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Bertone sullo scandalo pedofilia

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«Sofferenza per i sacerdoti infedeli»
PUNTA ARENAS (CILE)
È «un dolore molto grande» quello del Papa per i casi di pedofilia nel clero, ma la Chiesa cattolica «ha la forza interiore» per portare avanti la propria missione per «un mondo e un’umanità nuovi»: dall’estremo sud del Cile del post-terremoto, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano, ha così risposto alle domande dei cronisti sulla questione degli abusi.

Nella sua seconda giornata di una lunga visita nel Paese, e qualche ora dopo un colloquio alla Moneda con il presidente Sebastian Pinera, il cardinale Bertone è giunto nella lontana Punta Arenas, a circa 2mila km da Santiago. Appena sceso dall’aereo, ha risposto, in spagnolo, alle domande della stampa locale e dell’agenzia Ansa. «Il Santo Padre ha sofferto molto, così come d’altronde noi pastori, per questi casi di sacerdoti infedeli, non fedeli alla propria vocazione e missione», ha precisato.

Prima di lasciare l’aeroporto, Bertone ha risposto ad una domanda sulla recente intervista all’Osservatore Romano nella quale il cardinale Angelo Sodano ha rilevato che «dietro gli ingiusti attacchi» al Pontefice ci sono «visioni della famiglia e della vita contrarie al Vangelo»: sono parole, ha precisato Bertone, che rappresentano una difesa «molto chiara» del Papa. Quello di Benedetto XVI, ha infine ricordato, è oggi un messaggio molto forte: come dimostrano per esempio «i molti giovani universitari cinesi che vanno sul sito web del Vaticano, dove prendono i discorsi e le encicliche del Pontefice». Un fenomeno, ha concluso il segretario di Stato, «molto interessante».

 

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Commenti: 1

(i commenti sono chiusi)

 
  • dandini

    La Lettera ai cattolici d’Irlanda è solo l’ultima presa di posizione di Benedetto XVI sullo scandalo degli abusi sessuali sui minori all’interno della Chiesa. Con sofferenza e determinazione, specie negli ultimi quattro anni, il Papa ha affrontato in diverse circostanze il grave fenomeno, con parole di netta condanna per i colpevoli e di pietà per le vittime. Alessandro De Carolis le ricorda in sintesi in questo servizio:

    “Profonda vergogna” per gli abusi e per un tradimento così ignominioso da parte di un ministro consacrato. Schiettezza nel riconoscere l’errata gestione del fenomeno nel passato, rigore nel colpirlo, ma soprattutto solidarietà e “assistenza” alle vittime, accompagnate da una volontà di “riconciliazione” e da un deciso lavoro di rinnovamento morale del clero e della società. Sono questi i concetti-cardine che Benedetto XVI ha messo in chiaro in questi anni, ogniqualvolta la situazione di Chiese particolari – in Irlanda, Stati Uniti, Australia, Canada – ha reso necessario un suo intervento sui temi degli abusi sui minori. E’ un sabato, il 28 ottobre 2006, quando proprio al cospetto dei vescovi irlandesi che sono in Vaticano in visita ad Limina, il Papa si sofferma su casi di abuso – tanto più “dolorosi”, ammette, quando a “compierli è un ecclesiastico” – delineando una linea di comportamento:

    “It is important to establish the truth…
    E’ importante stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi”.
    Il 15 aprile 2008, Benedetto XVI è in volo verso gli Stati Uniti dove è consapevole che ad attenderlo vi sono una Chiesa in “crisi” per lo scandalo e una società che aspetta da lui parole di giustizia. E il Pontefice non si sottrae fin dalle risposte offerte ai cronisti che lo interpellano sull’aereo papale:
    “We will absolutely exclude paedophiles from…
    Escluderemo rigorosamente i pedofili dal sacro ministero: è assolutamente incompatibile e chi è veramente colpevole di essere pedofilo non può essere sacerdote. Ecco, a questo primo livello possiamo fare giustizia ed aiutare le vittime, che sono profondamente provate (…) Poi, c’è il piano pastorale. Le vittime avranno bisogno di guarire e di aiuto e di assistenza e di riconciliazione”.

    Il giorno successivo, il 16 aprile, incontrando i vescovi statunitensi a Washington, Benedetto XVI afferma pubblicamente di provare “profonda vergogna” per quanto è successo. Confessa un “enorme dolore” per il “comportamento gravemente immorale” di tanti sacerdoti e riconosce che la pur non facile vicenda “è stata talvolta gestita in pessimo modo”. La pietà del Papa è tutta per le vittime degli abusi e lo sprone per i vescovi è perché adottino “misure e strategie” a tutela dei soggetti più “vulnerabili”, i bambini:

    “Children deserve to grow up with…
    I bambini hanno diritto di crescere con una sana comprensione della sessualità e il ruolo che le è proprio nelle relazioni umane. Ad essi dovrebbero essere risparmiate le manifestazioni degradanti e la volgare manipolazione della sessualità oggi così prevalente; essi hanno il diritto di essere educati negli autentici valori morali radicati nella dignità della persona umana”.
    C’è in queste parole un’eco nemmeno troppo lontana per quella dura frase di Gesù del Vangelo di Marco – “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, meglio sarebbe per lui che gli passassero al collo una mola da asino e lo buttassero in mare – rievocata dal Papa l’8 febbraio di quest’anno nell’udienza alla plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Un’eco presente anche il 17 aprile 2008, nella Messa celebrata al Nationals Stadium di Washington, quando dopo averlo fatto con i vescovi per il Papa arriva il momento di esprimere la propria sofferenza e il proprio desiderio di rinascita al cospetto dell’intera America:

    “No words of mine could describe the pain…
    Nessuna mia parola potrebbe descrivere il dolore ed il danno recati da tale abuso. È importante che a quanti hanno sofferto sia riservata un’amorevole attenzione pastorale. Né posso descrivere in modo adeguato il danno verificatosi all’interno della comunità della Chiesa. Sono già stati fatti grandi sforzi per affrontare in modo onesto e giusto questa tragica situazione e per assicurare che i bambini – che il nostro Signore ama così profondamente e che sono il nostro tesoro più grande – possano crescere in un ambiente sicuro”.
    Un momento delicato e toccante matura nel pomeriggio di quella giornata. Nella Cappella della Nunziatura a Washington, Benedetto XVI riceve alcune vittime di abusi sessuali da parte del clero, ascolta le loro storie, li consola, incoraggia le loro famiglie. Una scena che si ripete in modo analogo tre mesi dopo. Lo scenario questa volta è l’Australia, dove il Pontefice si è recato per gli atti conclusivi della Gmg. L’incontro avviene a Sydney il 21 luglio, durante una Messa che il Papa celebra alla presenza di un gruppo rappresentativo di vittime. Ma anche in questo caso, già sull’aereo che il 12 luglio è in viaggio per l’Australia, Benedetto XVI condanna la pedofilia e quella corrente di pensiero che a metà del secolo scorso aveva tentato di affrancarla:
    “Now, it must be stated clearly…
    Ora, chiariamo che la dottrina cattolica non ha mai fatto sua questa idea. Esistono cose che sono sempre cattive, e la pedofilia è sempre cattiva. Nella nostra educazione, nei seminari, nella formazione permanente che offriamo ai sacerdoti dobbiamo aiutarli a essere veramente vicini a Cristo (…) quindi, faremo tutto il possibile per chiarire qual è l’insegnamento della Chiesa e per aiutare nell’educazione, nella preparazione al sacerdozio (…) Penso che questo sia il senso fondamentale del ‘chiedere scusa’.”

    E il Papa non si stanca di manifestare il proprio dispiacere una settimana più tardi, nella Messa concelebrata con il clero locale, condannando “in modo inequivocabile” quelli che definisce “misfatti che costituiscono un così grave tradimento della fiducia”. E ancora, quello degli abusi è un dolore che si rinnova il 29 aprile 2009, quando Benedetto XVI riceve in udienza una delegazione di aborigeni canadesi. Durante l’incontro si parla, tra l’altro, delle violenze fisiche e sessuali inflitte ad alcuni dei bambini autoctoni che frequentavano le scuole cosiddette “residenziali” istituite a fine Ottocento dal governo federale canadese e in parte gestite dalla Chiesa locale.

     
     
     
 
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