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Famiglia ed educazione alla cittadinanza

Famiglia ed educazione alla cittadinanza città [1]

Attilio Danese e Giulia Paola Di Nicola, condirettori di www.prospettivapersona.it

 

 

«Senza mai confondersi con la realtà politica, la Chiesa e le sue comunità locali hanno il dovere primario di richiamare il compito dei cristiani di mettersi a servizio, sul modello del loro Signore, per l’edificazione di un ordine sociale e civile rispettoso e promotore dell’uomo» (CEI, La Chiesa italiana e le prospettive del paese, n. 34)

 

1. La vita come impegno

 

L\’ispirazione personalista resterebbe nel quadro delle buone intenzioni delle \”anime belle\” e delle \”cittadelle sul monte\” se non avesse a cuore anche la convivenza a più largo raggio, a carattere socio-politico e non educasse conseguentemente all’impegno nella città. «La decadenza di una società comincia quando l\’uomo si domanda: cosa accadrà?  al posto di chiedersi: cosa posso fare?» ripeteva sovente Denis de Rougemont[2]. E’ uno dei compiti principali dell’educatore quello di insegnare non partendo dai principi astratti ma dalle situazioni vissute storicamente, dal disagio degli uomini e delle donne che vivono quotidianamente i problemi della povertà culturale, economica e politica. In tal modo si risveglierà in ogni persona quella riserva di ricchezza e di sovrabbondanza che essa possiede, ma che resta generalmente sotto utilizzata, in attesa di essere messa a frutto. Educare ad assumere la propria parte di impegno vuol dire far crescere la solidarietà, rendere capaci di pagare di persona, rimetterci del proprio, affrontare i rischi di fallire, di restare soli, anche eventualmente di raggiungere un fine diverso da quello perseguito e ciononostante impegnarsi.

Ogni persona costata la necessità di fare delle scelte e quindi “prendere”, ma anche lasciare, scartare. Al di là del numero di nozioni che possiede, deve scegliere l\’ambito nel quale investire le proprie energie, i mezzi e le strategie da impiegare, gli alleati e gli avversari: l\’impegno non può evitare di “sporcarsi le mani”, dato che ogni situazione è ambigua, mescolata, impura. Per il fatto che non  si può restare neutri o imparziali ogni presa di posizione personale comporterà un aspetto di lotta, sia pro (in vista di obiettivi) che contro gli ostacoli.

Il ragazzo e la ragazza capiranno che la vita non è un passatempo, esige dei sacrifici,  e diventeranno adulti se al posto di fuggire, di proteggersi, risparmiarsi di fronte alle piccole-grandi situazioni di ingiustizia e di sofferenza che li circondano, risponderanno in maniera positiva, attiva e responsabile. Essi impareranno ad evitare le trappole delle facili evasioni e rifiuteranno i paradisi verso i quali il consumismo vorrebbe trascinarli, per dare il proprio contributo a rendere più giusta e più bella per tutti la convivenza nella città. Ciascuno sarà aiutato a scegliere  il tipo specifico di impegno, le fonti, i mezzi, gli ambiti, le strategie che le si confanno secondo il carattere, la situazione storica e politica nella quale vive. Che l\’attività sia individuale o collettiva, la decisione di impegnarsi sarà sempre personale (anche se non individualista); l\’ultima parola del dialogo tra l\’educatore e l\’educando spetterà perciò pur sempre a chi deve assumere l\’impegno.

Una vera educazione non può valutare l’impegno in base ai risultati, né fare dell\’azione la misura dell\’essere. «La filosofia sociale e concreta – scriveva Maritain – richiesta dall\’umanesimo integrale esige cambiamenti radicali… e questa trasformazione non richiede solo l\’instaurazione di strutture sociali nuove e di un regime di vita sociale nuovo che succede al capitalismo, ma anche, e in maniera consostanziale, una spinta di energie  che scaturiscono dalla  fede, dall\’intelligenza e dall\’amore, dalle potenzialità interiori dell\’anima, un progresso nella scoperta del mondo delle realtà spirituali. A queste condizioni solamente l\’uomo potrà veramente entrare più in profondità nella sua natura, senza mutilarla né sfigurarla»[3].

Perciò il personalismo  richiama l\’esigenza di evitare la patologia dell\’impegno, che sarebbe il fanatismo o il “delirio dell\’azione”: «agitazione inquieta e mediocre presso le nature povere; esaltazione dell\’esaltazione e della potenza presso i più forti»[4]. La prassi non può mai essere criterio dell\’azione, in un quadro in cui la persona e la comunità sono riferimenti valoriali ben superiori alla misurazione dell\’efficacia, per esempio  economica o politica. L’educazione aiuterà a distinguere i diversi criteri corrispondenti alle tante città in cui si vive, nel rispetto della distinzione e dell’unità dei diversi ambiti: ciò che ha la sua validità in un’organizzazione aziendale non vale in famiglia e nella comunità umana.

 

2. Oltre lo scollamento tra mondi vitali e politica

      

Un compito impellente dell’educatore oggi è di far fronte alla caduta di senso civico e di partecipazione alla polis, la quale oggi si estende oltre i soggetti tradizionalmente poco sensibili. È noto il disinteresse delle donne per la politica (sono più del 50% della popolazione), dato che esse partecipano molto più volentieri ad ambiti scolastici, religiosi, assi­stenziali, quelli cioè che toccano i problemi della vita quotidiana[5]. Quanto ai giovani, le inchieste confermano la disaffezione politica in misura notevolmente superiore alle generazioni precedenti (salvo poi a servirsi della politica-clientela al momento della fatidica assunzione). Il disagio nasce dal rifiuto di ogni prassismo della politica ed esprime il bisogno di vivere con un orizzonte di senso[6]. È vero, però, che diminuisce contemporaneamente anche l’area dei giovani disinformati. Inoltre, di tanto in tanto, riesplodono forme di assemblearismo («Ragazzi ’85», «La Pantera», I ragazzi dei «centri sociali»), legate alla necessità degli studenti di far giun­gere comunque, a ondate, la loro voce al Palazzo, magari utilizzando metodi e forme desuete e considerate, di per sé, poco affidabili.

La caduta di interesse politico è oggi più estesa e va ricollegata a molteplici fattori, tra i quali la difficoltà del linguaggio politico, così spesso nebuloso, re­torico e incomprensibile, le de­lusioni del ’68 e la riscoperta del privato, il formalismo di una democrazia che si rivela di fatto una oligarchia, l’insofferenza verso il carrierismo politico, l’aumento della divaricazione tra paese reale e paese politico, la concentra­zione della ricchezza e del potere in poche mani, la diffidenza ingeneratasi verso tutto ciò che fa pensare a collusioni tra mafia e politica Scandali, esplosioni continue di diatribe, concussione organizzata, tangenti o “pizzi“, linguaggio rissa, riduzione della po­litica a spettacolo, collusioni con camorra e mafia, vanno a rafforzare tale immagine negativa e vengono percepiti non più come aspetti della degenerazione politica, ma come sinonimi tout court di politica come corruzione. La stessa inevitabile necessità di scegliere di stare da una parte, di riconoscersi in una ideologia, in un partito, in una corrente, può creare motivi di diffidenza e di conflittualità, che si ripercuotono negativamente sulle relazioni sociali anche le più amicali. Troppo spesso il cittadino constata che la richiesta di partecipazione è solo una trappola per catturare il consenso teso a rafforzare la potenza di qualche leader.

L’aspirazione ad una partecipazione popolare diffusa resta ancora una buona intenzione, nonostante gli sforzi fatti per avviare Scuole di formazione poli­tica di ogni genere (pro­mosse dalle diocesi, dai movimenti e da Istituti religiosi[7]) e per moltiplicare le fonti di informazione. Tali sforzi non sembrano adeguatamente sostenuti dai processi di comunicazione tra cittadini e dall’impegno di ciascuno nei confronti della collettività. La mancanza di una relazione costante e viva tra mondi vitali e istituzioni fa sì che il dibattito politico si libri al di sopra della realtà, con una sua logica e un suo gergo particolari, diversi da quelli che si vengono costruendo nel sociale. Qui si moltiplicano le sedi della responsabilità (gruppi, corpi intermedi, realtà locali, volontariato assistenziale e culturale), in una complessità orizzontale che ha crescenti difficoltà ad esprimersi in mediazioni politiche; lì si tentano mediazioni, tamponamenti, accordi in una complessità di scambi difficili da percepire e comunque con­nessi, nella mentalità comune, ad operazioni di stravolgimento degli obiettivi, tali da provocare reazioni di fuga dal politico stesso, contrapposto ad un sociale “ingenuo e senza macchia”.

Ma la partecipazione al mondo della politica non sembra coincidere con la qu­antità degli interventi dall’alto e la moltiplicazione dei luoghi e dei canali par­tecipativi che, nonostante il dispendio di energie e l’esborso di danaro pub­blico, vanno spesso deserti o si trasformano in cinghie di trasmissione prive di vita, finendo, spesso, con l’ottenere solo un coinvolgimento politico vincolato ed eterodiretto. Per far fronte al complesso problema della ricomposizione del tes­suto etico-politico, non bastano soluzioni di rimedio attraverso la creazione e la riforma degli enti, nonché attraverso proposte di ingegneria istituzionale[8].

Per il risveglio della coscienza partecipativa occorre innanzitutto educare a recuperare il rapporto di fiducia dei cittadini con le istituzioni, che oggi sembra scendere ai suoi minimi storici. Essi dovrebbero cogliere il nesso tra problemi poli­tici e vita quotidiana, disporre di informazioni e di un minimo di attrezzatura culturale per essere consapevoli dei problemi sul tappeto e soprattutto riacqui­stare fiducia nella credibilità del linguaggio politico e di coloro che lo espri­mono. Alla base dovrebbe essere rafforzata la fiducia nella intenzione positiva di costruire istituzioni giuste e, correlativamente, di tradurre in canali istituzionali quella rete di solidarietà tra gli esseri umani che fa la qualità della vita quotidiana di un popolo.

   Evidentemente, nell’ambito politico, non vale il fondamentalismo etico religioso; la difesa della purezza degli ideali deve autolimitarsi nei compromessi indispensabili a far passare le pro­poste ottimali al vaglio del consenso. Il risveglio dell’interesse politico non andrebbe coniugato con un eccesso di investimenti sul politico, giacchè le esigenze della complessità richiedono il rispetto delle peculiarità della logica politica, con l’uso di più linguaggi plurimi e di strategie del consenso su obiettivi condivisibili in ordine all’applicazione dei principi etici. Come scriveva Mounier: «L’impegno è un consenso all’espediente, alla impurità (“sporcarsi le mani”) e al limite, non può tuttavia consacrare l’abdicazione della persona e dei valori che la persona serve; la sua forza creatrice nasce dalla tensione feconda che esso suscita, fra l’imperfezione della causa e la sua assoluta fedeltà ai valori che sono in gioco. D’altra parte la coscienza inquieta e talvolta lacerata che noi acquistiamo delle impurità della nostra causa ci tiene lontani dal fanatismo, in uno stato di vi­gile attenzione critica; e, inoltre, col sacrificare alla sollecitazione del reale le vie e le armonie dai noi fantasticate, conquistiamo una sorta di virilità, che ri­sulta dall’esserci liberati da tante ingenuità e illusioni, e dallo sforzo continuo di fedeltà su vie irte d’imprevisti»[9].

Tutto ciò non esclude la coerenza personale di chi si trova a dover gestire situazioni complesse volendo salvaguardare una propria linea direttrice nel campo etico politico, sia riguardo alle scelte che ai metodi di condu­zione[10]. Né esclude la opportunità di creare meccanismi di controllo in grado di modificare le attuali regole del gioco democratico, per renderlo meno sel­vaggio.

 Resta fondamentale favorire la consapevolezza che il degrado della politica è direttamente proporzionale alla caduta di attenzione dei cittadini e quindi educare alla coscienza politica il maggior numero possibile di cittadini, pronti comunque a sentirsi responsabili della cosa pubblica, sia attraverso i canali istituiti della vita poli­tica, che attraverso forme nuove di autoorganizzazione dal basso; sia attraverso l’impegno diretto, sia semplicemente svolgendo con creatività e cura il proprio lavoro, nella consapevolezza di offrire un contributo al miglior vivere di molti.

 

3. Cittadini responsabili

 

Parlare di riflusso nel campo della partecipazione politica sarebbe semplicistico, se non si tenesse conto di altri fattori come per esempio l’aumento del livello medio di cultura politica o il fatto che la pluralità delle dimensioni dell’impegno personale va ol­tre la falsa alternativa tra partecipazione e apatia, impegno e riflusso. Infatti, benché ciascuna persona avverta in sé l’universalità degli interessi, deve limitare le sue possibilità di impegno concreto decidendo per una sola dimensione privilegiata, soprattutto in un’epoca come la nostra a forte domanda di specializzazione. Un cittadino eticamente responsabile e culturalmente motivato, anche se impegnato in campi diversi da quello propriamente poli­tico, sarà sempre pronto a mettere in atto interventi diretti, quando la situa­zione lo richieda, e contribuirà col suo comportamento alla crescita dei valori migliori della convivenza nella democrazia, rendendola sostanziale. Egli, all’occorrenza, è pronto a riprendersi la proclamata titolarità politica, si ricorda di essere, in qu­anto cittadino, padrone di casa (sovranità popolare) e non ospite o estraneo ri­spetto ai titolari del potere istituito. L’importante è che percepisca il suo essere membro di un popolo come un dono ricevuto e un compito (jede Gabe eine Aufgabe) e contribuisca, nel modo che ritiene più consono alla sua persona, al buon vivere di tutti.

 L’educazione alla responsabilità politica oggi perde il tono prometeico dell’assunzione orgogliosa di una titolarità per divenire consapevole dei limiti inerenti una complessità che può essere gestita solo a “corto raggio”, proprio mentre urge ampliare orizzonti sempre più vasti. Decidere, specie ai livelli più alti della responsabilità è sempre più difficile. Non si può esulare né dal tentativo di proteggere ciò che è particolare, per difendersi dal rischio di una universalizzazione omologante, né dal concerto della complessità internazionale, perché ogni intervento nella polis va inquadrato in una con­cezione planetaria della civiltà.

 Nell’epoca del disincanto, in una società post-comunista e che si avvia ad essere post-liberista, gli intellettuali hanno una particolare responsabilità nei confronti dei politici nell’indicare il senso dell’azione, nel raccogliere i frammenti in una ricomposizione umana, oltre il nichilismo del non senso e il peso dei dogmatismi[11]. La democrazia, dopo aver sconfitto i sistemi autoritari, si trova oggi vuota di contenuti, priva di personaggi carismatici e quasi incapace di gestire un mondo senza nemici, cor­roso dalla sua stessa logica[12]. La faccia amara della «vittoria» del mondo occi­dentale sta paradossalmente proprio nell’agonia di umanesimo che la vittoria scopre: il non saper offrire che un modello già vecchio, uno strumento neutro e spesso of­fensivo della dignità umana, un sistema di formalismi, di manie quanto freni­che e numerolatriche, di burocrazie e corruzione dilagante.  Nel vuoto di riferimenti etici e culturali, il silenzio e il disimpegno non possono che essere provvisori. Occorre trovare nuove convergenze, accostamenti inat­tesi, riprendere sentieri interrotti, siano essi quelli della ragione che quelli della poesia e della religione.

Il mondo dell’educazione dovrebbe incoraggiare le persone di cultura ad uscire dallo splendido isolamento e lavorare allo scoperto, a con­tatto con la gente, nel confronto con i vari centri di cultura nel sociale, man­tenendo un rapporto vivo con la politica, aiutandola a liberarsi dagli assoluti­smi, a dare corpo ai proclami ufficiali, a superare la decadenza dello spirito democratico. Si dovrà anche all’impegno degli intellettuali se i dubbi serpeggianti sul si­stema democratico e le profezie della sua fine (la fine dell’era dei numeri, dei Parlamenti, dei suffragi universali, dei partiti, della storia[13]) non condurranno verso trappole ben più pericolose, quando si riscontrerà che sono prive di validità le alter­native basate sulle utopie della democrazia diretta o dell’autogestione.

Si impone lo sguardo alto all’etica, nonostante e oltre le questioni di metodo, perché si possa conservare la legittimità e la necessità di un orizzonte di senso in politica. Oltre la questione del metodo, è evidente che la democrazia manifesta limiti, superabili solo attraverso la crescita civile dei suoi membri, ossia attraverso una «democra­zia adulta», capace di far fronte a dissincronie e incoerenze, nelle quali il me­todo può anche facilitare il superamento di alcuni difetti della democrazia, ma non può risolverli. All’etica politica resta affidato il compito «dell’ostinato im­piego delle risorse e degli strumenti di cui la democrazia dispone per autocor­reggersi»[14]. Dal punto di vista morale, tale autocorrezione deve mi­rare ad ottimizzare gli strumenti, perché la società sia giusta, solidale ed effi­ciente, ma soprattutto non può esulare da quel compito educativo diretto a diffondere la responsabilità personale al fine di utilizzare gli strumenti al servizio del bene e non al servizio furbesco e strumentale della forza. Lo stesso Popper ha confermato a più riprese l’importanza della domanda etica in democrazia: «Quel che, in fin dei conti, deve governare, in democrazia è la capacità di discernimento e di autodisciplina etica… Noi possiamo apprendere dall’Islam che il relativismo morale è uno dei veleni più distruttivi della democrazia: perché la democrazia esiste solo se governa la legge, e la legge è fondata sull’etica, non sul permissivismo»[15].

I due mondi si impoveriscono se contrapposti frontalmente o se appiattiti l’uno nell’altro. La loro distinzione deve restare: l’etica non si confonde con la politica, ma la contesta e la mette in questione, smascherandone talvolta la «violenza indifferente… che presiede al formarsi ordinato dei progetti politici, alla quieta deduzione di ciò che si deve fare dalla presunta certezza di come si deve essere»[16], animandone talaltra la tensione a superare la sua autoreferenzialità, per rimettere al centro la persona, sfidandola sempre al confronto con l’utopia.

 L’etica cioè “problematizza” la politica, per usare un’espressione cara ad Aranguren[17]. Vidal, riprende il concetto e riassume nella «responsabilità» la traduzione soggettiva della moralizzazione fondata sulla persona: «Col mettere in gioco l’insieme della persona — così scrive — , la politica non può fare a meno d’avere un riferimento all’etica in quanto questa è l’espressione del regno dei fini. La responsabilità nell’attività politica è la traduzione soggettiva della moralizzazione così intesa»[18].

Una nuova necessità sembra farci attenti all’etica, spesso nostro mal­grado, e costringerci ad affrontare il mondo in maniera più o meno consape­vole, con la stessa tensione costituente che caratterizzò  l’immediato secondo dopoguerra. E’ una priorità non legata solo alla morale in sé o alla conformità ad una religione, ma anche alla necessità di poterci salvare come umanità, a causa dell’interdipendenza internazionale che rende tutti dipendenti da tutti (si pensi a Cernobyl) [19]. La complessità stessa esige il rispetto della Regola d’oro. Ben oltre la regola degli affari, tratteggiata da Charles Dickens (the business precept ): «Fallo prima tu agli altri, perché essi lo farebbero a te».

Politica ed etica si reclamano oggi molto più di un tempo proprio attraverso un concetto di responsabilità che è soprattutto presa di cura[20]. E’ la fragilità delle istituzioni, il loro essere esposte ai mali che corrodono la democrazia che risveglia la necessità di dare il proprio contributo non tanto alla loro sopravvivenza quanto alla loro rispondenza ai criteri di giustizia distributiva. Resta ferma la distinzione tra l’ottimo e il possibile: mentre la politica, come arte del possibile, abbraccia il tempo del presente disponibile, l’etica preserva un tempo altro. La dignità della politica, d’altronde, risiede non nell’essere la traduzione o applicazione dell’etica, ma quel mondo delle ogget­tività possibili, senza il confronto con il quale ogni discorso etico resta un buon sermone. Perciò il bisogno di etica non può essere ridotto all’etica pubblica o etica po­litica.

Non ci si può contentare neppure di un’etica che affidi la sua valenza alle regole procedurali, come non basta la deontologia professionale o la teleologia mo­rale[21]. Diventano secondari i grandi manifesti programmatici, le dichiarazioni di principio, gli schiera­menti di appartenenza, le definizioni teoriche e totaliz­zanti. Più importante è la credibilità dei soggetti che, gestendo gli af­fari di tutti, condizionano e selezionano i problemi e dunque de­cidono sui contenuti e sui metodi della politica. Più ancora che di soluzioni strutturali si avverte la necessità di persone nuove per far politica in modo nuovo.

Scriveva Simone Weil, a pro­posito di coloro che nel sociale e nel politico aprono squarci di umanesimo: «Sono probabilmente rari, tuttavia non li si può contare; la maggior parte sono nascosti… Una perla nascosta nel fondo di un campo non è visibile… Ma, come nelle reazioni chimiche, i catalizzatori o i batteri, di cui il lievito è un esempio, allo stesso modo nelle cose umane i granuli impercettibili di bene puro operano in maniera decisiva per la loro stessa presenza, se sono messi là dove è necessario. Come metterli dove è necessario? Molto sarebbe già fatto se almeno qualcuno tra quelli che hanno il compito di mostrare al pubblico cose da lodare, da ammirare, da sperare, da cercare, da domandare, ri­solvesse nel proprio cuore di disprezzare in maniera assoluta e senza eccezione tutto ciò che non è il bene puro, la perfezione, la verità, la giustizia, l’amore»[22].

Tra questo ideale adamantino a cui la giovane S. Weil aspirava, con la pro­bità che la caratterizzava, e il rifiuto del politico come “cosa sporca”, con conse­guente rifugio nel privato, è ancora possibile e doveroso salvare lo spazio per un’azione politica motivata. Questo ci costringe a ripensare nuove categorie per poter evitare sia l’ambiguità di un «tutto doppio»[23], ossia un rispetto della forma e la critica della sostanza della democrazia, sia l’utopia della coincidenza tra politica pensabile e politica possibile, per rimanere nell’ambito politico con la libertà di pensiero e la coerenza dell’agire, tipiche di una società in cui i cittadini intendono riappropriarsi della responsabilità di gestire insieme la convivenza.

Ragioni comuni di sopravvivenza e di speranza animano la convin­zione, che l’educatore debba trasmettere nel suo lavoro il senso etico dell’impegno civile, combattendo i frettolosi giudizi di fantasticheria, spiritualismo e sterile chiacchiera. Conclude P. Ricoeur: «Al contrario, è il bisogno di dare un senso all’impegno del cittadino ragionevole e responsabile che esige che noi siamo bene attenti alle intersezioni tra etica e politica, piuttosto che alla ineluttabile separazione»[24].

L’ambito politico non può sfuggire al suo do­versi muovere tra i rischi del machiavellismo calcolatore e quelli del morali­smo integrista. Anche l’etica infatti ha la sua dimensione fattuale, al vaglio di ciò che è realizzabile hic et nunc, non solo come il “minor male”, che suona riduttivo e negativo, ma soprattutto come impegno di ottimizzazione, dunque come “il meglio possibile oggi”. Si rafforza allora la linea dell’ethos che informa la speranza nel futuro, quando alla dimensione teorico-razionale si aggiunge quella dell’utopia, della profezia, del trascendimento qualitativo del presente. Essa reclama l’impegno personale e coinvolgente, senza nulla togliere a quella che Mancini considera la “corrente fredda” del concetto (che si realizza nell’eticità hegeliana come «il trionfo dottrinale dell’ethos»), al confronto con quella che è la “corrente calda” della profezia[25].

 

 

 4. Dalla parte del cittadino

 

Tra i nodi del rapporto cittadini-istituzioni politiche quello della disponibilità e della correttezza di informazioni finora scarsamente accessibili, è fondamentale. Qui le chiavi di lettura politiche, massmediali e industriali devono essere integrate e reinterptretate alla luce dell\’utente cittadino, la cui dimensione partecipativa fa lo spessore di una democrazia sostanziale.

In effetti è ormai palese che il sistema democratico di per sé non è la panacea risolutiva di tutti i mali. Nascono più tentativi per correggere i limiti del sistema democratico formale, ridotto troppo spesso a \”democrazia puntale\” o \”monosillabica\”. Si cercano  nuovi canali di partecipazione, nuove istituzioni ponte tra il sociale e il politico, sfruttando tutti i mezzi che la tecnica mette a disposizione per un piú rapido e sicuro riscontro di collegamento tra cittadino e potere politico e si ricercano nuove forme di ingegneria istituzionale correttive dei guasti del sistema.

Diviene sempre più chiaro che la democrazia si regge sulla cultura di un popolo e dunque che gli strumenti formativi e informativi hanno un ruolo cardine perchè la democrazia non sia  demagogia.

Certamente l\’uso corretto dei mezzi di comunicazione è inevitabilmente legato alla crescita culturale degli utenti, alla loro capacità di fare filtro delle notizie, di spegnere e accendere con senso i canali di comunicazione, problema che è insieme culturale e strutturale e fa riferimento a  quella fragilità che è direttamente proporzionale all\’abuso che i detentori del potere della comunicazione riescono a gestire. Di fronte ad una cultura così contraddittoria, ad una congerie di messaggi reciprocamente escludentesi, all\’impossibilità di fare sistematicamente di un rilievo critico un intervento repressivo, la maturità richiesta all\’utente è di altissimo livello.

Fondamentale il  problema della comunicazione tra politici e cittadini, nella consapevolezza che l\’effettiva rappresentatività nasce dall\’appartenenza ad una condivisione di obiettivi, ad una esperienza comune, vissuta senza confusione di ruoli, ma anche senza divaricazioni.

* Nella società di oggi  non manca tanto informazione in termini di quantità, ma manca la capacità di selezione in termini di qualità.Infatti ricevere informazioni è anche comprendere e soprattutto discernere. Infatti,  da una parte l\’informazione è oggi sovrabbondante e confusa, sicchè si può star male di sazietà, di ipernutrizione e malnutrizione sino al rifiuto di cibo, al rifiuto di accendere TV e radio e al gettare quintali di carta e giornali non letti.  Dall\’altra manca l\’informazione; essa è una risorsa scarsa di cui c\’è un bisogno insoddisfatto, una fame mai saziata che fa sì che lo sciopero del telegiornale provochi sindromi si astinenza come una qualsiasi altra forma di deficienza radicale[26]. Saper dosare le notizie significa  selezionare criticamente la montagna di carta e di programmi che entra nelle  case, portando messaggi così spesso conflittuali e contraddittori.

 

* Se le informazioni nella società contemporanea assumono così grande rilievo, è evidente che anche nel sistema politico il potere si sposta non tanto sui politici, quanto sui produttori e sui gestori di notizie, giustamente considerati costruttori  di realtà, nel senso che oggi \”accade\” solo ciò che filtrato come notizia.

 Nel triangolo attori, produttori di notizie e ricettori, la cosiddetta audience   è il lato passivo  e debole della comunicazione e i cittadini, singoli o organizzati in gruppi, sono considerati i ricettori del messaggio. Audience  già dal nome sottolinea una certa passività di chi ascolta, recepisce, è oggetto di attenzioni informative, ma non ha possibilità di replica. Eppure tra i luoghi della decisione politica (strutture ed iniziative degli organismi parlamentari che comunicano con l\’esterno), i canali  e la audience, il ruolo centrale spetterebbe a quest\’ultima, ossia ai cittadini in funzione dei quali lo Stato si organizza.

Accade così che coloro che sono detti titolari della sovranità della nazione, e dunque i padroni di casa, sono in realtà gli ospiti, gli spettatori, svuotati di cittadinanza non perché impediti al voto, ma perché non messi nelle condizioni privi della possibilità di far sentire la loro voce. Costitutivo di un corretto processo comunicazionale è la possibilità di rispondere. Perciò un nodo fondamentale della comunicazione politica è che essa è unidirezionale ed asimmetrica, mentre dovrebbe realizzarsi in modo bidirezionale: non solo  programmi pilotati di informazione, divulgazione, educazione del cittadino, ma anche ritorni di impressioni, suggerimenti, critiche, momenti di co-gestione. Diviene infatti sempre più necessario che l\’attore sociale sia coinvolto nella elaborazione e nella gestione dei programmi, o che almeno opportune ricerche costringano a tenere conto del suo punto vista..

 

* Il problema della comunicazione andata e ritorno non è solo tecnico giuridico, ma anche \”ecologico\”, giacché la voce dei cittadini può limitare la tendenza allo scandalismo, alla ricerca di audience ad ogni costo, che si sprigiona nella conflittualità senza regole delle aziende. Alla confusione dei linguaggi, al diffondersi del cattivo gusto, una larga parte di cittadini vorrebbe fosse contrapposta una ecologia della comunicazione che la purifichi dall\’inquinamento dominante.

 L\’istituzione del Consiglio consultivo degli utenti è una dimostrazione della volontà di essere attivi in senso ecologico, come si è visto recentemente (Giugno 1991) quando, su \”sollecitazioni chiare dei teleascoltatori\” questo organismo ha deplorato quei

 

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