Articoli

Varese, 7 gennaio 2017 – Parrocchia S. Massimiliano Maria Kolbe Funerale nonno Piero Viotto

Varese, 7 gennaio 2017 – Parrocchia S. Massimiliano Maria Kolbe Funerale nonno Piero Viotto

Desidero con queste parole, innanzitutto, ringraziare a nome della famiglia per la vicinanza e l’affetto che ci state dimostrando, per la vostra presenza stamattina, per i tanti sacerdoti concelebranti e per la quantità smisurata di messaggi che sono giunti, anche da persone inaspettate. Nonno Piero ha saputo tessere fino all’ultimo momento della sua vita tanti legami che univano il suo ufficio ingombro di libri ai cinque continenti, dall’Africa all’America Latina; questi legami lui li considerava, sulla scorta dei suoi maestri, «grandi amicizie» da cui riceveva sostegni e stimoli, riuscendo a raccogliere attorno a sé tanta stima e affetto per niente formali. Nonno dava alla parola amicizia un enorme valore che tutti noi dobbiamo riscoprire. Ricordo aver commentato con lui, recentemente, l’espressione di Gesù vi ho chiamati amici, espressione che custodisce bene l’inesauribilità del Mistero di Dio nel suo rapporto con noi. Queste amicizie non lo incatenavano alla scrivania, tutt’altro: nonno era capace di risvolti delicatissimi, come inviti a tavola, telefonate cariche di affetto, gesti di carità sorprendenti, lunghi viaggi da un lato all’altro dell’Italia per incontrare giovani studenti.

1. Ciò che è

È ovvio che in questi momenti sono tanti i sentimenti che si affastellano nel nostro cuore. Sembrava che nonno Piero fosse eterno, ascoltando i suoi racconti sembrava avesse avuto mille vite; per molti era come un’istituzione. Dio gli ha concesso quanto ci aveva confidato tante volte, sentendo vicino questo momento: desiderava potere essere accolto dal Signore in fretta, senza disturbare troppo, nel pieno delle sue facoltà intellettive. Si è realizzato questo passaggio definitivo che mi descrisse, in un messaggio elettronico, riassumendo la morte alla quale da tempo si stava preparando con queste parole: «Caro Tommaso, il divenire finisce nell’essere; ciò che appare e scompare nel tempo diventa ciò che è nell’eternità» (28/2/2009). Io sono colui che sono, dice Dio a Mosè nel roveto ardente; Dio è Ciò che è: il Mistero dell’eternità. Questo Ciò che è adesso è un tutt’uno con il nonno; adesso il nonno è. È realmente ciò che noi saremo, ma lo è adesso, definitivamente, senza spazio, senza tempo, come descriveva la lettura del libro dell’Apocalissi che abbiamo ascoltato.

Finalmente nonno può contemplare il Mistero e la Verità alla cui ricerca ha consacrato tutta la sua vita, tutte le sue energie affettive e spirituali. Dobbiamo chiedere al Signore, in questo frangente, che ci faccia avere invidia di lui: mentre noi pensiamo in termini umani, il prof. Viotto è già nell’Essere e potrà finalmente soddisfare tutta la sua curiosità nell’insondabile mistero di Dio Trinità, di Dio amore e comunione. Spero che ciascuno di noi, anche coloro che si sentano lontani dalla fede ma stamattina siano venuti per stima e riconoscenza, possano arrivare ad avere un po’ di questa sana invidia, una invidia della Verità che ci spinga ad essere autenticamente uomini. Questo vorrebbe dire che il suo lavoro instancabile, la sua «carità intellettuale», ha raggiunto il suo scopo.

È un peccato che qualcuno, in questi giorni, sia arrivato a definirlo (in buona fede, ovviamente) «l’ultimo dei maritaniani». Temo che questa definizione lo amareggerebbe abbastanza, perché rappresenta esattamente l’opposto di quanto lui ha voluto comunicare, mettendo al lavoro le doti e i talenti che Dio gli ha donato con un grande amore alla Chiesa e una passione per la sua continua riforma («nella Chiesa di oggi manca la riflessione sulla Verità», ripeteva spesso con spirito molto profetico). Ma non per essere l’ultimo di qualcosa, quanto per spianare la strada verso una maggiore conoscenza della Verità. Un maestro non vuole mai essere ricordato come “l’ultimo”, quanto come l’animatore, il testimone, l’apripista. Era comunque cosciente delle circostanze: spesso ci diceva che doveva continuare a scrivere e pubblicare su certi temi perché «quando io sarò morto, ho paura che nessuno lo farà più». Nonno era mosso da una urgenza quasi divina, una vocazione alla quale non si poteva sottrarre e che non tutti capivamo. A ben ragione si autodefiniva, negli ultimi anni, come monaco laico, il suo studio era la sua clausura. Era una vocazione che investiva totalmente le sue energie, il suo parlare, il suo tempo, i suoi beni. I suoi discepoli, e sono tanti (da quelli incontrati a Cavour nel 1942, quando era maestro elementare che lottava culturalmente contro i fascisti, fino ai ragazzi da lui seguiti nella sua responsabilità nella Fuci, agli studenti dei licei, della Cattolica di Milano, delle università pontificie romane), anche i lontani, anche coloro che non accettavano le sue posizioni, devono essergli riconoscenti per questa travolgente passione. Per la coscienza della necessità della costruzione della Chiesa – è una vocazione che ognuno mette a frutto con i suoi talenti; per l’integrità e la coerenza, per l’instancabile dedizione mista a tanta carità, virtù oggi non di moda e che siamo chiamati a raccogliere.

2. Un maestro, che si mette in discussione

Un’omelia non deve essere un panegirico: i pagani facevano gli elogi funebri per esaltare l’uomo; noi cristiani lodiamo Dio. Fra l’altro, nonno disapproverebbe su tutta la linea un discorso commemorativo.

Però mi sembra importante sottolineare ancora, attraverso alcune pennellate, l’opera di Dio in lui: perché è questo ciò che celebriamo quest’oggi. Questa è la ragione del nostro trovarci così numerosi.

Dio ha fatto grandi meraviglie in lui, e oggi dobbiamo farne memoria per vivere con letizia questo momento e guardare con speranza al futuro.

Fede e ragione, libertà, educazione. In tutto ciò, nonno sempre è stato un maestro. Quando insegnava era temuto, talvolta autoritario, duro ed esigente. Rimarrà nella memoria come il preside Viotto, o il professor Viotto: così voleva che lo si chiamasse. Talvolta la sua personalità era ingombrante e non aveva un carattere facile: di questo era cosciente. Gli piaceva provocare, i toni accesi, la discussione: la verità, come dice Socrate, emerge dalla maieutica, dal dialogo. Non sempre era facilissimo stare dietro alla sua falcata sui sentieri di montagna, al suo ritmo di lavoro, ai suoi desideri testardi e travolgenti: è quello che suole accadere a uomini grandi. E poi amava dirsi indaffarato, salvo poi non fare nulla per diminuire i ritmi di lavoro. In ogni caso, non lasciava indifferenti: e se per qualche motivo capitavi nella sua mailing list, non avevi scampo (io ho contato, solo negli ultimi cinque anni, trecentoquarantatrè messaggi!).

Non sapeva riposare: ma forse non abbiamo capito noi che ricercare la Verità nella musica, nella pittura, ma soprattutto nella ricerca intellettuale era, per lui, il vero riposo. Lui riposava solo lavorando (come Dio, d’altronde: il suo riposo è l’azione). Una laboriosità che riflette la coscienza di una grande responsabilità affidatagli da Dio. Ecco perché ci è stato maestro e continua la sua paternità dal cielo.

«Maestro dei maestri»: quest’altra definizione che hanno utilizzato in questi giorni è sicuramente più confacente al suo spirito. Ma un maestro non ha bisogno di adulatori, quanto di discepoli.

Mi sembra però importante sottolineare come, insieme alla sua determinazione, qualcuno di noi abbiamo potuto notare come fino all’ultimo momento si è messo in discussione nella sua vita spirituale, sempre cercando di capire e discernere. Quest’aspetto per me è decisivo della sua personalità e di ciò che il Signore vuole suggerire anche a noi stamattina.

Recentemente divideva la sua vita in grandi tappe. In quest’ultima, dopo Sertillanges, Maritain, Montini e Journet, aveva approfondito Marie-Dominique Philippe e la mistica, senza però mai dimenticare il primo amore. Dove trovare oggi una persona, con la sua statura intellettuale e umana, che a novantadue anni ancora si mette in discussione? Che si commuove ancora per la recita all’asilo dei suoi bisnipoti, per un concerto di studenti liceali, per un artista di provincia che dipinge le sue prime opere e plasma le sue prime sculture, per una ventenne che gli chiede aiuto per un lavoretto dell’università? Questa è la vera saggezza, quella che, ricercata con purezza di cuore, al mattino presto trovi seduta davanti alla tua porta (che bella questa espressione che abbiamo ascoltato nella prima lettura!); la vera saggezza che Dio ti dà quando ci facciamo come bambini e che rinnova la nostra gioventù: è l’esperienza vertiginosa che abbiamo ascoltato nel Vangelo (hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli). Si autodefiniva vecchietto, ma in realtà aveva quella giovinezza dello Spirito che Dio concede a quanti più lo amano.

Era piccolo davanti a Dio, perciò grande.

3. Il desiderio dell’unità

E si rafforzava in lui, specialmente adesso, la necessità della comunione, come traspariva dall’insistenza con cui raccomandava l’unità fra noi in famiglia. Forse non tutti sanno che nonno Piero soffriva enormemente per le divisioni e le incomprensioni, fossero esse fra i cristiani, fra i popoli e le razze, fra i movimenti ecclesiali, fra gli stessi studiosi di Maritain. Temeva di scontentare con alcuni suoi giudizi, ma poi, in coscienza, riteneva di dover intervenire per salvaguardare la Verità.

Intanto soffriva e pregava; pregava e lavorava; poi tornava a pregare per l’unità con una intimità che sarebbe bello che tutti potessimo conoscere, ma giustamente è meglio rispettare. Solo dico che sembrava un bambino, aveva gli occhi e la semplicità di un bimbo quando pregavamo – o meglio, contemplavamo – con lui.

In questo, si può notare la misteriosa unità con nonna Giovanna, la vera anima del nonno, da cui anche dopo la morte non si è mai allontanato. Qualche anno fa mi scrisse in un messaggio elettronico: «ho messo una foto di nonna Giovanna sul desktop: quando sono stanco e depresso, la guardo e mi sento guardato» (24/11/2008). Non si capisce nonno Piero senza nonna Giovanna, che restando nell’ombra lo ha sempre guardato con tenerezza, prima in casa, poi dal cielo. Un mistero di autentico amore che ci deve far desiderare un’intensità così affettivamente e ragionevolmente piena nelle nostre famiglie. Ma – insisto – entreremmo in un campo troppo delicato ed è bene che certe cose del dialogo fra lui e il Signore, cose di cui alcuni fra i presenti siamo stati privilegiati depositari, rimangano anch’esse nel silenzio di Dio. Io, se mi permettete solo un’ultima nota personale, ho potuto capire meglio il mio sacerdozio vedendo come nonno, in questi ultimi tempi, andava aprendosi e confidandosi sempre di più, rileggendo la sua storia, arrivando negli ultimi anni a riallacciare spiritualmente rapporti impensabili, rileggendoli nel suo cuore, raccontandoli con parsimonia perché “non erano cose degne di sapere, non interessanti per nessuno”, giustamente, ma solo oggetto del suo dialogo con Cristo.

Caro nonno, speriamo di poter e saper raccogliere alcune di quelle cose che tu non ritenevi totalmente degne di essere sapute, qualche testimonianza – soprattutto dei tuoi anni giovanili, dei tuoi rapporti con i protagonisti della vita della Chiesa e della cultura europea – e anche i tuoi scritti: ci interessano, perché il dono che Dio ti ha fatto, ci ha fatto, possa raggiungere quanta più gente possibile. Noi oggi non celebriamo te, ma il Signore e la sua infinità bontà, alla quale ti affidiamo e ci affidiamo. Amen.

Condividi:

Commenti