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Riscriviamo il Risorgimento

Quanto è costato in vite umane, in soldi, devastazioni, libertà, democrazia la conquista piemontese dell’Italia? Ed era inevitabile? C’erano vie migliori? Un’altra Italia era possibile? È l’ora che i bilanci veritieri prendano il posto della retorica. Alla vigilia delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, occorre valorizzare anche la controstoria del Risorgimento che rivela finalmente la sua faccia sconosciuta e censurata, demolisce miti, monumenti nazionali e luoghi comuni. Le vere vittime: il popolo italiano, specialmente meridionale e contadino, e la Chiesa, contro cui il governo sabaudo scatenò una persecuzione senza precedenti. Questo scrive Angela Pellicciari: «I governi liberali del Regno di Sardegna prima, e di quello d’Italia poi, violano sistematicamente tutti i più importanti articoli dello Statuto a cominciare dal primo, che definisce la religione cattolica “unica religione di Stato”. Appena inizia l’era costituzionale scatta in Piemonte (poi in tutta l’Italia) la prima seria persecuzione anticattolica dopo Costantino: a cominciare dai Gesuiti, tutti gli ordini religiosi della “religione di stato” vengono soppressi uno dopo l’altro e tutti i loro beni incamerati. Mentre 57.000 persone (tanti sono i membri degli ordini religiosi) vengono da un giorno all’altro private della proprie case (i conventi) e di tutto quanto possiedono, i beni che nei corso dei secoli la popolazione cattolica ha donato agli ordini religiosi vanno ad arricchire l’1% della popolazione di fede liberale. Oltre 2.565.253 ettari di terra, centinaia di splendidi edifici, archivi e biblioteche, oggetti di culto, quadri e statue, tutto scompare nel ventre molle di una classe dirigente che definisce se stessa liberatrice d’Italia dall’oscurantismo dei preti e dei sovrani assoluti» (A. Pellicciari, Il Risorgimento? Del paganesimo, in http://www.vietatoparlare.) tratto da: Rino Cammilleri, Fregati dalla Scuola, Effedieffe, Milano 1999.«I “plebisciti” sancirono l’annessione forzata di tutti gli ex stati italiani. La gente doveva votare all’aperto, mettendo le schede in due urne: su una stava scritto “sì”, sull’altra “no”. A Napoli si dovette votare passando tra due ali di garibaldini armati. Malgrado ciò i voti sommati risultarono pure molto superiori all’effettivo numero dei cittadini (segno che ogni “liberatore” aveva votato più volte). […] Il floridissimo Regno delle Due Sicilie in brevissimo tempo fu portato al tracollo finanziario, e i meridionali per la prima volta nella loro storia furono costretti a emigrare all’estero per poter mangiare. Il Sud dovette pagare le guerre del Piemonte, anche quella combattuta contro i meridionali stessi. Arrivarono tasse anche sul macinato, sulle porte e le finestre (le case cominciarono così ad avere un sola apertura, con conseguenti epidemie di tubercolosi, il male del secolo), arrivò la leva obbligatoria che durava anni e toglieva braccia a popolazioni prevalentemente agricole. Per dieci anni il Sud fu trattato come una colonia da sfruttare; sorse per reazione il cosiddetto “brigantaggio” (i partigiani dell’ex Regno, come al solito, vennero definiti banditi). Metà dell’esercito piemontese era di permanenza nel Sud, con uno stato di emergenza continuo: fucilazioni di massa, rappresaglie, stermini, incendi. Nacque così il problema del “mezzogiorno”, da allora mai più risolto. Nel nuovo regime burocratico e accentrato i meridionali, privati delle industrie e delle terre ecclesiastiche e statali su cui lavorare, presero il vizio di far carriera nella pubblica amministrazione».

 

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