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Famiglia: risorse e limiti

Famiglia oggi: risorse e limiti

Giulia Paola Di Nicola e Attilio Danese

 

 

Il rimprovero mosso frequentemente al mondo cattolico di  indugiare sulle lamentele e sui rimpianti per il cattivo stato della famiglia non è del tutto fuori luogo. Le rilevazioni dei limiti e dei punti deboli non dovrebbero andare senza una parallela sottolineatura delle conquiste e dei punti forti che la caratterizzano al giorno d’oggi. Da parte mia, comincerò dal prendere in considerazione i punti deboli evitando di dare i numeri, ossia di riproporre gli scoraggianti indici statistici che dimostrano di quanti punti percentuali siano aumentati il divorzio, le convivenze, i matrimoni civili, le separazioni e i divorzi[1].

* Si sa che le aspettative della durata della vita coniugale sono rimaste mediamente le stesse, giacché il matrimonio che un tempo veniva interrotto dalle morti dovute soprattutto ai parti per le femmine e alle guerre per gli uomini, oggi è in frantumi per la libera volontà degli sposi[2]. Se così non fosse, il miglioramento dello stato di salute, con il  relativo prolungamento della vita media, la quasi scomparsa delle morti per parto e per guerra farebbero ragionevolmente prevedere numerosissime coppie in grado di festeggiare i 50 anni di matrimonio. Se non é così è per la fragilità dei contraenti[3].

* E che dire del tasso di natalità che fa la meraviglia di quanti nel mondo sono abituati a pensare all’Italia come il paese “mammone” e delle famiglie numerose?  Meglio prendere atto che nel prossimo futuro il paese potrà avere un adeguato ricambio dei cittadini italiani grazie agli immigrati che si riversano sulle nostre spiagge, che accettano di stare agli ultimi gradini della scala sociale, che fanno fatica ad apprendere la lingua e integrarsi, ma non rinunciano al piacere di procreare e all’impegno di far studiare i figli[4].

* Un altro punto debole della famiglia d’oggi, che risveglia la responsabilità della società civile e della chiesa, è l’isolamento della famiglia d’oggi rispetto alle responsabilità che gravano sulle sue spalle: giovani sposi abituati ai viaggi, allo sport, al tempo libero, al gruppo dei pari, si ritrovano lontani da casa, con un bambino da crescere, senza la grande famiglia solidale. Troppi non reggono al brusco cambiamento dello stile di vita e finiscono col logorare i rapporti coniugali. Sole restano soprattutto le famiglie con disabili[5]

* Lo stress è una conseguenza di questa sproporzione tra carico di lavoro e solitudine dei coniugi come pure della quantità di impegni cui le coppie devono far fronte: la casa, i figli, il lavoro, la burocrazia, le piccole riparazioni, la partecipazione a scuola, al condominio, al quartiere, al partito, alla parrocchia…Non si può dimenticare il tempo che oggi è richiesto per rispondere ai messaggi e mail e usare internet  per sbrigare non poche pratiche. Lo stress colpisce  in percentuale maggiore le donne coniugate[6]. Si chiede molto a due persone dal momento in cui queste si decidono a mettere su famiglia, ma si dà ancora troppo poco in termini di protezione del bene più importante che essa possiede: l’unità coniugale e familiare, quella che avrebbe bisogno di tempo, di intimità, di silenzio, di preghiera per trovare le risorse per rinnovarsi e rigenerare il gusto di rimettere l’amore al centro della famiglia.

* Largamente condiviso è l’indebolimento, se non l’abbandono del compito educativo, come una débacle del compito di cura nonché del patto di alleanza tradizionale tra famiglia e parrocchia. In una recente indagine sociologica che ho curato per l’UNICEF (“Ragazzi telematici”, Edigrafital 2005), gli adolescenti manifestano diversi segnali di abbandono. Lo dicono affermando la libertà di cui godono da parte dei genitori (“Mi lasciano vedere la TV fino a quando voglio la sera”; “Quando navigo in internet non s’immischiano perché si fidano di me”…).  La verità é palese: i genitori stressati non vedono l’ora di prendersi un po’ di tempo per sé, non hanno alcuna voglia di discutere con i figli e imporsi in  questa o quella controversia: un no richiederebbe uno sforzo educativo che è meglio evitare. In conclusione i genitori  sono ben  lieti di affidare i figli alla TV, al computer e a quant’altro li liberi dalle fatiche.

* Non è il caso di sottovalutare la scissione tra amore–innamoramento e istituzione, il che vale sia per le i matrimoni civili che religiosi. Si pensi ai tanti giovani che rifiutano il matrimonio per il semplice fatto che preferiscono stare alla larga da tutto ciò che potrebbe vincolarli ad un patto pubblico e formale. E’ un’altra sfida per la famiglia contemporanea, che tende a rinchiudersi nel ghetto dei due cuori e una capanna. Ora, se è vero che l’unione tra un uomo e una donna è di per sé pregiuridica e che  le istituzioni la suggellano ma non possono suscitarla, è anche vero che senza l’istituzione l’amore è più fragile, la parte più debole meno difesa, la società meno impegnata a sostenere i compiti familiari e a loro volta i coniugi sono più tentati dall’esimersi dagli impegni presi, quando l’innamoramento perde la sua forza trainante. Se questo tratto viene collegato ai mutamenti culturali che accompagnano la cultura postmoderna generando confusione culturale e morale (quali la banalizzazione della sessualità, l’esaltazione delle ragioni del cuore sempre e comunque, l’indifferenza religiosa, il neutralismo scientifico e il relativismo etico), si ottiene un quadro non incoraggiante.

Il Rapporto Eures: “Finché vita non ci separi\’”, ci offre l’ultimo quadro aggiornato sulla famiglia italiana, con il consueto annuncio sull’aumento dei divorzi, dei matrimoni civili, dei secondi matrimoni e dei matrimoni con straniere.

In particolare si possono sottolineare le seguenti tendenze:

* Basso tasso di nuzialità. Secondo le cifre, il numero dei matrimoni in Italia negli ultimi 30 anni (tra il 1975 e il 2005) ed il relativo quoziente di nuzialità, hanno segnato una costante diminuzione (-32,4%, con un decremento medio annuo dell\’1,1%), passando da 373.784 nel 1975 (con un indice pari a 6,7 ogni 1.000 abitanti) a 250.974 nel 2005 (4,3 ogni 1.000 abitanti). Il matrimonio dunque non è più l’ideale stato di maturità della persona. E’ una scelta che  richiede coraggio, fiducia, fede.

* Nuzialità più elevata nel Sud. Il dato relativo rimane costantemente più elevato nel Sud, con valori pari nel 2005 a 4,8 ogni 1.000 abitanti, rispetto a 4,6 nel Centro e 3,8 nel Nord. Quanto alle regioni, la Campania presenta l\’indice di nuzialità più elevato, seguita da Lazio, Puglia, Sicilia, Calabria e Umbria. Gli indici più bassi riguardano le regioni del Nord, con il valore minimo in Emilia Romagna (3,5 matrimoni ogni 1.000 abitanti), seguita da Valle D\’Aosta, Friuli, Trentino alto Adige e Piemonte. Quanto alle città, Napoli è la provincia d\’Italia in cui ci si sposa di più, mentre il valore più basso spetta a Ferrara (3,1 matrimoni ogni 1.000 abitanti).

* Turismo nuziale. Il fatto che a Roma, Siena, Venezia  ci si sposi di più sembra da collegare all’effetto del “turismo matrimoniale”, ovvero alla scelta di numerose coppie non residenti di sposarsi in un luogo suggestivo, che contribuisca in modo essenziale alla spettacolarità dell’evento e al prestigio degli sposi.

* Innalzamento dell’età per il matrimonio. L’età media negli ultimi tre decenni é salita costantemente arrivando a 7 anni tra gli uomini  e a oltre 5 anni tra le donne. Considerando la crescita media annuale, é possibile stimare nel 2006 un’età media al matrimonio per le donne di 30,6 anni e per gli uomini di 33,7. Il differimento del matrimonio risulta legato in gran parte a ragioni strutturali (casa, precarietà del posto di lavoro, mutuo…), oltre che al timore di una scelta che condiziona tutta la vita e di cui forse più di un tempo si valutano gli oneri che vi sono collegati. Vi è collegato l’abbassamento del tasso di natalità, in relazione a quello di fecondità.

* Aumento dei matrimoni civili. Tra il 1975 ed il 2005, sono cresciuti i matrimoni celebrati con rito civile, a fronte di un consistente decremento di quelli religiosi: una coppia su tre sceglie il Municipio, ma al Sud 8 su 10 vogliono l\’altare. Nel 2005 i matrimoni celebrati con rito civile raggiungono in Italia l\’incidenza massima del 32,4%, pari a circa un terzo del totale. Come per gli altri dati, le regioni del Sud conservano maggiormente la tradizione e il rito civile rimane nettamente minoritario (19,5%). A fronte dell’impegno profuso dalla Chiesa a favore del matrimonio sacramento, il dato non è solo negativo. Fa pensare ad una valutazione più seria del valore del sacramento che conseguentemente fa prevedere un abbassamento ulteriore dei matrimoni religiosi alla media dei praticanti.

·                Aumento dei secondi matrimoni. L\’incremento dei divorzi, dell’età media, della qualità della vita e, in generale, il forte cambiamento culturale, hanno determinato un significativo aumento dei secondi matrimoni, che passano dal 2,9% del totale degli sposi nel 1975 al 7,1% nel 2003. Pur in presenza di una crescita del fenomeno in entrambi i sessi, le donne risultano più guardinghe e meno propense a contrarre un secondo matrimonio. Vi è collegata la maggiore solitudine e povertà delle donne anziane.

·                Più divorziati, meno vedovi risposati. Le seconde nozze aumentano soprattutto tra i divorziati, mentre si rileva un costante calo del numero dei vedovi alla seconda esperienza matrimoniale (da 11.700 nel 1975 a 5.500 nel 2003), probabilmente anche in presenza di motivazioni di ordine materiale, quali i possibili effetti in termini economici (pensione di reversibilità, ecc.). Nell\’ultimo anno 1 coniuge su 7 (14,7%) al secondo matrimonio risulta vedovo, mentre i divorziati raggiungono l\’85,3%.

*Aumento del regime di separazione dei beni. Nel 2003 i matrimoni celebrati in regime di separazione dei beni raggiungono il 54,3%, a fronte del 45,7% di quelli celebrati in comunione, con una decisa inversione di tendenza rispetto al valore del 1995, quando le separazioni dei beni erano una forte minoranza (il 40,9% contro il 59,1% delle comunioni). Come accade spesso il Nord è trainante, ma il Sud segna l\’incremento più consistente dei matrimoni in regime di separazione, con una crescita di oltre 12 punti percentuali tra il 1998 e il 2003 (dal 32,7% al 45,4%).  Il fenomeno si correla alla stessa diffusa difficoltà ad affidare se stessi ad un\’altra persona senza adeguate garanzie.

I dati offerti dall’EURES non trascurano alcuni segnali positivi, soprattutto la tenuta sostanziale della famiglia: nonostante le crisi, che si verificano soprattutto tra il terzo e il quinto anno e danno frequentemente adito al divorzio, oltre 8 matrimoni su 10 restano in piedi e sono soprattutto quelli contratti in Chiesa, a dimostrazione degli effetti positivi degli investimenti formativi nella pastorale familiare, che costituiscono un investimento prezioso per la vita stessa della nazione.

 

 

 

 

POSITIVO

 

 

 

Eppure segni positivi, generatori di speranza s’impongono e non possono essere sottovalutati.

* Basti ricordare che i figli erano spesso braccia o peggio “forza lavoro” per lavorare la terra, il che la dice lunga sulle famiglie numerose. Neanche c’è troppo da illudersi sullo spirito materno delle madri che – si dice – non lavoravano. Come ormai numerosi studi hanno dimostrato da un punto di vista storico e sociologico, quasi tutte le madri, specie delle classi inferiori, lavoravano sodo per la casa, in campagna, per aiutare il marito a tirare avanti la bottega. I bambini piccoli erano affidati alle sorelle più grandi, alle comari litigiose o addirittura all’ombra di un albero…. Per quel che riguarda le classi superiori l’affidamento alle balie era di prassi e non garantiva una educazione soddisfacente. Pare dunque che lo spirito materno in fatto di presenza costante accanto alle culle non fosse così sublime come si tende a descrivere. Per certi aspetti oggi i risultati della ricerca psicologica, a portata di tutti, sostengono le madri nella conoscenza dell’importanza del rapporto che esse stabiliscono con i figli. Anche gli studi sulla paternità vanno in questa direzione e riconoscono la necessità della presenza paterna già a cominciare dalla vita prenatale.

* L’igiene lasciava a desiderare, per non parlare delle famglie nelle quali si viveva in compagnia di animali di ogni tipo. La mortalità infantile era decisamente alta. Oggi, al contrario, l’igiene e la cura esteriori hanno raggiunto livelli quasi ossessivi, che hanno abbassato significativamente i tassi di morbilità e mortalità infantile.

* Non si può sottovalutare l’importanza riconosciuta dalla cultura contemporanea all’intesa affettiva nella formazione della coppia e della famiglia. La famiglia premoderna si fondava invece su una coppia in gran parte “combinata” dagli interessi dei genitori, dal calcolo della dote, dalle funzioni lavorative. Resta vero che l’innamoramento è il motore naturale più potente per la formazione di una famiglia, ma non è automatico collegare il matrimonio gestito da qualche regia esterna e la mancanza d’amore: non pochi studiosi sono sorpresi nello scoprire come non di rado coppie che nascono da combinazioni “artificali” finiscono con “funzionare” e durare nel tempo! Nelle società occidentali non c’è chi osi contrastare i figli rischiando di provocare soluzioni alla Giulietta e Romeo e così si è passati dall’imposizione del partner all’assoluta ininfluenza del parere dei genitori. Formare una famiglia oggi è un atto d’amore e di libera scelta, non un fatto funzionale. Serve meno a proteggere le donne dalla possibile mancanza del sostegno maritale, del suo stipendio e del riconoscimento sociale garantito dalla sua presenza. Sposarsi serve meno anche agli uomini, un tempo sollecitati a garantirsi una cameriera–amante–madre, allontanando lo spauracchio di  una vecchiaia in solitudine. Chi si sposa sa molto più di prima che si tratta di accordare la propria personalità a quella di un’altra persona e che il compito non è facile; c’è meno familismo e più famiglia in chi decide di fondarla, nonostante e oltre i fallimenti cui proprio questa libertà dissociata dall’amore responbile può andare incontro.

* L’istruzione diffusa ha lasciato dietro le spalle i problemi dell’analfabetismo e dell’ignoranza. Il matrimonio se ne avvantaggia, se si accompagna ad un’opera di consapevolezza e di discernimento,  in grado di illuminare le coscienze dal punto di vista morale, cosa che soprattutto da parte della Chiesa insistentemente e chiaramente, meno da parte della società e dello Stato, che pure dovrebbero farsi carico dei matrimoni civili ed essere interessati alla loro riuscita, se non altro per le deleterie conseguenze che hanno i divorzi.  

* La gerarchia interna alla famiglia un tempo definiva con precisione i ruoli strutturandoli attorno al capofamiglia, sino a tollerare talvolta la sua trasformazione in una piccola prigione. In ogni disputa familiare la soluzione doveva avere il pater familias come referente primo con la conseguenza che troppe volte l’autoritarismo aveva la meglio sulla ricerca del consenso. E’ evidente la differenza rispetto all’aspirazione a vivere la famiglia come comunità. L’amicizia coniugale e il rapporto franco con i figli sono aspetti che delineano una migliore qualità dei rapporti. Sarebbe scorretto però generalizzare pensando che quando il diritto civile ed ecclesiastico definivano il primato del marito sulla moglie e sui figli non si potesse vivere una riuscita vita coniugale e che oggi, superato l’ostacolo della gerarchia, le cose vadano meglio.  Purtroppo oggi come ieri si consumano dentro le famiglia microdelitti contro la dignità delle persone, contro la specifica vocazione di ciascuno,  mortificata dagli interessi e dall’egosimo. Non si può dire che il rifiuto della gerarchia e il rispetto delle differenze si traduca automaticamente in armonia familiare e neanche che producano la deriva dell’individualismo. Oggi come ieri resta il problema di accordare nel miglior modo possibile rispetto delle persone e amore, riconoscimento delle differenze e vita di unità.

* Anche il lavoro femminile (le donne un tempo non lavoravano  o non venivano retribuite personalmente per il lavoro svolto?), è un argomento controverso che segnalo tra le risorse positive della famiglia, nonostante i rischi che comporta. E’ vero che molti lavori restano un vero sfruttamento delle donne che provoca in esse uno stress che si riproduce a cascata su tutta la famiglia. In molti casi si può parlare di una indiretta costrizione al lavoro fuori casa per necessità economiche, ma è anche vero che il lavoro ha dato alle donne il senso della cittadinanza, il gusto della paga, maggiore istruzione, aggiornamento, partecipazione. Ha consentito soprattutto un livello più profondo e paritario di dialogo tra marito e moglie e ha stabilito un rapporto con i figli che spesso da questi stessi è accolto orgogliosamente, specie nei casi in cui la professionalità della madre è motivo di prestigio. Sulla conciliazione dei due fronti dell’attività umana, famiglia e lavoro, si giocano le politiche familiari e gli scenari della famiglia futura. Non bastano leggi e commissioni parità: l’obiettivo si raggiunge se i coniugi collaborano in casa distribuendosi in armonia i compiti (i giovani lo fanno sempre più), se  sono meno ossessionati dalla cucina, dalla casa pulita, dalle apparenze sociali e più impegnati nella responsabilità di creare il nucleo caldo della vita sociale, e anche, per i cristiani, la “piccola Chiesa”.

 

* Se si tiene conto delle tante famiglie che fanno esperienza viva di preghiera e di fede, di quelle che orientano i rapporti intrafamiliari ad una spiritualità di comunione (anche grazie alle settimane di spiritualità familiare, per quel che riguarda le iniziative dell’Ufficio famiglia della CEI), si confermano i motivi di speranza. La Chiesa negli ultimi anni, grazie alla sollecitudine di Giovanni Paolo II, si è fatta sempre più premura del sostegno alle famiglie, evitando che la loro spiritualità sia un semplice travaso dalla esperienza dei vergini, per essere piuttosto ispirata dall’amore divino, ovvero trinitario. Parimenti essa potrebbe sostenerle incoraggiando parrocchie e movimenti a vivere come opere di carità e misericordia quelle dirette a sostenere concretamente la vita quotidiana, specie dei giovani sposi.

 


[1] Facciamo riferimento ai nostri lavori precedenti sulla famiglia e in particolare al libro a quattro

mani: Le ragioni del matrimonio, Effatà, Cantalupa (Torino), 2008.

[2]Secondo le statistiche giudiziarie pubblicate dall\’ISTAT (s.d.), per l\’anno 2004, la durata media del matrimonio per le coppie che si separavano nel Veneto era di 13 anni, mentre per i matrimoni sciolti con procedimento di tipo contenzioso era di due anni più elevata, in quanto il procedimento giudiziale ha un iter molto più lungo di quello consensuale. Dalla stessa fonte si ha che l\’età media al matrimonio e alla separazione erano per lo stesso anno rispettivamente 28 e 42 anni per il marito, 25 e 39 per la moglie. Questi indicatori hanno una certa stabilità sia a livello territoriale che temporale11. Nella nostra indagine i dati riguardanti queste variabili sono in linea con i dati nazionali e regionali (tabella 4): il matrimonio era avvenuto quando gli sposi avevano in media circa 29 anni l\’uomo e 25 la donna, ed è durato in media 13,9 anni12

 

[3].  In Italia i figli costituiscono in un certo senso un ostacolo alla rottura del matrimonio. A parità di durata del matrimonio, il tasso di separazione legale diminuisce al crescere del numero dei figli. In genere per ogni figlio che si aggiunge alla coppia, crescono le probabilità che questa resti unita (Barbagli, Saraceno, 1998).

La presenza di almeno un figlio comporta una decisione del giudice circa l\’affidamento e il mantenimento. In Italia, nel corso del 2002, il 69 % delle separazioni e il 60 % dei divorzi hanno riguardato coppie coniugate con figli avuti durante l\’unione. Se si considerano i figli minori di 18 anni, le separazioni e i divorzi che ne coinvolgono almeno uno

sono rispettivamente il 52 % e il 37 % (ISTAT, 2004b).

 

[4]  Nel 2001 la stima del numero medio di figli per donna (TFT) è pari a 1,23, non registrando particolari cambiamenti rispetto al trend degli ultimi anni. Secondo le ultime stime del tasso di fecondità totale riferite all’anno 2004 nel nostro paese nascono in media 1,33 figli per ogni donna in età feconda. Si tratta del livello più alto registrato negli ultimi 15 anni ed è il risultato di una inversione di tendenza che si è avviata nella seconda metà degli anni ’90. Per 30 anni a partire dal 1965, infatti, la fecondità italiana è andata continuamente riducendosi fino a raggiungere il minimo storico di 1,19 figli per donna nel 1995.

 

[5] Parola chiave rimane la solitudine delle famiglie: imputata all’atteggiamento della famiglia stessa, oppure argomentata come difficoltà di relazione tra famiglia e servizi, o ancora nell’incapacità di fare rete, ma il nodo centrale della fragilità della famiglia con un membro disabile risiede nel suo isolamento.

In Italia sono circa 2.616.000 le persone con disabilità (dati ISTAT 1999-2000); i disabili sotto i 65 anni sono circa 665.000 (da 6 a 64 anni), e sono 362.000 i disabili in età decisamente adulta (da 45 a 64 anni). Di questi, quanti vivono in contesti familiari strutturati? Quanti resteranno privi di cure? Per quanti sarà necessario costruire progetti di accoglienza, di cura domiciliare, di residenzialità protetta? Dall’analisi del contesto familiare in cui sono inserite le persone con disabilità tra i 6 e i 64 anni (vedi tabella) si può notare alcuni dati rilevanti:

– oltre 182.000 disabili vivono con i propri genitori, e quasi 60.000 di loro sono tra i 25 e i 44 anni; per essi è prevedibile un futuro prossimo con genitori anziani, sempre meno capaci di accudirli;

– oltre 41.000 disabili tra i 45 e i 64 anni vivono da soli; chi garantisce le cure per loro? Fino a quando potranno rimanere in tale condizione?

– oltre 62.000 disabili vivono in nuclei con un solo genitore, e quasi 20.000 di loro hanno tra 45 e 64 anni (con un genitore molto anziano, quindi); chi potrà farsi carico dei crescenti bisogni assistenziali e sanitari di una famiglia con un genitore anziano che ha un figlio disabile adulto?

– Numerose infine sono le famiglie in cui il disabile è uno dei due partner della coppia: sono più di 184.000 le coppie con figli in cui il disabile è genitore, sono quasi 24.000 le famiglie con un solo genitore disabile, sono più di 100.000 le coppie senza figli in cui uno dei due partner è disabile; anche queste famiglie evidenziano sistemi di cura molto complessi, in cui sembra esserci un care-giver capace di cura per il proprio partner e anche per i figli eventualmente presenti. Ma quanto supporto ricevono queste famiglie? E come sono seguite nel corso della vita familiare, soprattutto in vista dell’indebolirsi della loro capacità di cura interna?

[6] Del 48% delle donne italiane che lavorano ( nel nord Europa si sale oltre al 70% ), circa il 74% lavora in posizione gerarchicamente subordinata a un uomo ( in Europa si scende al 61% ). La retribuzione, a parità di lavoro, arriva fino al 30-40% in meno rispetto a quella di un uomo ( la differenza media europea è del 12% ). E’ vero anche che le donne si assentano dal lavoro più frequentemente degli uomini, ma il numero complessivo di giorni di malattia è inferiore ( spesso l’assenza è dovuta all’assistenza di familiari a carico come minori o anziani ). In Italia il contributo degli uomini al lavoro domestico e alla gestione della famiglia riguarda l’1% della popolazione ( il più basso in Europa che ha una media dell’11% ). Dai dati ISTAT risulta che in  circa il 30% delle famiglie italiane vi è almeno un membro affetto da malattie croniche o invalidanti accudito da una donna; la quasi totalità del 32% delle persone ricoverate che necessitano di assistenza familiare notturna sono assistiti da un familiare di sesso femminile. La cura dei componenti familiari, in salute e in malattia, coinvolge il 73% delle donne che lavorano e l’82% delle casalinghe.

 

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