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Omelia della S. Messa di suffragio a Piero Vitto - di Samuele Pinna

Omelia della S. Messa di suffragio a Piero Vitto - di Samuele Pinna

 

di Samuele Pinna

 

Non è senza emozione che prendo la parola per questa omelia. Emozione, innanzi tutto, per le insigni personalità oggi presenti, per il cardinal Giovanni Battista Re, il quale ha chiesto – per me un grande onore! – che facessi proprio io un pensiero in questa solenne Eucaristia. Emozione, poi, sinceramente grande, per dover ricordare Piero Viotto, che è stato una persona davvero straordinaria nella sua umanità e ricerca scientifica, di cui molti – me compreso – hanno giovato.

Stiamo vivendo la Liturgia per come ci è offerta (non abbiamo cambiato il formulario eucologico né le Letture) e pare provvidenzialmente indicata e istruttiva dopo questo intenso pomeriggio.

Per il rito santambrosiano, oggi ricorre la memoria di san Galdino, vescovo di Milano dal 1166 al 1176. Mi pare una felice coincidenza – se così si può dire –, che permette di sottolineare l’ambrosianità di Piero Viotto, anche lui figlio illustre della Chiesa milanese, vivendo per molti anni nella città di Varese.

San Galdino, da arcivescovo – si racconta nella sua agiografia –, combatté senza risparmiarsi l’eresia càtara, che voleva una Chiesa composta solo di “puri”, dimostrandosi intrepido difensore della fede. Eresia ancor attuale, seppur rovesciata nei fattori, su cui si è speso il cardinal Journet, autore amato da Piero Viotto, il quale precisa che la Chiesa è santa, ma non priva di peccatori. Con audace parallelismo, mi pare che anche Piero Viotto abbia “combattuto” contro i molteplici errori moderni in difesa della Verità, che aveva trovato espressa, nella sua forma filosofica e teologica più alta, negli scritti di san Tommaso d’Aquino, reinterpretati in chiave contemporanea da Jacques Maritain, da Journet, Paolo VI e altri.

Non solo – e mi si perdoni anche questo ardito accostamento –, san Galdino, stremato dalle fatiche, trovò la morte nella sua cattedrale il 18 aprile, mentre attendeva con la consueta passione al ministero della parola: ancora una volta, mi sembra possibile un’analogia con Piero Viotto. Egli è stato un ricercatore dell’Assoluto davvero instancabile, ha fino all’ultimo (quante persone ha contattato per “lavoro” e per amicizia il giorno prima di morire!) donato tutto se stesso per quella Verità che coincide con la persona del Cristo.

Le Letture odierne ci ricordano proprio la centralità, per la vita di ciascuno, del Cristo paziente e glorificato. Nella prima si incontra la negativa figura di Simone mago (cfr. At 8, 18-25), il quale, vedendo che lo Spirito veniva dato con l’imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro per ricevere questo potere. La risposta di Pietro è significativa: non si può comprare con i soldi il dono di Dio! Tale Simone, nel suo proposito meschino, non ha nulla da spartire né tantomeno da guadagnare in questa cosa, perché il suo cuore non è retto davanti a Dio.

Quanta attualità in queste parole! È la grave tentazione, per ogni buon cristiano, di poter mercanteggiare il dono di Dio! È un rischio insidioso, perché si può essere anche animati da buoni propositi o convinti di ricercare il bene comune oppure di favorire gli altri. Il pericolo è, però, di cedere a poco a poco non al dono di Dio, ma a una mentalità mondana, accettando quello che fanno tutti, modificando la Verità eterna di Dio per compiacere l’uomo di oggi, come se fosse diverso da quello di sempre o non conosciuto fin nelle sue viscere dall’Eterno.

Piero Viotto, sulla scia di san Tommaso e di Maritain, ha invece insegnato la via difficile della santità dell’intelligenza: il saper cioè affrontare i problemi, di qualsiasi natura (spirituale e materiale, filosofica e teologica, politica e individuale) con la primaria capacità di ascoltare il Signore, il vero e unico Dio, non ridotto a un idolo fatto da mano d’uomo. È la via dell’umiltà, di chi sa riconoscere l’importanza del messaggio evangelico ed ecclesiale come bene per la propria vita, come gioia che non delude, come pienezza e beatitudine. In questo tempo liturgico di Pasqua, l’essere umili ci permette di riconoscere come il Signore ci abbia salvato con la sua morte redentiva, causa e motivo di felicità imperitura. Il cristiano non si scopre inutile, ma intuisce che la sua utilità è diventare dono, collaborando alla gioia dei fratelli e mettendosi a servizio in quanto strumenti di cui il Signore si serve per portare tutti a salvezza. Noi soli, infatti, non salviamo nessuno, ma c’è dato il compito augusto di cooperare al progetto di Dio, se uniti a Lui in una comunione profonda.

Non si tratta allora di dare soluzioni semplicistiche e a buon mercato, sottoscrivendo il pensiero dominante, frutto di una mentalità umana, ma – passando attraverso lo spogliamento della Croce – giungere a vita nuova trasformati da quell’Amore che si è fatto carne.

Benedetto XVI ha detto a questo riguardo che «non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana».

Il Vangelo di oggi (cfr. Gv 6, 1-15) ci mostra, pertanto, come il Signore debba essere il punto di riferimento imprescindibile proprio per superare le logiche umane, nel senso di mondane, così da poter sfociare in scelte teandriche.

Si racconta nel brano che una grande folla segue Gesù, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. C’è da un lato l’anonimità di questa gente, che perde il suo carattere individuale nella massa, ma c’è pure insieme un sensus fidelium di chi, magari confusamente, riconosce il Signore a partire da quello che fa e dice: è la fede dei piccoli, che non va tradita e che il Signore – nei racconti evangelici – non tradisce mai. Piero Viotto aveva grandemente in considerazione questo aspetto, quando esercitava la carità intellettuale, prendendo a monito le parole di Paolo VI, che ha scritto: «Anche la scienza può essere carità […]; chiunque con l’attività del pensiero e della penna cerca di diffondere la verità rende servizio alla carità».

La carità si esprime, come Gesù ha insegnato, in un’attenzione per tutti: alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui. A questo punto mette alla prova i discepoli e in questo caso Filippo ne è il portavoce. Capita che il Signore ci “provochi”: ciò aiuta a passare da uno sguardo puramente materiale sulla realtà (duecento denari di pane non sono sufficienti…) a uno spirituale in cui si affina quell’attenzione per agli altri (c’è qui un ragazzo…).

È molto bella la figura di questo ragazzo, presente nel racconto giovanneo, perché dice la prontezza della disponibilità del cristiano, che offrendo al Signore ciò che possiede (poco per tanta gente, ma abbastanza per se stessi) permette il miracolo. Credo sia stata anche questa la costante della vita di Piero Viotto: aveva abbastanza per sé, eppure ha voluto mettere tutto nelle mani di Dio, affinché questo poco diventasse capace di sfamare tanta gente.

Erano, infatti, cinquemila gli uomini presenti e subito viene in mente il passo degli Atti degli Apostoli in cui si sottolinea che la prima comunità di Gerusalemme era esattamente composta da quel numero di persone. Questo suggerisce come non ci sia miracolo se non nella Chiesa, anzi l’esistenza della Chiesa è il miracolo principale di Dio, come afferma sublimemente Dante nella Commedia (cfr. Paradiso, XXIV, vv. 106-109): dopo duemila anni – ecco il miracolo! – ci sono ancora persone che donano loro stesse per amore del Signore.

D’altronde, dove c’è il Cristo c’è abbondanza: raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. “Dodici”, nella Sacra Scrittura, ha il significato simbolico di “pienezza”. “Dodici” ricorda anche i mesi dell’anno, a suggerire che non c’è un tempo o uno spazio che non sia abitato da Dio.

La gente capisce la potenza di Gesù e vuole farlo re, ma lui si ritira sul monte, solo. È un altro il cammino che lo attende in quella Pasqua, ormai prossima, in cui si manifesterà la sua ora. E l’apice, per Giovanni, risulterà essere la Croce dove tutto si compie: ecco il vero potere per il cristiano! È il luogo in cui niente può renderlo schiavo, perché liberato dalla grazia da tutti i limiti a cui è sottoposta la sua natura decaduta. Persino il limite della morte: tutto è destinato a passare, ma non per finire nel nulla, ma per essere raccolto nell’eternità di Dio. A tal proposito, canta sant’Ambrogio: «Cum mors per omnes transeat, / omnes resurgant mortui, / consumpta mors ictu suo / perisse se solam gemat (Poi che tutti la morte avrà falciato, / tutti i morti risorgano; / e, da se stessa annientata, la morte / d’esser perita lei sola si dolga)». Solo la morte alla fine morirà!

Allora ricordiamo Piero Viotto non mediante una nostalgica celebrazione commemorativa, ma per avere coscienza che siamo qui in chiesa oggi per dire – con la nostra fede – che i nostri cari defunti sono vivi nel Signore Gesù e che un giorno ci rincontreremo in quell’Amore che non ha fine. Quell’Amore che Piero Viotto ha servito anche con la sua attività scientifica, lasciandoci una eredità preziosa, perché ausilio potente per vivere appieno il nostro essere cristiani nel mondo.

«Verrà un giorno – ha scritto Maritain poco tempo prima della sua dipartita al cielo – in cui questa grande patria, che è il mondo, ritroverà in buona parte, in mezzo a mali anch’essi nuovi, secondo la legge della storia del mondo, il fine vero per cui è stata creata; un giorno in cui una nuova civiltà darà agli uomini, non certo la felicità perfetta, ma un ordinamento più degno di loro e li renderà più felici sulla terra, poiché io penso che la meravigliosa pazienza di Dio non sia ancora esaurita, e che il giudizio finale non avverrà domani».

Camminiamo con entusiasmo verso la nostra Patria eterna, grati che in questa patria terrena abbiamo avuto la grazia di incontrare maestri che ci hanno indicato il giusto cammino, maestri che sono testimoni. Amen.

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