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Dorothy Day, una radicale, secondo il Vangelo

Dorothy Day, una radicale, secondo il Vangelo

Nel suo intervento al  Congresso degli Stati Uniti di America papa Francesco il 24 settembre 2015 raccomanda di abolire la pena di morte ed il commercio delle armi, ricorda quattro figure significative della loro storia: Abramo Linon, il Presidente dell’Unione che ha abolito la schiavitù; Martin Luther King, un pastore protestante noto per la sua lotta contro le discriminazioni razziali, Thomas Merton, un monaco trappista impegnato nel dialogo interreligioso, e Dorothy Day, una giornalista e attivista sociale, che si oppone alle conseguenze devastatrici del capitalismo con mezzi non violenti.

Dopo una vita inquieta e dissoluta, femminista e radicale, Dorothy Day si converte al cattolicesimo,  ma non cessa di essere anarchica e pacifista, e di partecipare alle lotte sociali, convinta che il mondo appartiene a Dio e tra gli uomini non debbono esserci padroni e servi, divisioni sociali e  territoriali. Più volte si trova in contrasto con la gerarchia cattolica americana, ma il suo radicalismo non è quello individualistico dei radicali, che sostengono il relativismo etico, ma è il radicalismo del Vangelo e si ispira al personalismo comunitario di Mounier e di Maritain, grazie all’apporto e alla  collaborazione di Peter Maurin[1] che l’affianca nelle sue iniziative editoriali e nelle sue opere di promozione sociale a favore dei poveri. L’arcidiocesi di New York ha iniziato il processo di canonizzazione, per cui Dorothy Day è considerata Serva di Dio, che è il primo gradino del processo, che porta al riconoscimento della santità.

Dorothy Day non scrive trattati, ma nei suoi articoli di giornale ed nei suoi romanzi autobiografici, si delinea una filosofia della vita che propone un rinnovamento della società attraverso uno spirito povertà e di solidarietà.[2]

 

 Una giovinezza inquieta

Come si può constatare dalle vicende della sua vita e nelle testimonianze della sua autobiografia Dorothy Day giunge all’Assoluto, si apre alla preghiera e alla contemplazione attraverso l’amore umano e attraverso l’amore per i poveri. Nasce a New York l’8 novembre 1897, , la madre di origine inglese e il padre di origine scozzese si sono sposati in una chiesa episcopale. John Day scrive per un giornale di san Francisco, ma  perde il lavoro a causa del terremoto e la famiglia, tre fratelli e due sorelle, deve trasferirsi a Chicago. Dorothy Day nel 1914 vince una borsa di studio per l’Università dell’Illinois, che frequenta per due anni, ma poi abbandona e torna a New York  dove incomincia a collaborare a diversi periodici di sinistra, prima al quotidiano socialista della città “The Call”, poi ad una rivista più radicalmente marxista “The Masses” che si oppone all’entrata in guerra degli Stati Uniti nel primo conflitto mondiale.  Nel 1917, a vent’anni,  la Day finisce in prigione per avere protestato con altre femministe, davanti alla Casa Bianca, contro l’esclusione delle donne dal voto. Trattata brutalmente fa lo sciopero della fame, liberata ritorna al suo lavoro di giornalista, fa propaganda femminista per la libertà sessuale e per un anno  lavora come infermiera in un ospedale, ma poi torna  al giornalismo. Legge molto e cerca nella letteratura la risposta ai grandi interrogativi della vita. Scrive Roberta Fossati “ La sua lettura preferita era la Bibbia; subito dopo venivano i testi della grande letteratura, come I fratelli Karamazov di Dostoevskij, Guerra a pace e Anna Karenina diTolstoj, David Copperfield di Dickens, libri diOrwell e di Silone, e anche di Cechov . Lei stessa diceva chedai capolavori letterari, dalle rappresentazioni della vitadei poveri fatte da pittori come Van Goghtraeva la forza per affrontare la quotidianità, affrontare lamattinata o il pomeriggio che le stava davanti”.[3]                                               Partecipa alle agitazioni popolari ma si definisce “una pacifista anche nella lotta sociale” e in quegli anni ha una vita affettiva inquieta e disordinata. Nel 1914 si innamora di Lionel Moise, un giornalista di nove anni più anziano di lei, mette su casa, rimane incinta ed abortisce, forse per conservare quel legame, ma si trova sola ed abbandonata. Reagisce e nel 1920 sposa civilmente Barkeley Tobey un ricco signore molto più anziano di lei, più volte sposato e divorziato, reporter  al “The New Republic”. Con lui fa un lungo viaggio in Europa, mentre è Capri scrive la sua prima autobiografia romanzata “L’undicesima vergine” che pubblica al suo ritorno in America. Il matrimonio fallisce e  Dorothy Daynel 1924 con i proventi dalla vendita  dei diritti del suo romanzo compra un casa in riva al mare, alla periferia di New York, dove va ad abitare con Forster Batterham, un biologo, nasce un vero amore coniugale, un rapporto stabile che dura quattro anni.  Si interrompe quando, essendo incinta, decide di non abortire e di fare battezzare la bambina che porta in grembo, ma lui anarchico e anticlericale non ne vuole sapere e lei rimane di nuovo sola. Lei continua a scrivere lettere di amore a Forster, lo supplica di sposarla, ma lui va convivere con un’altra donna.

Dorothy Day non sa come fare per battezzate la bambina, incontra per la strada una suora Aloysa Mary Mulhen, chiede aiuto, e la suora incomincia a farle visita e spiegarle il Catechismo della Chiesa Cattolica. Nel nuovo romanzo autobiografico che sta preparando, “Una lunga solitudine”, dopo essere andata a cercare le copie invendute del precedente per distruggerle, perché aveva creduto di essersi emancipata e si accorge di essersi sbagliata,  scrive: “Mi ero convinta che sarei divenuta cattolica, ma sentivo di tradire la classe cui appartenevo, i lavoratori, i poveri del mondo, coloro con i quali Cristo aveva passato la sua vita”[4]. La crisi personale della sua relazione affettiva si intreccia a quella sociale delle sue convinzioni politiche. Il suo biografico, ricorda citando le sue parole, “Mi disse «Arrivai al punto di dover scegliere tra l'uomo che amavo e Dio. Scelsi Dio. Per una donna che aveva provato le gioie del matrimonio, fu durissimo. Talvolta mi sentivo perduta, ma era il prezzo che dovevo pagare e lo pagai fino in fondo». Amava la chiesa «non per se stessa ma perché è Cristo fatto visibile». E, nel ribadirlo, aprì il libro della sua autobiografia dove aveva fissato la risposta esauriente alla provocazione di un cattolicesimo che spesso non sembra coerente col Vangelo: «Romano Guardini ha scritto che la Chiesa è la croce sulla quale Cristo è stato inchiodato. Non si può separare Cristo dalla sua croce, anche se si può vivere in uno stato di continua insoddisfazione per la Chiesa. Lo scandalo dei preti affaristi, del benessere, la mancanza di senso di responsabilità verso i poveri, i lavoratori, i negri, i messicani, i portoricani, e verso la loro oppressione attraverso il sistema del capitalismo industriale, sovente mi hanno fatto pensare che i preti fossero più simili a Caino che ad Abele. C'era un sacco di carità, ma assai poca giustizia. All'epoca della mia conversione non avevo mai sentito parlare di encicliche, ma ero convinta che la Chiesa fosse la Chiesa dei poveri. Quando Sacco e Vanzetti furono uccisi ingiustamente, dov'erano i cattolici che avrebbero dovuto alzare la voce in loro favore?» Dalla gerarchia americana ebbe più volte difficoltà. Spesso avvertiva la tentazione di ribellarsi al lusso della chiesa, al conservatorismo della gerarchia. Ma ogni volta si chiedeva come avrebbe fatto senza la presenza di sacerdoti: «Sono una parte vitale della nostra esistenza, sono al nostro fianco quando nasciamo, quando ci sposiamo, quando siamo malati o moriamo, dandoci il pane della vita, Cristo stesso che ci nutre.”[5] 

Dorothy cerca la fede, ma è inquieta e annota ancora “Il parto avvenne in marzo, alla fine di un rigido inverno. A dicembre ero tornata in città e avevo affittato un appartamento. Mia sorella venne a stare con noi, per aiutarmi negli ultimi mesi di gravidanza. Era bello là, vicino agli amici, vicino a una chiesa, dove potevo pregare. Allora leggevo molto l'Imitazione di Cristo. Sapevo che avrei fatto battezzare il mio bambino a qualunque costo. Non avrei voluto che brancolasse per anni come avevo fatto io, tra dubbi ed esitazioni, indisciplinata e amorale. Mi pareva che fosse la cosa più importante da fare per mio figlio. Per me stessa chiedevo a Dio il dono della fede. Ero sicura, ma non sempre. Rimandavo il giorno della decisione. Una donna non vuole essere sola in quei momenti. Anche la più incallita, la più irriverente, si sente intimidita dal mirabile evento della creazione. Farsi cattolica significava affrontare da sola la vita, ma io ero attaccata alla vita familiare. Era difficile pensare di rinunciare a un compagno affinché il mio bambino e io potessimo diventare fedeli della chiesa. Forster non avrebbe voluto saperne di religione o di me se mi fossi fatta cattolica. Perciò aspettavo”[6].

Poi  aggiunge “C'erano poi le norme ecclesiastiche sul matrimonio, un ostacolo per molti. E fu lì che cominciai a essere angustiata, impaurita. Diventare cattolica significava lasciare un compagno del quale ero molto innamorata. Ero arrivata al punto in cui dovevo scegliere: Dio e l'uomo. Avevo conosciuto abbastanza l'amore per sapere che una buona e sana vita familiare era quasi il paradiso in terra. C'era un altro esempio di paradiso, di godimento di Dio. Lo stesso atto sessuale era usato molte volte nelle Scritture come una figura della visione beatifica. E io non mi volgevo a Dio perché ero stanca di sesso, sazia, disillusa. Degli amici radicali insinuarono questo. Fu perché attraverso un amore completo, fisico e spirituale, arrivai a conoscere Dio. Fin da quando nacque, io volevo far battezzare Tamar Teresa. In ospedale, nel letto vicino al mio, una giovane cattolica mi aveva dato una medaglia di Santa Teresa di Lisieux. « Non credo a queste cose » le dissi, ed ecco un altro esempio di persone che non dicono quello che pensano”[7]   La bimba fu battezzata nel luglio del 1927 con i nomi di Tamara, che in ebraico significa piccola palma, e di Teresa, la mamma il 28 dicembre del medesimo anno.

 

 

Femminista e radicale anche dopo la conversione

 

Negli anni della grande depressione la povertà aumenta e il 30 novembre 1932 Dorothy Day è a Washington per la grande marcia dei disoccupati e si domanda cosa possano fare i cattolici per non abbandonare ai comunisti queste energie che si manifestano alla base della vita sociale. Peter Maurin  risolve le sue ansie e i suoi dubbi, le dice, citando Lenin, “Non  ci può esserci una rivoluzione senza una teoria della rivoluzione”[8] e la invita a promuovere insieme un periodico per sensibilizzare i lavoratori. Così Dorothy presenta questo protagonista di una rivoluzione non violenta: “Peter era il povero della sua epoca. Era il San Francesco dei tempi moderni. Era avvezzo alla povertà come il contadino è avvezzo alla vita dura, al cibo povero, al letto scomodo o a un qualsiasi giaciglio, allo sporco, alla fatica, al lavoro pesante e disprezzato. Era un uomo con una missione, una visione, un apostolato, aveva allontanato da sé onori, prestigio, riconoscimenti. Era davvero un umile di cuore. Dalle sue labbra non usciva mai una parola di denigrazione. Era impersonale nell'amore perché egli amava tutti, vedeva gli altri attorno a sé così come Dio li vedeva, e in loro vedeva Cristo”. [9]

Nel novembre del  1933 nasce, a spese loro, il mensile “The Catholich Worker”, ne sono stampate 2500 copie ed in un paio di anni la tiratura viene portata a 150.000 copie.  La Day scrive nell editoriale “E stampato per richiamare la loro attenzione sul fatto che la Chiesa Cattolica ha un programma sociale, per far loro sapere che ci sono uomini di Dio che lavorano non solo per il loro benessere spirituale,ma anche materiale. Era ora che ci fosse un giornale cattolico per i disoccupati. Lo scopo fondamentale della maggior parte delle pubblicazioni radicali è la conversione dei suoi lettori al radicalismo e all'ateismo. E possibile essere radicali e non atei? E possibile protestare, denunciare, reclamare, indicare gli abusi e chiedere riforme senza desiderare la sconfìtta della religione? Nel tentativo di divulgare e far conoscere le encicliche dei Papi relative alla giustizia sociale e il programma della Chiesa per la ricostruzione dell'ordine sociale, è iniziato questo notiziario“.(novembre 1933)[10]

Dorothy continua a fare la giornalista, gira tutta l’America, vive nelle comunità che via via promuove, ma solitamente abita in quella di New York dove continua a lottare in difesa dei diritti dei lavoratori Con Peter Maurin si interessa anche della vita intellettuale dei lavoratori, promuovendo incontri e tavole rotonde. Nel 1934 incontra Maritain a New York e dopo la conferenza gli chiede di potere portare ai suoi corsi un gruppo di giovani. Il filosofo accetta e la Day  gli scrive “Abbiamo preso degli appunti, e al ritorno al    <Catholic Worker>  abbiamo passato tre ore a discutere le idee fondamentali che avete evidenziato. Peter Maurin era in piena forma, esponeva le vostre idee ad un gruppo composto da una lavandaia, da un contabile senza lavoro, da un camionista, e da qualche intellettuale senza lavoro, profondamente scoraggiato, Come voi sapete, Peter Maurin  va in giro ad esporre il pensiero di san Tommaso, la vostra conferenza sarà discussa in ogni dove  Peter troverà un uditorio.  “[11]  Poi invita Maritain a parlare alle riunioni che lei stessa organizza ed è un successo:“Jacques Baker, uno dei nostri collaboratori, che ha trascorso in prigione otto anni dei suoi venticinque anni, il più delle volte per non avere rispettato le condizioni di libertà vigilata e che studia filosofia da cinque anni, ha voluto cambiare il nome Jack in Jacques. Trovo questo infinitamente emozionante, questo modo con cui le vostre opere si infilano anche nelle celle delle prigioni”.[12]                                                                                                                                   A parte alcune riserve sull’anarchismo e sul pacifismo tra Maritain e il gruppo che si sviluppa intorno a Dorothy Day, c’è grande comprensione e stima se Maritain scrive a Maurin: ”Al <Catholic Worker> mi è sembrato di avere ritrovato l’atmosfera della boutique di Pèguy , con tanta buona volontà e con tanto coraggio! E’ così con i mezzi poveri ed un grande amore che si prepara ardentemente un futuro migliore…. che in luogo di essere fondato su di una concezione materialistica del mondo, come nello Stato comunista e nello Stato capitalista, sarà polarizzato in relazione alla dignità spirituale della persona umana e sull’amore che le è dovuto”. (7 dicembre 1934)  Dorothy Day , secondo Bernard Doering, situa l’opera di Maritain, Strutture politiche e libertà[13] nella formazione del suo pensiero al medesimo livello di influenza di quello della Bibbia e dei Fratelli Karamazov

Tra la Day, Maritain e Mounier c’è una perfetta intesa sui problemi che travagliano il mondo in quegli anni, sull’insorgere dell’antisemitismo e sulle lacerazioni della guerra civile spagnola. E’ molto interessante al riguardo la documentazione riportata da R. Fossati “Il primo vero banco di prova del pacifismo del suo giornale fu la guerra civile spagnola, che iniziò nel 1936. Il «Catholic Worker» si rifiutò di parteggiare per uno dei due contendenti e protestò energicamente contro la posizione diffusa tra le gerarchie e i fedeli cattolici a favore di Francisco Franco. …Nella contesa furono anche coinvolti i filosofi francesi personalisti, Emmanuel Mounier e Jacques Maritain. Nel dicembre 1936 il «Catholic Worker» riportò una lettera già pubblicata su «Esprit», indirizzata da un cattolico spagnolo a Mounier: dalla redazione della rivista veniva ribadita la centralità del comandamento "Non uccidere" contro la pretesa del caudillo di intervenire con le armi contro il governo spagnolo.Maritain pubblicò sul «Catholic Worker» un articolo che condannava l'antisemitismo delle dottrine fasciste, considerandolo «una sorta di razzismo religioso», e metteva in guardia i cattolici dal mito funesto della guerra santa. In una copia manoscritta di una intervista a Maritain, conservata tra i documenti del «Catholic Worker», il filosofo francese diceva che sarebbe stato onorato di essere ebreo e di non avere nessuna idea ostile nei confronti dei comunisti; aggiungeva che la Spagna era portata alla rovina dai franchisti. Molti cattolici reagirono con asprezza alla posizione di Dorothy Day e di Maritain; il «Catholic Worker» ricevette molte lettere di biasimo“[14] e perse molti abbonamenti.

Malgrado questo impegno culturale e questo attivismo sociale la Dorothy Day aveva un animo contemplativo, tanto che nel 1943 si allontana dai suoi amici e collaboratori per un lungo ritiro spirituale di sei mesi, ma alla fine ritorna ad immersi tra la gente, convinta che curare le piaghe dei sofferenti sia amche un modo concreto di fare contemplazione. Gesù prima di istituire l’Eucarestia si mise a lavare i piedi dei suoi discepoli, scandalizzati. La Day è altrettanto impegnata nel servizio ai poveri e nella lotta non violenta, quanto nella meditazione e nella preghiera.

Quando il card. Francis Joseph Spellman, arcivescovo della città dal 1946 al 1967, durante uno sciopero dei lavoratori del cimitero cattolico li sostituisce con i seminaristi, gli scrive una lunga lettera di protesta e quando le chiede di togliere il nome “Cattolico” dal titolo del mensile,  rifiuta. Confida al suo biografo “Un Cardinale, male consigliato, ha esercitato in modo schiacciante una prova di forza contro il sindacato dei poveri di lavoro C'è una tentazione del demonio, ed è più terribile di tutte le guerre, la guerra tra il clero e i laici"; poi aggiunge “Eravamo pronti per andare a San Patrizio, davanti alla Chiesa, a stare fuori in orante meditazione. Eravamo pronti ad approfittare delle libertà americane in modo che potremmo dire quello che pensavamo e fare quello che abbiamo creduto di essere la cosa giusta da fare”. Ma rispetta la sua autorità spirituale “E’ il nostro sommo sacerdote e confessore, lui è il nostro leader spirituale di  tutti noi che viviamo qui a New York, ma non è il nostro sovrano”[15]

Precise distinzioni marotainiane tra il piano del temporale e il piano dello spirituale che troviamo anche a riguardo di Fidel Castro, che a Cuba ha imposto un regime comunista. Nel 1962 al ritorno da un viaggio di un mesi in quell’isola, osteggiato dalle autorità perché americana, che gli ritirano l’accredito di giornalista, in un diario del viaggio pubblicato a puntate sul mensile, scrive “Sono dalla parte di coloro che si interessano alla vita religiosa del popolo e non posso essere dalla parte di un regime che vuole estirpare la religione, ma quando quel regime cerca di migliorare la vita del popolo (una vita su cui la grazia può costruire) non si può fare a meno di essere a favore delle misure adottate”. (CW. ottobre 1962)

Nel 1963 Dorothy Day si reca a Roma in pellegrinaggio con un gruppo di “Madri per la pace”, con la speranza di essere ricevuta da Giovanni XXIII, perché lo vuole ringraziare  per l’enciclica “Pacem in terris”; il papa è molto malato e viene ricevuta dal card: Agostino Bea che la ascolta con molto interesse. L’enciclica riconosce il valore dei metodi non violenti: “Non possiamo non lodare l'opera di quanti rinunciano all'uso della violenza nel rivendicare i propri diritti e ricorrono a metodi di difesa accessibili anche agli avversari più deboli, purché questo possa avvenire senza ledere i diritti e i doveri degli altri o della comunità stessa” (GS, n. 78), e l’obiezione di coscienza  “sembra inoltre conforme ad equità che le leggi provvedano umanamente al caso  di coloro i quali, per motivi di coscienza, rifiutano di impugnare le armi, a condizione che siano disposti a servire la comunità in altro modo” (GS, n. 79).

Madre di Teresa di Calcutta con cui ha una corrispondenza ed un rapporto di amicizia, le scrive per i suoi 75 anni: “Tanto amore, tanto sacrificio, tutto solo per Lui. Tu sei stata un bellissimo tralcio della Vite, che è Gesù, e hai permesso a Suo Padre, il Padrone della vigna, di potarti in modo così frequente e radicale. Tu hai accettato tutto con grande amore...”[16]  . Nel 1976 Dorothy Day partecipa al Congresso eucaristico di Philadelphia  e tiene una relazione sul tema “La penitenza precede l’Eucarestia”. Muore il 29 novembre 1980 nella casa di State Island, dopo essere diventata nonna e bisnonna.; Forster Batterham è presente ai suoi funerali, aveva convissuto per trent’anni con una nuova compagna; quando si era ammalata di cancro, la Day l’aveva accolta e curata fino alla morte, prima della quale aveva chiesto e ricevuto il battesimo.   

 

Un cristianesimo radicale

 

Dorothy Day, come rileva il suo biografoParlava in modo spontaneo, senza servirsi degli appunti, sempre con la sigaretta in bocca e faceva colpo sull'uditorio dichiarando che il mondo sarebbe notevolmente migliorato se solo i cristiani avessero fatto uno sforzo per cercare il volto di Cristo negli altri, soprattutto i poveri e i condannati. «Coloro che non sanno vedere Cristo nei poveri», spesso ripeteva, «sono i veri atei»”[17]. Dorothy Day rappresenta la contestazione alla “società dei consumi”, ad una società fondata sul denaro e sul benessere per pochi, frutto dell’idolatria del denaro, conseguenza del regime economico capitalistico nel quale, essendo il profitto lo scopo fondamentale dell’impresa, non è il denaro che alimenta  il lavoro, ma è il lavoro che alimenta il denaro. L’antitodo che Dorothy Day propone consiste nell’imparare a vivere del proprio lavoro,  in povertà , accettando da ridurre le proprie esigenze, affinché una vita dignitosa sia possibile a tutti rinunciando, ai privilegi di una proprietà non solidale, secondo il principio formulato da Louis Blanc e ripreso da Marx  “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno  secondo i suoi bisogni” ma che si trova già nel Nuovo testamento. Infatti  san Paolo afferma “se uno non vuole lavorare,  neanche mangi” (2Ts. III, 10), e  gli Atti degli apostoli ci dicono che i primi cristiani vivevano in spirito comunitario, e il ricavato dalle vendite dei beni “veniva distribuito a ciascuno secondo che ne aveva bisogno” (At. IV, 35).                                                                               Dorothy Day non è mai stata marxista, anche se per un certo periodo non ha aderito al Partito Socialista, ha avuto simpatie per i comunisti, non per la loro filosofia o i loro metodi di lotta, ma per le loro intenzioni. Nella sua autobiografia scrive: “  Ho detto talvolta con impertinenza che la massa dei cristiani borghesi, soddisfatti di sé, negatori di Cristo nei suoi poveri mi fece volgere al comunismo e che furono i comunisti che mi fecero volgere a Dio”.[18] Ed in altro passaggio aggiunge “Posso affermare con certezza di avere amato i comunisti con cui ho lavorato e di avere imparato molto da loro. Essi mi hanno aiutato a trovare Dio nei Suoi poveri, nei Suoi derelitti, come non ero riuscita a fare nelle chiese cristiane... I miei compagni radicali si sono sempre battuti per una società migliore in cui non ci fossero più così tanti poveri.”[19]

Dorothy Day, che promuove la nascita di case di accoglienza in tutta l’America, ha un’attenzione particolare anche per gli emigranti, e ricorda “George Putnam, l'incaricato della nostra casa a Los Angeles, mi ha raccontato di aver raccolto un uomo nel deserto, così provato dalla fame, che per il resto del viaggio non riuscì a trattenere né acqua né cibo. Ogni tanto dovettero fermare la macchina e stenderlo sul terreno per calmare l'agonia convulsiva del suo stomaco. Mentre ero a Los Angeles giunse da noi una giovane coppia con un bimbo di un mese e un altro di diciotto mesi. Un operaio gentile aveva dato loro un passaggio nell'ultimo tratto di viaggio e offerto loro la propria camera dal momento che lavorava di notte e poteva dormire di giorno. Il padre dei due bambini era un falegname. Si può vedere Giuseppe in quel disoccupato? La Sacra Famiglia rappresentata in quel piccolo nucleo? E Cristo nell'operaio che li aiutò? Cristo era un lavoratore e nei tre anni in cui camminò attraverso la Palestina non aveva luogo su cui posare il capo. Ma disse: «Non datevi pensiero di ciò che mangerete, dove dormirete o di ciò che indosserete. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date...» “ (CW.dicembre 1937)[20]

La sua filosofia pratica consiste nell’accoglienza del povero, del senza tetto, dell’emarginato dalla società opulenta e nel fornire loro possibilità di lavoro, affetto e comprensione in una condivisione della loro condizione sociale.  Dorothy Day che non intende fare un’azione politica, sa che la società si struttura in diversi gruppi, lei vuole essere con gli ultimi, vivere la loro condizione umana. Nel suo diario nel 1957 c’è un’annotazione interessante. Dopo essere stata nuovamente rinchiusa in un carcere, un’esperienza che ti annienta, ti umilia e ti fa soffrire, scrive “a dire il vero, la prigione ci attirava, perché così potevamo venire in contatto con la povertà vera e non si trattava più di gestire una casa d'ospitalità, distribuire cibo e indumenti, occuparci degli ultimi; finalmente eravamo anche noi come loro. Cristo è sempre presente, non solo nel Santissimo Sacramento e là dove due, o più di due, sono riuniti nel Suo nome, ma anche nei poveri. E chi c'è di più povero e desolato nell'anima e nel corpo di questi nostri fratelli rinchiusi nelle carceri?”.[21] Secondo questo atteggiamento non basta “Vivere tra gli altri” con una presenza fisica o “Vivere per gli altri” con una presenza morale, ma bisogna “Vivere con gli altri” condividendone la condizione esistenziale, E’ lo stesso atteggiamento di Jean Vanier[22] fondatore delle “Comunità dell’Arca” per handicappati mentali gravi, nelle quali familiari, educatori e malati convivono in una esperienza di vita comune.

Per Dorothy Day la povertà non è solo una situazione di bisogno materiale, ma è anche, e soprattutto, una situazione spirituale, perché  il soggetto in difficoltà, non prova soltanto un complesso di inferiorità, confrontandosi con gli altri, ma  soffre di un complesso di povertà, in quanto percepisce, più o meno consapevolmente, di non essere quello che avrebbe potuto essere. Pertanto non basta il soccorso economico e l’assistenza sociale, occorre una valorizzazione del  povero, condividendone l’esperienza. Non si tratta di vivere in miseria, di non rimuovere gli ostacoli che creano difficoltà, ma di vivere in spirito di povertà accontentandosi del necessario, senza cercare il superfluo. Siamo proprio agli antipodi dell’educazione borghese che fa della ricchezza materiale e delle comodità lo scopo della vita. Questa filosofia ha anche una valenza politica, in quanto si potrà avere giustizia sociale solo quando i ricchi cesseranno di vivere per aumentare la loro ricchezza, e quando la ricchezza prodotta dal lavoro umano deve essere ridistribuita secondo i bisogni di ciascuno.

R. Fossati rileva “Nei suoi scritti Dorothy parla spesso del distributismo: esso consiste in una terza via tra socialismo e capitalismo e prevede la maggior distribuzione possibile dei mezzi di

produzione. Viene dedotto soprattutto dalla Rerum Novarum e dalla Quadragesimo Anno. La maggior parte delle persone, secondo questa interpretazione, deve essere messa in grado di possedere la casa e dei mezzi di produzione per poter vivere del proprio lavoro. Tutto questo è impedito invece dal socialismo, che non ammette proprietà privata, e dal capitalismo, che riserva la proprietà privata a pochi. La teoria distributista era stata elaborata dallo scrittore britannico Gilbert Keith Chesterton e dal suo amico Hilaire Belloc e si era diffusa anche negli Stati Uniti“.[23]

 

La filosofia della non violenza, scioperi e digiuni

 

Dorothy Day non sta a guardare l’ingiustizia che genera la miseria, riconosce che bisogna combattere contro gli sfruttatori e gli oppressori, ma il metodo concreto è la disubbidienza civile, la non violenza, il pacifismo ad oltranza. Non è un metodo facile se scrive “Ciò che è difficile far capire al militante è che dobbiamo amare anche il datore di lavoro, per quanto egli possa essere ingiusto, che dobbiamo cercare di vincere la sua resistenza con una resistenza non violenta, smettendo di lavorare, per esempio, con scioperi e boicottaggi. Questi sono i mezzi non violenti ed efficacissimi. Dobbiamo cercare di educarlo, di convertirlo. Dobbiamo perdonarlo settanta volte set-

te, proprio come perdoniamo il nostro compagno di lavoro e continuiamo a cercare di portarlo alla solidarietà“. [24] Questo atteggiamento evangelico ha anche una spiegazione filosofica, infatti in un editoriale scrive “San Tommaso dice che l'ira non è peccato, purché non ci sia il desiderio scorretto di vendetta. Noi non vogliamo la rivoluzione, vogliamo la fraternità tra gli uomini. Vogliamo che gli uomini si amino l'un l'altro. Vogliamo che tutti gli uomini abbiano quanto è sufficiente per le loro necessità. Ma quando incontriamo persone che negano Cristo nei suoi poveri percepiamo l'ateismo“ (CW aprile 1937)[25]

La sua opposizione non violenta, come quelle di Martin Kuther King[26] e di Saul Alinsky[27], è da considerarsi un comportamento straordinario, e con realismo Dorothy Day scrive ”L'importante è riconoscere che non tutti sono chiamati, non tutti hanno la vocazione per questo tipo di protesta, fatta di digiuno, sofferenze e lunghi e snervanti periodi di detenzione. Ognuno fa quello che può, c'è tutta la gamma delle opere di misericordia fra cui scegliere... Tutti collaborano, costruendo case, aumentando la produzione alimentare, creando istituti di credito, lavorando alla fabbricazione di generi di prima necessità, occupandosi dell'artigianato. Tutte queste attività rientrano nella categoria delle opere di pace, contrapposte a quelle che conducono alla guerra.”[28] Ed aggiunge “Ma non basta distribuire il pane, e neppure offrire un tetto. Ci sarà sempre chi vive per la strada. Quello di cui abbiamo bisogno sono cooperative, terra da coltivare, comuni agricole ben fatte, sindacati. Nel nostro lavoro c'è tanta follia, profezia e santità... il nostro cuore anela a un nuovo ordine sociale dove regni per sempre la giustizia.”[29]  L’importante è non lavorare per la guerra e vivere in spirito di comunità, perché l’uomo è stato generato in una relazione sociale ed ha bisogno di vivere con gli altri non solo per se stesso.

Per Dorothy Day rientra in questi filosofia della non violenza anche lo sciopero e il picchettaggio. “Siamo franchi, diciamo chiaramente che prendiamo posizione non a favore dei salari, degli orari e delle condizioni di lavoro, ma della verità fondamentale che gli uomini dovrebbero essere trattati non come oggetti di proprietà, ma come esseri umani, come «templi dello Spirito Santo». Quando Cristo prese su di sé la nostra natura umana, quando diventò uomo, egli conferì dignità e nobilitò la natura umana. Egli disse «II Regno dei Cicli è in voi». Quando gli uomini scioperano, seguono un impulso sovente cieco, sovente non informato, ma un buon impulso, si potrebbe dire un'ispirazione dello Spirito Santo. Essi cercano di sostenere il loro diritto di essere trattati non come schiavi, ma come uomini. Lottano per la partecipazione nella gestione, per il loro diritto di essere considerati soci nell'impresa in cui lavorano. Lottano contro l'idea che il loro lavoro sia un bene da comprare e vendere”.(CW. luglio 1936)[30]

La lotta non violenta comporta anche sacrifici personali come il digiuno, sia per fare pressione psicologica che come partecipazione personale al travaglio degli avvenimenti in corso. Un metodo che Dorothy Day  mise in pratica anche durante i lavori del Concilio Vaticano II, quando nel settembre del 1965 si recò a Roma con un gruppo di donne per un digiuno di dieci giorni, organizzato insieme a uomini e donne della Comunità dell’Arca affinché i padri conciliari  prendessero in considerazione i problemi della pace. Ne parla in un editoriale in cui scrive “La sera del 10 ottobre, il digiuno, quei dieci giorni in cui non prendemmo altro che acqua, terminò.Per quanto duro, non fu che un digiuno simbolico, se si considera i problemi del mondo in cui viviamo. Fu una piccola offerta di sacrificio, un obolo della vedova, pochi pani e pesci. Dobbiamo “. (CW. novembre 1965)[31] L’8 dicembre viene pubblicata la costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa e il mondo contemporaneo, nella quale l’intero capitolo quinto è dedicato alla “Promozione della pace” e il paragrafo 82 riguarda “La condanna assoluta della guerra e l’azione internazionale per evitarla”

 

Il pacifismo ad oltranza

L’adozione di un metodo di lotta non violenta, per Dorothy Day comporta un pacifismo ad oltranza, perché in nessun caso la guerra è lecita, su questo punto, negli anni della seconda guerra mondiale, come risulta dalla loro corrispondenza, si trovò in contrasto con Maritain, che considerava la resistenza al nazismo che aveva occupato l’Europa un dovere morale ed auspicava l’intervento degli Stati Uniti. In un lungo editoriale la Day scrive “Siamo in guerra, una guerra dichiarata contro il Giappone, la Germania, l'Italia. Ma possiamo continuare a ripetere le parole di Cristo ogni giorno, tenendole ferme nel cuore, stampandole ogni mese sul giornale. Già in passato l'Europa è stata un campo di battaglia. Ma ricordiamo San Francesco che parlò di pace e lo ricorderemo anche ai nostri lettori in modo che non dimentichino”. Poi precisa “Siamo ancora pacifisti. Il nostro manifesto è il Sermone della Montagna, il che significa che cercheremo di essere costruttori di pace. Parlando per i nostri molti obiettori di coscienza, non parteciperemo ad azioni di guerra armata, né alla produzione di munizioni, né acquisteremo obbligazioni del governo per proseguire la guerra, e inviteremo altri a seguirci. Ma neppure, nel nostro atteggiamento critico, saremo distruttivi. Amiamo il nostro paese, e amiamo il nostro Presidente. Siamo l'unico paese al mondo in cui uomini e donne di tutte le nazionalità hanno trovato rifugio dall'oppressione. Riconosciamo che nelle intenzioni abbiamo cercato di sostenere la pace, per amore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, ma in concreto abbiamo fallito, come americani, nel vivere secondo i nostri principi“. (CW gennaio 1942) [32]

Di nuovo molti lettori abbandonano il periodico e la Day viene considerata un’ingenua sentimentale, ai suoi accusatori risponde “Questa è un'accusa da sempre lanciata contro i pacifisti. Si suppone che abbiamo paura della sofferenza, dell'asprezza della guerra. Ma coloro che parlano della nostra delicatezza, del nostro sentimentalismo vengano a vivere con noi in case fredde, senza riscaldamento, nei quartieri poveri. Vengano a vivere con i criminali, gli squilibrati, gli alcolizzati, i degradati, i pervertiti. (Non fu il povero ammodo, il peccatore ammodo ad essere l'oggetto dell'amore di Cristo). Vengano a vivere con topi, parassiti, cimici, scarafaggi, pidocchi (potrei descrivere i diversi tipi di pidocchi dell'uomo)“. (CW febbraio 1942)[33]

Quando nel 1945 gli americani per terminare la guerra sganciano la bomba atomica scrive parole durissime: “ «speriamo di averli uccisi», dice la Associated Press a pagina uno, colonna uno dell' Herald Tribune. Si spera in questo risultato non ancora certo. Si spera che siano stati vaporizzati i nostri fratelli giapponesi, uomini, donne e bambini, sparsi ai quattro venti, sui sette mari. Forse respireremo la loro polvere nelle nostre narici, li sentiremo nella nebbia di New York sui nostri volti, li sentiremo nella pioggia sulle colline di Easton... Il presidente Truman era giubilante. Noi abbiamo creato. Abbiamo creato distruzione. Abbiamo creato un nuovo elemento, chiamato plutonio, la natura non ha nulla a che fare con esso “. CW settembre  1945)[34] Durante la guerra in Vietnam, un conflitto che durò 15 anni, non viene usata l’arma atomica, ma bastano le armi tradizionali a seminare la devastazione, Dorothy Day scrive diversi editoriali ne segnalo uno molto significativo perché raccorda guerra e capitalismo “Siamo al caldo, nutriti, al sicuro (a parte occasionali crimini tra noi). Tra le nazioni siamo la più potente, la più armata e forniamo armi e denaro al resto del mondo, dove non siamo in guerra direttamente. Noi mangiamo, mentre c'è carestia nel mondo….Noi siamo i ricchi. < Guai ai ricchi! > Le opere di misericordia sono l'opposto delle opere della guerra. Dar da mangiare agli affamati, ospitare i senzatetto, curare gli ammalati, visitare i carcerati. Ma noi stiamo distruggendo i raccolti, mettendo a fuoco interi villaggi con le persone che vi abitano. Non compiamo opere di misericordia, ma opere di guerra. Non dobbiamo stancarci di ripeterlo“. (CW. gennaio 1967)[35]

 

Dorothy Day nella letteratura e nella storia 

L’opera di promozione sociale di Dorothy Day e di Peter Maurin continua nelle numerose comunità sparse in tutto il mondo ed è stata anche narrata nel romanzo I Malfattori che l’autrice Caroline Gordon ha dedicato a Maritain riconoscendo “La cosa che più mi ha colpito in Maritain è che egli sa leggere un romanzo come un romanziere, leggere la poesia come un poeta, e guardare una quadro come un pittore. Io credo che Maritain conosca il romanzo meglio di tutte le altre persone di mia conoscenza”. Il filosofo ringraziando risponde “Ho appena finito il vostro libro, pochi libri mi hanno commosso così tanto, perché forse sentivo palpitare ovunque il vostro cuore. Questo libro è pieno di poesia, implacabile e amoroso…..Il fatto che i vostri personaggi rimandino a persone molto reali e vicino a noi, come Dorothy Day e Peter Maurin (probabilmente anche altri che non ho saputo riconoscere) dà loro una strana dimensione e li rende curiosamente familiari. Ciò che a niente a che fare con un romanzo a chiave, ma è piuttosto un uso delle sfumature molto nuovo, audace e ben riuscito”. (28 marzo 1956)[36] Nel romanzo di Caroline Gordon l’esperienza delle comunità di accoglienza è presente sottotraccia, chi vuole rendersi conto dei principi che animano il  “Catholic Worker Movement” deve risalire agli scritti autobiografici e può constatare che il segreto di questi successo è lo spirito comunitario che solo il lavoro materiale può alimentare. Dorothy Day, pensando alla solitudine di ogni uomo non in senso sociologico ma esistenziale, perché ciascuno è solo di fronte all’Assoluto, scrive : “L’uomo non è stato creato per vivere da solo. Cucinare, mangiare, cucire, lavare, rassettate sono tutte gioie sterili se si è soli. Non si può fare a meno di una comunità, sia essa una famiglia, un convento o una pensione”[37]Maritain  in  Riflessioni sull’ America ricordando il lavoro di Dorothy Day,  e citando Una lunga solitudine, scrive nel 1958  “E’ un fatto che in ogni parte del mondo il regime industriale tende a fare dell’individuo non organizzato e non organizzabile un povero, cioè  un assolutamente indigente, la vittima di una sorta di sacrificio umano offerto agli dei della civiltà. Ciò costituisce per il genere umano la estrema malattia sociale, da curare in ogni parte del mondo a forza di intelligenza e di generosità”. [38] Una risposta a questa situazione sociale insostenibile è possibile, ma non può venire solo dalla politica, perché c’è sempre chi non essendo in grado di gestire il proprio avvenire ha bisogno della solidarietà umana, che nasce dalla consapevolezza di essere tutti fratelli. Dorothy Day riflettendo sulla sua lunga esperienza conclude: “Se ho realizzato qualche cosa nella mia vita, è perché non mi sono, mai, vergognata di parlare di Dio” e chiede che sulla sua tomba siano scritte queste parole “Deo gratias”.[39]

                                               

 

[1] Peter Maurin, (1877-1933) un immigrato francese di origine contadina, più vecchio di  lei di vent’anni, che vive come un eremita e fa l’insegnante privato nella periferia di New York senza farsi pagare.

[2] Scrive un primo romanzo autobiografico nel 1924 The eleventh virgin (L’undicesima vergine) e un secondo romanzo The Long Loneliness, che recupera in parte il precedente. Una lunga solitudine, Jaca Book, Milano 1983. Cfr.la biografia J. Forest, L’anarchica di Dio, Edizioni Paoline, Milano 1989 e l’antologia Day, Fede e radicalismo sociale, a cura di Roberta Fossati, La Scuola, Brescia 2012, che riporta diversi articoli dal The “Catholic Woerker”

[3] R. Fossati, Day, Fede e radicalismo sociale, ed. cit,   p. 32

[4] D. Day, Una lunga solitudine, ed. cit. p. 140

[5] J. Forest, L’anarchica di Dio, p. 8-9

[6] D. Day, Una lunga solitudine, ed. cit. p. 133

[7] Ivi p. 136

[8] Citato in J. Forest, L’anarchica di Dio, p. 107

[9]  D. Day, Una lunga solitudine, ed. cit. pp. 251-252

[10] Testo citato in R. Fossati, Day, Fede e radicalismo sociale, ed. cit,   p.82

[11] Lettera in AA. VV. Jacques Maritain face à la modernité, Presses Universitaire du Mirail, Tolosa 1995, p. 188

[12] Lettera citata in Bernard Doering, L’ héritage américain de Jacques Maritain . p. 189

[13] J. Maritain, De régime tempore et de la liberté, Desclée de Brouwer, Parigi 1933; tr,it. Strutture politiche e libertà, Morcelliana, Brescia 1968

[14] R. Fossati, Day, Fede e radicalismo sociale, ed. cit,  p17

 

[15] Testi citati in J. Forest, L’anarchica di Dio, p. 55

[16] Testo citato in J. Forest, L’anarchica di Dio, p. 233

 

[17] J. Forest, L’anarchica di Dio, p. 133

[18] Testo citato in R. Fossati, Day, Fede e radicalismo sociale, ed. cit,   p 57

[19] Testo citato in J. Forest, L’anarchica di Dio, ed. cit,   p. 159

[20] Testo citato in R. Fossati, Day, Fede e radicalismo sociale, ed. cit,   p.82

[21] Testo in  J. Forest, L’anarchica di Dio,  ed. cit,  pp. 169-170

[22] Jean Vanier  (1928) canadese, ufficiale di marina abbandona il servizio militare per dedicarsi allo studio della filosofia, laureandosi nel 1962 a Toronto, poi si deduca all’educazione di handicappati gravi. Tra le opere La mia debolezza è la mia forza (1968) Il tuo silenzio mi interpella (1971)  La comunità luogo del perdono e della festa (1989)

[23] R. Fossati, Day, Fede e radicalismo sociale, ed. cit,   p. 37

[24] Testo citato in. 58

[25] Testo citato in R. Fossati, Day, Fede e radicalismo sociale, ed. cit,  p. 95

[26] Martin Luther King (1929-1968 ), pastore protestante, attivista non violento, muore assassinato. Tra le opere La forza di amare Sei, Torino 2002

[27] Saul Alinsky (1909-1972) attivista sociale Cfr. B. Doering e L, D’Ubaldo, Maritain e Alinsky, un’amicizia, Il Mulino 2011

[28] Testi in  J. Forest, L’anarchica di Dio,  ed. cit,  pp. 199

[29] Ivi p.  210

[30] Testo citato in R. Fossati, Day, Fede e radicalismo sociale, ed. cit,  p. 90-91

[31] Testo citato in R. Fossati, Day, Fede e radicalismo sociale, ed. cit,  p.111

[32] Testo citato in R. Fossati, Day, Fede e radicalismo sociale, ed. cit pp.102-103)

[33] Testo citato in R. Fossati, Day, Fede e radicalismo sociale, ed. cit pp.104-105

[34] Testo citato in R. Fossati, Day, Fede e radicalismo sociale, ed. cit p. 107

[35] Testo citato in R. Fossati, Day, Fede e radicalismo sociale, ed. cit p. 112

[36] Lettera riportata in P. Viotto Grandi amicizie, I Maritain e i loro contemporanei, Città Nuova, Roma  2008, p. 321

[37] Testo in  J. Forest, L’anarchica di Dio,  ed. cit,  pp. 147

[38] J. Maritain, Riflessioni sull’America, Morcelliana, Brescia 1974 p. 129

[39] D. Day, Una lunga solitudine, ed. cit, p. 278

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