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Dalla diaspora alla scomparsa La lenta agonia del cattolicesimo politico

Dalla diaspora alla scomparsa La lenta agonia del cattolicesimo politico

di Flavio Felice – Direttore "Prospettiva Persona"

 

Il fatto che le ultime elezioni abbiano registrato una sostanziale scomparsa dell’offerta politica di matrice culturale cattolica, credo non sia altro che il prevedibile esito di anni in cui gran parte degli intellettuali, delle gerarchie ecclesiali e dei movimenti hanno teorizzato la via della diaspora: “presenti ovunque per condizionare tutti i partiti”. Questa formula si è tradotta in “irrilevanti ovunque” e, dal momento che la natura aborre il vuoto, l’irrilevanza si è trasformata in scomparsa.

Qualche riflessione, in punta di piedi, sul rapporto tra cattolici e politica, dopo l’appuntamento elettorale del 4 marzo che ha sconquassato la geografia politica italiana. Non che i risultati non fossero in parte prevedibili e invero molti indicatori andavano in questa direzione. Si pensi alle difficoltà economiche in cui versano da anni i giovani, le famiglie e gli imprenditori, sia al Nord sia al Sud del Paese. Era prevedibile che l’offerta politica più convenzionale, talvolta anche appiattita sul cosiddetto establishment, sempre più identificato con i percettori di rendita politica economica e culturale, agente della conservazione oligarchica piuttosto che della modernizzazione riformatrice del Paese, venisse ritenuta inadeguata a rispondere alle sfide di una contemporaneità che coloro meglio posizionati percepiscono come opportunità, mentre chi guarda il mondo dai gradini più bassi, vuoi perché ha perso un lavoro o perché non lo trova, a torto o a ragione, le giudica come minacce verso le quali far valere la propria disapprovazione. Il voto non è mai giusto o sbagliato, fotografa una realtà sociale, registra l’umore generale, rende conto del tono della discussione pubblica e, tramite la funzione delle istituzioni, dovrebbe consentire di comporre la rappresentanza politica affinché quell’umore possa tradursi in proposta di governo per la soluzione dei problemi giudicati più rilevanti.

La fotografia che emerge, per quanto destrutturata, è stata abbondantemente descritta dai migliori osservatori politici italiani e internazionali, dunque, mi astengo dall’abbozzare una qualsiasi analisi che finirebbe fatalmente per scimmiottare quanto già detto e scritto, mi autocensuro rispetto alla tentazione di vaticinare soluzioni alla crisi (l’editoriale è stato licenziato prima della soluzione e della nascita del governo guidato dal prof. Conte), mentre credo che meriti un qualche approfondimento un tema che forse a molti apparirà marginale: la questione della rappresentanza politica organizzata dei cattolici. Non che su questo tema non siano già intervenuti importanti pensatori, sollevando anche argomenti molto interessanti ed originali, tuttavia credo che si possa aggiungere un tassello a quanto già detto. Ad esempio, Massimo Cacciari si domanda: «che influenza ha oggi sulle scelte politiche Santa Romana Chiesa? Che influenza hanno il magistero e i discorsi di papa Francesco? I cattolici hanno rappresentato per il Paese un valore determinante di vita civile. È sparito tutto questo? La gente va ad ascoltare il Papa per fare una gita? Come mai l’influenza della Chiesa va scemando a prescindere dalla popolarità dei Papi e dalla loro grandezza? Ecco, credo che questo sia un grande tema per il dopo elezioni». Personalmente concordo con Cacciari rispetto all’importanza della questione, sebbene ritenga che almeno una, tra le diverse domane poste dal filosofo, se non altro nel modo in cui è stata posta, possa suscitare un fraintendimento circa il problema politico dei cattolici, al di là delle intenzioni dello stesso Cacciari.

Non credo che al cuore del problema politico dei cattolici italiani ci sia la domanda su quale sia l’influenza di Santa Romana Chiesa sulle scelte politiche, almeno nella misura in cui per “Santa Romana Chiesa” s’intenda la gerarchia ecclesiale, per il semplice motivo che i cattolici, trascorsi novantanove anni dalla fondazione del Partito Popolare e cinquanta dalla dichiarazione conciliare Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, avrebbero dovuto imparare, rispettivamente, la lezione sturziana circa l’aconfessionalità della loro azione politica e conciliare sul ruolo di protagonisti dei laici cattolici nella sfera sociale. Aconfessionalità, nel senso sturziano, significa autonomia dalle gerarchie ecclesiali: programma, classe dirigente e obiettivi definiti in autonomia dai laici cattolici. Questa fu la condizione che rese possibile la nascita del partito che per primo seppe rappresentare i principi, i valori e gli interessi dei laici cattolici italiani e, anche per questa ragione, Sturzo dovette scontare ventidue anni di esilio durante il ventennio fascista. Sappiamo tutti quanto furono forti le pressioni affinché la proposta politica di Sturzo assumesse le insegne anche semantiche dalla cattolicità. Il sacerdote siciliano si oppose con tutte le sue forze e giunse ad affermare che «È cura dei cattolici illuminare il pubblico […] guai a costruire dei partiti su questi elementi religiosi; si falserebbe la portata dei problemi, e si creerebbe una forza politica alla dipendenza della chiesa, cioè si porterebbe la Chiesa al livello dei partiti».

Dunque, a scanso di equivoci, credo sia sempre opportuno ricordare a noi stessi che il problema politico dei cattolici non può essere ridotto agli interessi ecclesiali, alla loro capacità di influenzare le scelte politiche del Paese, e la storia ci insegna quanto i migliori interpreti della tradizione popolare e democratico-cristiana siano stati fedeli al mandato sturziano. Di tutt’altro tenore invece sono le successive domande di Cacciari, che effettivamente sollevano una questione fondamentale circa la capacità dei cattolici di “illuminare”, per usare l’espressione sturziana, lo spazio pubblico delimitato dal perimetro della politica, consapevoli che lo spazio pubblico non si esaurisce nella politica. Ad ogni modo, sappiamo quanto sia importante quel perimetro, in quanto produttore di una specifica – sebbene limitata – quota di bene comune, indispensabile alla vita pacifica ed ordinata di ciascuna persona in società.

Il fatto che le ultime elezioni abbiano registrato una sostanziale scomparsa dell’offerta politica di matrice culturale cattolica credo non sia altro che il prevedibile esito di anni in cui gran parte degli intellettuali, delle gerarchie ecclesiali e dei movimenti hanno teorizzato e praticato pervicacemente la via della diaspora, un tatticismo continuo e privo di qualsiasi logica strategica: “presenti ovunque per condizionare tutti i partiti”. Si dà il caso, tuttavia, che, per fortuna, in democrazia le teste si contano e non si pesano, né si tagliano, ne consegue che la formula “presenti ovunque”, presto o tardi, si è tradotta in “irrilevanti ovunque”. Sicché, dal momento che la natura aborre il vuoto, siamo arrivati alla situazione in cui l’irrilevanza, percepita come assenza, ha condotto alla sostituzione di una vaga e inefficace offerta politica con altre giudicate, a torto o a ragione, più significative e non necessariamente contrarie ai principi del cristianesimo.

Ragioni di ordine storico: la caduta delle ideologie del Novecento, la crisi dei partiti, Tangentopoli e via dicendo, servono a spiegare come si sia passati da un partito che, pur non esprimendo l’unità dei cattolici in politica e talvolta dando scandalo, ne rappresentava un’importante quota, alla scelta della diaspora che ha condotto alla scomparsa. Tuttavia, tali ragioni non possono diventare l’alibi per esprimere una sentenza definitiva circa l’impossibilità dei cattolici, o di una parte di essi, di organizzarsi in un partito o in un movimento che faccia quello che hanno fatto Sturzo e De Gasperi, nelle mutate condizioni storiche e rispondendo alle nuove sfide, senza “pregiudizi né preconcetti”.

È evidente che la condizione preliminare è che i laici cattolici italiani dimostrino di essere sufficientemente maturi di assumersi la responsabilità della direzione strategica del loro Paese: famiglia, scuola, impresa, lavoro, concorrenza, corruzione, rapporti internazionali e via dicendo, senza attendersi il sostegno, l’imprimatur e le linee guida dalle gerarchie, le quali sarebbero così finalmente libere dalla necessità di mettere le mani nella melma della politica (quest’ultima è un’espressione di Sturzo). Quindi, le condizioni sarebbero l’aconfessionalità, che significa – sturzianamente – tanto “intransigenza” quanto “discernimento” rispetto ai principi della Dottrina sociale della Chiesa con i quali selezionare la classe dirigente e i punti fondamentali dell’agenda programmatica e, nel contempo, metodo “popolare” (democratico) nell’articolazione della struttura organizzativa, affinché sia aperta e le sue cariche contendibili mediante un processo competitivo.

Ho la vaga sensazione che negli ultimi vent’anni tali prerequisiti non abbiano espresso l’orizzonte di metodo e di contenuto che ha caratterizzato l’azione politica dei cattolici, al di là della presunta e pretesa “assenza delle condizioni” per comporre una presenza organizzata e plurale, come se le condizioni fossero delle entità metafisiche e non, come sostiene correttamente Cacciari, concrete risposte ai problemi degli italiani.

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