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Le ambiguità della “post-verità”. Informazione e responsabilità

Nel 2016 il termine post-truth (post-verità) è stato proclamato “parola dell’anno” dall’autorevole Oxford Dictionary inglese, attestando dunque la fortuna di un’espressione di per sé intrinsecamente contraddittoria: non ha senso, evidentemente, una “verità mass-mediale” che non corrisponda alla realtà delle cose. Affermare che “Hitler è ancora vivo” oppure che “L’uomo non è mai realmente sbarcato sulla luna” non è una “verità”, sia pure mass-mediatica, ma un’evidente falsità. La stessa fortuna del termine, tuttavia, sta ad attestare quanto ambiguo sia certo linguaggio massmediatico e quanto siano diffuse evidenti falsità che pure vengono contrabbandate come “verità”.  Si crea, al limite, un mondo fittizio in cui si è smarrita la classica concezione di “verità”, come corrispondenza fra le parole e le cose e si preferisce “navigare” in un mondo ad un tempo irreale e surreale.

Il dilagare di comunicazioni evidentemente false, e credute vere, pone un problema assai serio (che non molti utenti dei nuovi media, in verità, si pongono) pone un problema assai serio e cioè quello di verificare (nel senso letterale del termine) per appurare ciò che è “vero”, e dunque corrispondente alla realtà delle cose, e ciò che non lo è. Su quali basi valutare le “post-verità” e le “post-falsità”? Operare questa scelta implicherebbe, da parte dell’utente, vastissime competenze e larga  disponibilità di tempo, mentre  i “messaggi”, per il loro numero e la loro stessa frequenza, richiedono una risposta immediata. Non si è dunque di fronte ad un dilemma di impossibile soluzione, al punto di doversi  rassegnare, malinconicamente, a constatare l’impossibilità di distinguere ciò che è vero da  ciò che è falso?

Il problema non è nuovo, perché riguarda l’intero mondo della comunicazione: che Donald Trump sia il presidente degli Stati Uniti e  che  Papa Francesco sia andato in Egitto praticamente quasi nessuno lo ha potuto constatare di persona: non possiamo che  fidarci di quanto asseriscono coralmente i grandi mezzi di comunicazione. Ma se vi fosse un segreto accordo tra le grandi centrali comunicative e fra comunicatori e giornalisti prezzolati a trasmettere notizie inventate, quale sarebbe la  possibile difesa dell’utente-consumatore? Dobbiamo rassegnarci al fatto che l’insieme del mondo della  comunicazione è un grande  assemblaggio di “atti di fede”, a partire dal riconoscimento della  serietà e dell’affidabilità dei comunicatori.

Avviene la stessa cosa, tuttavia, per la comunicazione massmediatica in generale? In questo caso non vi sono “comunicatori” di professione, i cui nomi sono conosciuti, le cui referenze sono verificabili, la  cui attendibilità è provata dal loro passato… Non altrettanto avviene per le mille e mille forme di una comunicazione anonima, di sconosciuti che spesso usano pseudonimi, di persone che  vantano competenze non verificabili, e così via…

Non resterebbe, dunque, che rassegnarsi all’esistenza di due “verità”, quella dei massmedia di riconosciuta attendibilità (almeno in via generale, pur nella consapevolezza che anche in questo caso sono possibili manipolazioni della verità) e quella dei mass-media, per così dire, casalinghi e quotidiani?

In realtà una via da  percorrere, per risolvere un antico problema, quello dell’obiettività dell’informazione, esiste, ed è già stata sperimentata a partire dal Settecento, sia nella forma negativa della censura nei regimi autoritari, sia attraverso il controllo dell’opinione pubblica  nei regimi liberali. Da quando esiste l’uomo, si potrebbe dire, esistono anche le pseudo-verità, le falsità contrabbandate per la realtà delle cose. Ma, ancora  da  sempre, esistono, e sono stati praticati - ora con maggiore ora con minore fortuna - anche gli anticorpi. E’ possibile percorrere questa via anche nei confronti dei nuovi media? Riteniamo di sì, pur nella consapevolezza dell’estrema  complessità della questione.

La via maestra da  percorrere è quella della responsabilità. Oggi, di fatto, vige una pressoché completa irresponsabilità. Migliaia e migliaia di reati - tali sono la calunnia, la propagazione di notizie false e tendenziose, la scoperta pornografia…-  vengono quotidianamente commessi, senza che si riesca ad individuare e a punire  i responsabili di messaggi ai quali fanno talora seguito - come le cronache ad abundantiam segnalano - gravissimi atti: suicidi e tentati suicidi, furti e rapine, violenze, umiliazioni, derisioni… E’ veramente impossibile estendere ai nuovi media il principio “responsabilità” che già nel corso del Novecento qualificati pensatori come Hans Jonas hanno esteso (dall’area originaria dei rapporti tra le persone) alla “nuova area” del rapporto fra l’uomo e l’ambiente?

Esiste uno strettissimo legame tra informazione e responsabilità: la libertà di stampa si è nel tempo affermata proprio in quanto ogni pubblicazione ha assunto l’impegno, attraverso un direttore responsabile, di rispettare la verità e, in caso di falsità, di pagarne il prezzo. Grazie alle nuove tecniche informatiche è veramente impossibile individuare i responsabili delle falsità (che non provengono dal nulla, ma da “luoghi” tecnologicamente identificabili, almeno in linea generale) e soprattutto delle falsità lesive non solo della verità, ma anche dell’onore e della vita privata delle persone?

Il problema, lo si deve riconoscere, è assai complesso, ma le nuove  tecnologie, che sono servite a costruire il corpo delle “false verità”, potrebbero e dovrebbero essere impiegate anche per contrastare l’uso distorto, e a volte manifestamente illegale, della comunicazione. Tutto ciò avrà un costo: ma sarà l’inevitabile prezzo da pagare per evitare che il mondo della comunicazione diventi un’impenetrabile giungla. Per le cosiddette “bufale”, sarà sufficiente una severa tirata di orecchi, magari accompagnata da una penale simbolica; per altri messaggi scritti e visivi, sarà inevitabile il ricorso  al Codice Penale. Ma contemporaneamente occorrerà mettere in campo - in particolare nella famiglia e nella scuola - un più forte impegno educativo.

Più di tutto, alla fine, conterà la capacità di persuasione, insieme all’educazione, ad un uso corretto dei mass media, a partire dal principio di responsabilità.

Negli anni “Venti” del Novecento” Henry Benda, in un suo fortunato saggio, denunziava “Il tradimento dei chierici” e cioè la rinunzia, da parte  degli intellettuali del suo tempo a cercare la verità delle cose per accodarsi ai miti delle ideologie allora dominanti. Occorrerebbe, in questo inizio del XXI secolo,  evitare un nuovo e forse ancor più inquietante “tradimento” e cioè la pacifica accettazione di un sistema incapace di distinguere l’autentica “verità “dalla falsa “verità” mass-mediale.

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