico dell’Italia dell’epoca. S. si delinea come autore “impegnato” in cui la dimensione etico-politica  prevale su motivazioni di carattere squisitamente letterario. Egli stesso ha scritto: «Lo scrivere non è stato, e non poteva essere per me, salvo che in qualche raro momento di grazia, un sereno godimento estetico, ma la penosa e solitaria continuazione di una lotta, dopo essermi separato da compagni assai cari. Le difficoltà con cui sono talvolta alle prese nell’esprimermi non provengono certamente dall’inosservanza delle famose regole del bello scrivere, ma da una coscienza che stenta a rimarginare alcune nascoste ferite, forse inguaribili».

Il suo eroe, Berardo Viola, è un’anticonformista, essenziale nelle sue esigenze, tenace nell’attaccamento alla terra e ai valori essenziali, sottovalutato e strumentalizzato dagli ambienti nei quali è costretto a vivere. Come altri eroi siloniani, Berardo resta fondamentalmente uno straniero, nella sua terra e a Roma, sconfitto nel suo tentativo di cambiare le cose, ma fermo nell’ostinata volontà di rimanere coerente, a costo di affrontare il carcere pur di rivendicare la sua libertà e insieme la dignità della sua gente. Dopo Berardo, l’eroe di S. diviene Pietro Spina, protagonista di Vino e pane e Il seme sotto la neve, un’opera “tolstojana” (Tolstoj era, come Dostoveskij, un autore amato da S.) di lotta per l’affermazione della giustizia e per la difesa degli umili. Allontanatosi definitivamente dal comunismo e più attento alle problematiche umane esistenziali, S. manifesta in questi due romanzi la sua difesa di quella radice umana indispensabile a rendere degna la vita, comune al socialismo e al cristianesimo, che è il sentimento di fraternità e di autenticità.  Rispetto al socialismo egli sente di doversi ricollegare alla dimensione cristiana genuina del Vangelo e rispetto al cattolicesimo di voler privilegiare la dimensione concreta e solidale della spiritualità in antitesi a quelle che gli appaiono come pesanti “sovrastrutture” della Chiesa-istituzione.

Le opere scritte dopo la Liberazione riprendono i temi della prima fase  e li sviluppano, con approfondimenti sul versante autobiografico e su quello cristiano: Una manciata di more (1952), drammatica testimonianza della parallela crisi spirituale di un uomo politico e di un uomo di Chiesa; Il segreto di Luca (1956), apologia della libertà di coscienza di un cafone di fronte al conformismo ipocrita del paese;  La volpe e le camelie (1960), che racconta di alcuni esuli italiani del Canton Ticino insediati dalle attività spionistiche della polizia fascista.

Il momento culminante è rappresentato dall’opera teatrale L’avventura di un povero cristiano (1968), in cui viene presentata la sofferta esperienza del frate abruzzese Pietro Angelerio dal Morrone, che viene eletto papa nel Medioevo col nome di Celestino V, ma dopo un breve periodo di pontificato, si rifiuta di sacrificare la propria integrità spirituale ai compromessi della sua funzione istituzionale e abbadna il papato: «Anche nella nuova condizione, io non intendo separarmi dal modo di vivere della povera gente, a cui appartengo». Tale scelta, giudicata da Dante Alighieri “gran rifiuto”, una manifestazione di colpevole ignavia, viene invece esaltata da S., che vi vede una coraggiosa affermazione della semplicità e della coerenza genuinamente evangeliche contro le tentazioni del potere e dei compromessi ecclesiali. In questo senso l’opera è stata considerata come il controcanto religioso del saggio storico politico Uscita di sicurezza (1965), in cui S. spiega le motivazioni che lo hanno indotto ad abbandonare il comunismo. Negli ultimi anni S. scrive Memorie dal carcere svizzero (1979) e Severina (1981), romanzo incompiuto, nel quale la protagonista femminile riflette l’ammirazione dell’autore per Simone Weil.

Nonostante sia stato sollevato dal 1996 il discusso “caso Silone”, in seguito al ritrovamento di lettere informative sulla situazione del PCI dal 1923 al 1930, attribuite a lui (con lo pseudonimo di Silvestri) e indirizzate al funzionario di Polizia G. Bellone, i tratti essenziali della sua figura e il valore delle sue opere non sono stati messi in discussione. Mentre si attendono ulteriori sviluppi delle ricerche storiche, i suoi lettori restano legati ai valori profondamente umani dei suoi scritti valori che non vengono scalfiti, anzi forse ingigantiti dal carico di esperienze pregresse, positive e negative, vissute negli anni della militanza politica: l’appassionata difesa della dignità e dei diritti della popolazione più emarginata, la denuncia dell’ipocrisia, del conformismo, dell’affarismo e del cinismo in politica, la domanda si fraternità, semplicità, coerenza, la rivendicazione di una libertà non individualistica ma che affonda in quell’ “habeas animam” che egli lancia a difesa della coscienza. 

La costante preoccupazione di carattere morale che percorre la produzione letteraria e saggistica di S. consente di inserire l’autore nel filone personalista, pur non essendosi egli riconosciuto esplicitamente in questa come in altre correnti di pensiero. Costante è rimasta in lui nel variare dei suoi impegni la carica d’indignazione per tutto ciò che asserve la dignità dell’uomo, identificandosi con la prospettiva di quanti si sentono maggiormente oppressi dai sistemi istituzionali autoreferenziali, di carattere politico, economico, ideologico (fascista, capitalista e comunista), ecclesiale.

 In tutte le opere, S. si situa di fatto dalla parte della dignità  dei “cafoni” difesi come persone senza che questa assurga a tematica esplicita. Non lo si può certo collocare nel grande filone personalista in virtù di una supposta “teoria personalista” (che nella sua ottica finirebbe col dissolversi nel sostanzialismo e nell’astrattismo teoretico), ma si è obbligati ad considerarlo tale se il personalismo che attraversa il 900, al di là delle appartenenze confessionali e filosofiche dei singoli scrittori, si riconosce nella difesa articolata dell’autenticità, della libertà e della fraternità. S. lo ha fatto in maniera superba sul versante letterario, attraverso la descrizione incisiva e realista delle condizioni concrete di vita delle persone più misere e sul versante saggistico, attraverso l’analisi spietata e machiavellica dei meccanismi che trasformano quanti si lasciano asservire dalla sete del potere in cinici calcolatori, dimentichi della dignità dell’uomo e della verità, che essi calpestano nella corsa per il raggiungimento di obiettivi disumani.

Giulia Paola Di Nicola e Attilio Danese

 

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