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Oltre l’élite degli ‘intelligenti’

di Giulia Paola Di Nicola

 

L’esaltazione del talento inevitabilmente emargina dal circuito privilegiato dei ‘grandi’ quanti risultano dotati di un quoziente intellettuale medio basso,  le classi più umili, i non istruiti e tra questi le donne, molto raramente considerate “di talento”.  Ne scaturisce uno schema dicotomico e conflittuale tra genialità e mediocrità (del tipo “borghesi e proletari”), che esalta l’élite della classe culturalmente dominante, assecondando il mito dell’intelligenza intellettualistica, so­pravvissuto alla caduta dell’illuminismo, ai fallimenti della Ragione e non scardinato neanche da interpre­tazioni apparentemente alternative, quali il romantici­smo, l'hegelismo, la psicanalisi, l’irrazionalismo nietzschiano. All’opposto, l’umiliazione dei ‘subdotati’  (si pensi alle valutazioni discriminanti della scuola e alle pretese dei genitori di avere un figlio ‘genio, magari procreandolo secondo  le nuove conquiste della genetica) non rende ragione della complessità della realtà che viene semplificata contrapponendo il potere raziocinante maschile alla funzione materna femminile. E’ uno stereotipo che ha condizionato la storia e che ancora persiste in taluni ambienti nel sottofondo delle categorie culturali ereditate. A ciò si aggiunge che anche gli spiritualisti hanno la tendenza a ridurre lo Spirito a ragione, intelletto, mente, con relativa sottovalutazione dell'intuizione, dell’empatia, della profezia, dell’immaginazione creatrice, tratti più distintivi della femminilità, benché costitutivi in generale della vita di relazione in quanto tale[1].

Gli studi contemporanei vanno fortunatamente rivalutando una interpretazione diversa della genialità,  mostrando che il più delle volte le scoperte dei ‘geni’ sono casuali (il  neologismo serendipità collega la genialità all’osservazione di e-venti che s’impongono dall’esterno e producono effetti imprevisti)[2]. Inoltre  si dà orami per scontato che esiste una molteplicità di forme di intelligenza che distinguono e caratterizzano le diverse persone per cui è possibile riconoscere a ciascuno un certo tipo di intelligenza,  brillante in una settore e manchevole in un altro, in modo tale da riconoscersi tutti dipendenti da tutti (intelligenza linguistico/verbale,visivo/spaziale, musicale, intrapersonale, interpersonale, cinestesica).

Questo ci consente di comprendere in modo diverso il senso della parola ‘genio’ tanto utilizzata da Giovanni Paolo II in poi per caratterizzare la femminilità il riconoscimento della genialità femminile consente il riconoscimento della dignità della donna e  favorisce una relazione di reciprocità nella coppia evitando che l’interpretazione riduttiva dell’intelligenza in senso androcentrico  costituisca un’offesa alla genialità del Creatore, del quale ogni essere umano è “immagine” ed in particolare l’unidualità uomo-donna[3].  Nel 1936 E. Mounier aveva ben compreso l’effetto negativo di una femminilità racchiusa entro l’esaltazione romantica del mistero femminile di fatto coincidente con la funzione  materna. Ha scritto, tra l’altro: «La persona della donna non è certo separata dalle sue funzioni, ma la persona si costituisce sempre al di là dei dati funzionali e spesso in lotta contro di essi. Se c’è nell’universo umano un principio femminile, complementare o antagonista di un principio maschile, è necessario ancora una lunga esperienza perché esso sia liberato dalle sue sovrastrutture storiche: tale pro­cesso comincia appena. Ci vorranno delle generazioni: occorrerà andare a tentoni, alter­nare l’audacia... e la prudenza, che esige di non sacrificare le persone a prove di laboratorio; occorrerà… certe volte, scommettere contro ciò che si chiama la “natura”, per vedere dove si arresta la vera na­tura. Vogliamo dire che non si realizzerà più, come oggi, in un mondo chiuso, in gran parte artificiale… All’uomo, soddisfatto di un facile razionalismo, insegnerà forse che il “mistero femminino” è più esigente dell’immagine compiacente che se ne offre, e lo spingerà nel suo proprio mistero… può anche liberarlo valendosi di questo immenso spazio che l’uomo moderno ha disdegnato e di cui l’amore è il centro. Se osasse farlo, sarebbe la donna oggi a ca­povolgere la storia e il destino dell’uomo»[4].

Come è possibile escludere dalla genialità questa capacità delle donne di influire sulla quotidiana costruzione dei rapporti, di rivoluzionare gli stili di vita, la qualità delle relazioni, il corso degli eventi, segnandoli in modo forte e orientandoli all’amore? Questa ‘genialità’ ha una parentela speciale con lo Spirito, il quale sparge i suoi doni senza tenere conto dei quozienti intellettuali, come conferma, tra gli altri, un testo della tradizione siriaca: «è fonte della profezia, istituisce i presbiteri, dà sapienza agli ignoranti e agli illetterati, dona la capacità di insegnare ai pescatori e in ogni situazione è l'aiuto della santa Chiesa»[5]. Ciò vale anche e forse soprattutto per i bambini i quali comprendono le cose del cielo, come sottolinea Luca: «In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: ‘Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti  e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te’»[6]). Vale persino per i folli che la società esclude  dalla cerchia dei VIP, ma che talvolta manifestano – come bene hanno visto Simone Weil e Velasquez - una visione realista più vicina  alla verità, inchiodando gli intellettuali ai loro sterili  blasoni.

 

[1] Rimando ad AA. VV., L’amico discreto, Effatà, Cantalupa 2000.

[2]Il neologismo serendipità  indica il “trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra”. Lo scrittore Horace Walpole  usò questa parola  nel 1754 in una lettera indirizzata all’amico Horace Mann  ispirandosi alla fiaba persiana “Tre prìncipi di Serendippo”, da cui il vocabolo. 

[3] Hegel, che pure non è stato immune dal cadere nelle trappole della ragione, ha distinto tra intelletto (Vernunft) che analizza e divide, e  ragione unificante (Verstand).

[4] E. Mounier, Manifeste , in Oeuvres, Seuil Paris, t. I, p. 560

[5] Il testo è riportato in E. Bianchi (a cura di), Un raggio della tua luce, Edizioni Qiqajon, Bose, Biella 1998, 30.

[6] Lc 10, 21-24.

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