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Educare sui media si può

 

La constatazione è generale: «Siamo rimasti senza maestri»!
Lo rilevava già qualche anno fa un noto sociologo dalla prima pagina del più diffuso quotidiano nazionale, notando che ai nostri figli in realtà le guide non mancano, ma sono per lo più i divi dello spettacolo e i comici. «Poveri ragazzi», si legge un po\’ dappertutto: la scuola ha smesso di insegnare ai bambini divenuti clienti, il padre è il grande assente e la società alleva giovani che, alle prime difficoltà, si mostrano indifferenti e nichilisti. L\’analisi, sui giornali di tutte le famiglie economiche e politiche, è tanto simile quanto impietosa. Ma qui si ferma. È difficile trovare qualcuno che vada oltre i contorni più macroscopici della questione, o scavalchi in profondità la cronaca quotidiana dei danni emergenti. La strada che porta dagli effetti alle cause è poco frequentata. Tutt\’al più si sfoggia qualche luogo comune e si attendono tempi migliori.

«Il mondo soffre per mancanza di pensiero». Vale anche in campo educativo, ed ecclesiale, l\’amara constatazione che spicca tra le pagine dell\’enciclica sociale di Benedetto XVI. Lui che, incontrando i vescovi italiani a fine maggio, ha invece arrischiato una lettura più articolata e propositiva dello stato in cui versa oggi l\’educazione, chiamando per nome le radici dell\’emergenza: un falso concetto dell\’autonomia dell\’uomo e la perdita delle fonti essenziali che orientano il suo cammino: la natura e la Rivelazione. E invitando quindi a tener conto delle «nuove tecnologie di comunicazione, che ormai permeano la cultura in ogni sua espressione».

Al legame fra l\’universo mediatico e la formazione della persona ha dedicato numerose pagine il comitato per il progetto culturale della Chiesa italiana, nel rapporto-proposta dedicato alla sfida educativa. Cercherebbe invano chi si aspettasse un\’arringa moraleggiante o magari una condanna. Le parole d\’ordine sono piuttosto conoscere e formarsi. Approfondire e impegnarsi. Perché educare è comunicare. E i mezzi della comunicazione, nel bene e nel male, assolvono spesso a una funzione essenziale per la crescita dei più giovani: con grande fascino, realismo e immediatezza, offrono modelli ed esempi. Proprio quello che i tradizionali luoghi educativi faticano sempre più a fare.

Ai media ci affidiamo per rispondere a molti bisogni e desideri ed essi influenzano in modo significativo la nostra percezione della realtà, le relazioni interpersonali, le idee e i discorsi. Nulla di quello che si comunica è privo di valore educativo. Certo, la socializzazione \’digitale\’ non è verticale, da una generazione all\’altra, ma è largamente orizzontale, tra coetanei. Ma anche l\’amicizia in rete può assumere una valenza formativa. E lo stesso vale per le capacità che aiuta a riconoscere e sviluppare, per le occasioni di esprimersi, di far sentire la propria voce, far conoscere iniziative, figure importanti, parole buone. Tutto ciò apre scenari vastissimi di conoscenza e di impegno, sul crinale in cui educazione, cultura e media s\’incontrano. Qualche lettura utile, magari un corso di formazione fra quelli che le associazioni per la comunicazione o le istituzioni culturali ogni anno organizzano. E poi le ore passate insieme, in parrocchia o nel gruppo, a pensare, discutere, metter mano a qualche piccolo progetto che divulghi i termini della questione educativa e le sue implicazioni digitali. L\’estate è tempo favorevole per un\’intelligente pastorale dell\’intelligenza.

Da Avvenire, 7 luglio 2010

 

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