Resistenze al battesimo da Abissi e Vette


Dal testo Abissi e Vette diA. Danese e G. P. Di Nicola, Ed. Vaticana, Roma 2002,  1. Resistenze al Battesimo 

Sino alla fine Simone ha fatto resistenza ai cattolici che la invitavano a ricevere il il Battesimo. Le resistenze di Simone possono ricondursi a diverse ragioni. Possiamo sottolinearne alcune:

- si sentiva indegna per il suo stato di imperfezione. P. Perrin, che non dubita della verità delle esperienze di fede e mistiche di Simone, pensa che ella rifiuti il battesimo per eccesso di scrupoli. Simone corregge questa sua impressione: «L'altro giorno vi ho detto che mi credo indegna dei sacramenti. Non è un pensiero che proviene da un eccesso di scrupoli, come avete creduto voi. Si basa invece, da una parte, sulla coscienza di colpe ben precise nell'ordine e nell'azione con gli esseri umani... dall'altra parte, e in misura maggiore, si basa su un diffuso sentimento di insufficienza»[1]. Riconosceva, infatti, in sé "il germe di ogni crimine".

     Questa convinzione contrasta decisamente con quanti l'hanno accusata di orgoglio a proposito delle sue convinzioni sulla Chiesa. P. Perrin dice chiaramente: «In relazione ai giudizi di Simone sulla Chiesa, non credo che si possa parlare di orgoglio. Infatti accettava senza difficoltà di essere contestata, non se ne mostrava affatto ferita. Forse si potrebbe parlare di sovraestimazione della sua intelligenza e delle sue informazioni, ma anche di una sovraestimazione della sua missione. Universalizzava troppo facilmente le sue informazioni. Giudicare tutta l'azione missionaria, tutta la vita della Chiesa, senza l'informazione necessaria per farlo, è probabilmente un po' eccessivo»[2].

-Non ebbe tempo di completare il suo itinerario, troncato a 34 anni, lasciando una marea di pensieri espressi in modo provvisorio, passibili di sviluppi la cui maturazione doveva avere i suoi ritmi, senza accelerazioni. P. Perrin scrive: «Ha espresso le sue idee in una forma provvisoria, non destinata alla pubblicazione. Le sue sono delle note, sia quelle consegnate a me, sia la lunga lettera destinata al padre Couturier. Sono state pubblicate, commentate e perfino idolatrate da alcuni, ma si tratta pur sempre di note»[3].

- Non avrebbe cambiato le sue idee se non ne fosse stata profondamente convinta. Per Simone non bisogna fare neanche un' "azione buona" se non si è spinti direttamente da un impulso interiore che ha a che fare col bene: «Ma noi non  dobbiamo fare nulla di più di ciò a cui siamo irresistibilmente spinti, nemmeno in vista del bene»[4]. Si tratta della teoria della "azione non agente", che vale soprattutto nel campo dello Spirito e segna la trasformazione dell'individuo  autocentrato in un essere per il quale passa il Bene nel mondo. L'azione non agente suppone la ‘decreazione' attraverso la quale l'uomo abitato dallo Spirito Santo rinuncia al suo io e diviene canale dell'amore divino.

- Crede sinceramente che Dio stesso le chieda di rimanere fuori della Chiesa. Simone ritiene che, poiché non avvertequesto impulso irresistibile, probabilmente Dio stesso la vuole lontana dalla Chiesa per una qualche misteriosa ragione, che corrisponde per lei ad una vocazione. Simone ha aspettato sino alla fine un segno della precisa volontà di Dio: «Se la volontà di Dio è che io entri nella Chiesa, Egli mi imporrà questa volontà nel momento stesso in cui meriterò quanto  mi impone. Nel secondo caso, se la sua volontà è che io non vi entri, come potrei entrare?»[5]. Una tale convinzione è per molti azzardata, ma per Simone è indispensabile per mantenersi fedele alla scelta giovanile di probità. Nella stessa lettera Simone si domanda se il suo caso non indichi una volontà di Dio più generale, relativa al bene dell'umanità, ossia se: «in questi tempi in cui gran parte dell'umanità è sommersa dal materialismo, Dio non voglia che vi siano uomini e donne che, pur essendosi votati a lui e a Cristo, rimangano fuori della Chiesa». Per questo forse, mentre consiglia il battesimo per la nipotina (considerandola dunque cosa buona e auspicabile), lo rifiuta per sé.

- Desidera di stare dalla parte dei "lontani", "confondersi" con la massa dei tanti, appartenenti a tutte le razze e culture, che non hanno avuto la fortuna di incontrare il Cristo nel passato e nel presente. Era troppo importante per lei restare vicina ai non credenti, agli eretici, ai credenti di altre religioni; sentiva che il suo posto era tra loro e che, per essere onesta e fedele con la sua vocazione,  non avrebbe potuto abbandonarli al loro destino. Padre Perrin la paragona ad una campana che sta all'esterno dell'edificio e suona invitando ad entrare in chiesa. Per Simone è importante una posizione esterna che consenta un punto di vista disincantato e in qualche modo capace di ripulire lo sguardo di chi sta dentro: «La ripulitura filosofica della religione cattolica non è stata mai fatta. Per farla, bisognerebbe essere dentro e fuori»[6] Su questa linea anche altri interpreti hanno letto lo "stare sulla soglia" come una vocazione a chiamare quanti restano fuori della Chiesa. Per esempio E. Vilanova scrive che «Simone Weil può essere collocata tra i carismatici della soglia, tra quei "teologi non computabili ecclesiasticamente" che hanno ricevuto un dono simile a quello del Battista»[7]. Tuttavia questi autori tendono a sottovalutare l'altro ruolo speculare, quello cioè di chiamare quelli che stanno dentro la Chiesa ad uscire fuori e a guardare al Dio nascosto nel mondo. Il fatto stesso che ci siano cristiani fuori della Chiesa aiuta quelli che sono dentro ad essere più consapevoli della loro vocazione universale in sintonia col Padre  che è nei cieli. Dom G. Aubourg, parlando di Simone Weil come di un segno alle porte della Chiesa, aggiunge: «Arrivo a dire che con la sua lucidità im­placabile e la sua volontà inflessibile... ha spinto l'interrogativo es­senziale del mistico, e dunque della religione, più lontano e più a fondo che alcuno dei grandi iniziati, anche cristiani, venuti prima di lei»[8].

- Il rifiuto di concepire un'autorità ecclesiale con il potere di definire la verità avocando a pochi il compito di esercitare l'intelligenza.  Dal momento che Simone attribuiva grande importanza alla libertà dell'intelligenza, che doveva essere assoluta nel suo campo e rigorosamente individuale nel suo metodo, forse non poteva accettare che Dio scegliesse degli uomini "privilegiati", col compito di pensare per tutti formulando la verità in modo dogmatico.  Allo stesso modo non poteva sopportare che  Dio avesse un popolo "eletto". Riteneva, infatti, che la nozione stessa di elezione fosse incompatibile con il Dio di tutti ("si tratta di idolatria sociale, la peggiore")[9]. Tuttavia, nonostante le espressioni irruente contro l'abuso di potere della Chiesa, non si può dire che manchino, tra gli appunti, pensieri di accettazione di un suo ruolo indicativo, sebbene non  impositivo.  «Non riconosco alla  Chiesa alcun diritto di limitare le operazioni dell'intelligenza o le illuminazioni dell'amore nell'ambito del pensiero. Le riconosco la missione, in quanto depositaria dei sacramenti e custode dei testi sacri, di formulare decisioni su alcuni punti essenziali, ma soltanto a titolo di indicazione per i fedeli. Non le riconoscerò il diritto di imporre i commenti con cui avvolge i misteri della fede come fossero la verità, ancor meno quello di usare la minaccia e la paura per imporre il suo potere di privare dei sacramenti. Per me, nello sforzo della riflessione, un disaccordo apparente o reale rispetto all'insegnamento della Chiesa è soltanto un motivo per sospendere a lungo il pensiero, di spingere il più lontano possibile l'esame, l'attenzione e lo scrupolo prima di osare affermare qualcosa. Ma è tutto. Di conseguenza, medito tutti i problemi relativi allo studio comparato delle religioni, la loro storia, la verità contenuta in ciascuna, i rapporti della religione con le forme profane della ricerca della verità e con l'insieme della vita profana, il significato misterioso dei testi e delle tradizioni del cristianesimo. Tutto ciò senza alcuna preoccupazione di un accordo o di un disaccordo possibile con l'insegnamento della Chiesa»[10].

- Il valore attribuito da Simone al pudore e alla distanza. Simone cullava una concezione della sponsalità nutrita di rispetto e di astensione volontaria dalla consumazione dell'amplesso. Questa distanza valeva nei rapporti di amicizia come nell'amore.  Preferiva attendere, sapendo senza alcun dubbio che il proprio destino era di essere sposa, ma riservando l'unione al momento in cui la su anima sarebbe stata pronta e Cristo, liberamente e di sua iniziativa, le avrebbe fatto il dono di sé. L'Eucaristia, il battesimo, i sacramenti le apparivano come il sigillo di un amore compiuto, mentre lei voleva restare a guardare da lontano, non bruciare la santità del desiderio, non salvarsi l'anima pensando di aver raggiunto la meta, non entrare nella routine dell'amore "tomba del matrimonio", non correre ai sacramenti per arricchire agli occhi di Dio. Il desiderio di unione le pare più forte, più intatto se non realizzato, se capace di astenersi, di guardare amorevolmente e attendere, senza alcuna pretesa.

Non si può forse paragonare questo atteggiamento a Zaccheo, che si pone su un albero e di lì guarda il Cristo senza osare scendere, toccargli le vesti, parlargli, perché convinto che per lui la realizzazione della pace dell'anima consista nel guardare da lontano?  È Gesù che prende l'iniziativa e gli chiede di scendere perché Egli, il Signore, vuole andare a casa sua. Senza questo invito probabilmente Zaccheo non sarebbe disceso dall'albero. Similmente per Simone è la Grazia che rapisce (estasi) e seduce. L'anima non si dà, viene presa[11]. L'ordine di entrare nella Chiesa deve giungerle, pensa, "direttamente da Dio". Parimenti sta al buon ladrone solo di confessare la grandezza dell'innocente crocifisso e la sua indegnità, mentre sta al Cristo di aprirgli la porta del Paradiso. È conforme alla sua esperienza credere che l'essere umano sia impotente a raggiungere Dio. Può certo fare esercizi preparatori, come nelle forme di religiosità della maggior parte dei cristiani. Ma il vero incontro a tu per tu, da persona a persona, come lo ha sperimentato Simone, è iniziativa di Dio: «L'amore di Dio... viene ad afferrarci. Viene alla sua ora. Noi possiamo semplicemente acconsentire ad accoglierlo o rifiutarlo»[12]. Per questo si premura di ripeter più volte "io non c'entro nulla" e considera questa estraneità delle volontà come una prova della soprannaturalità dell'esperienza di Dio.

- Il timore di abbassare l'intensità del contatto con Dio riducendolo a riti abitudinari. Simone raccomanda di "essere felici di sapere che Egli è infinitamente fuori della nostra portata". Se, al contrario, "crediamo di avere  un padre quaggiù, non è lui, ma un falso Dio". La paura del sociale, di cui vede intrisa l'esperienza della Chiesa,  vale anche per i sacramenti: «i sacramenti hanno un valore specifico che costituisce un mistero, in quanto implicano una certa specie di contatto con Dio, contatto misterioso ma reale. Nello stesso tempo hanno un valore umano in quanto simboli e cerimonie. Sotto questo aspetto non differiscono essenzialmente dai canti, gesti e parole d'ordine di certi partiti politici...Credo che la maggior parte dei fedeli (compresi alcuni che sono convinti del contrario) abbiano contatto con i sacramenti solamente in quanto simboli e cerimonie...Credo che soltanto coloro che sono al di sopra di un certo livello spirituale possano partecipare ai sacramenti come tali»[13].

- La difesa del compito dell'intelligenza. La Weil avverte come una tentazione dettata dall'amicizia quella di rimettersi alla decisione di altri, compreso p. Perrin circa il suo battesimo. Non sarebbe conforme alla probità della coscienza e dell'intelligenza delegare responsabilità che riguardano la vita eterna. In un certo senso Simone interpreta alla lettera la frase evangelica: "Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno  solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate  nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello  del cielo"[14]; o anche quella biblica "Il Signore è il mio pastore non manco di nulla"[15]. Teme che i sentimenti di gratitudine e di amicizia la inducano a firmare una delega in bianco, indegna dei compiti che Dio ha affidato all'intelligenza ed anche di un vero rapporto d'amore.

- Il timore di confondere amicizia e verità. A P. Perrin e a Bousquet Simone confessa di attribuire all'amicizia un'importanza sconfinata: «l'amicizia per me è un bene incomparabile, senza comune misura, una fonte di vita, non in senso metaforico, ma letterale. Perché non solo il mio corpo ma la mia stessa anima, interamente avvelenata dalla sofferenza, risultano inabitabili per il mio pensiero, è necessario che esso si sposti altrove. Può abitare in Dio solo per brevi spazi di tempo. Abita spesso nelle cose. Ma sarebbe contro natura che un pensiero umano non abitasse in qualcosa di umano. Per questo, alla lettera, l'amicizia dà al mio pensiero tutta la parte di vita che non le deriva da Dio o dalla bontà del mondo. Lei può dunque capire quale beneficio mi ha fatto accordandomi la sua amicizia»[16]. Eppure proprio per il valore che attribuisce all'amicizia Simone sa  che sarebbe errata una scelta fatta per imitare o far piacere all'amico, se prima non fosse suscitata dal Cristo stesso: Amicus Plato sed magis amica veritas[17]. E' tanto prudente circa la possibile confusione tra amicizia e ricerca della verità, da risultare diffidente. Se questo può apparire freddezza intellettuale, è vero anche che è conforme ad un regola che Simone si è data, quella di diffidare dell'influsso degli amici sulla propria psiche e sulla propria intelligenza per non rischiare di tradire la verità. C'è poi l'altra regola, di mantenere l'amicizia sempre a quella altezza in cui essa si alimenta di  ideali alti perché solo a quell'altezza non   mutila ma rafforza la vocazione personale. Va tenuto presente infine che a Simone il dono della fede è arrivato senza intermediari. Confessa apertamente a p. Perrin: «Voi non mi avete portato né l'ispirazione cristiana né il Cristo; perché quando vi ho incontrato questo non rimaneva più da fare, era fatto, senza la me­diazione di alcun essere umano.... La mia amicizia per voi sarebbe stata per me un motivo per rifiutare il vostro messaggio; avrei avuto paura delle possibilità d'errore e d'illusione implicate da un influsso umano nel campo delle cose divine»[18]

- Il desiderio di mettere in rilievo la presenza segreta di Dio nella laicità del creato, nella sua bellezza, nella sventura, come pure nella quotidianità della fatica. Le pare forse che un rifugio troppo frettoloso nel divino sorvoli su questa presenza nascosta, che merita invece tutta l'attenzione, anche per evitare che i sacramenti scadano in magie propiziatorie. Così è per esempio per l'Eucaristia: «Dio non si è fatto carne solamente una volta, Egli si fa ogni giorno materia per donarsi all'uomo ed esserne consumato. Reciprocamente, mediante la fatica, la sventura, la morte, l'uomo è fatto materia e consumato da Dio. Come rifiutare questa reciprocità?... la divinità e l'uomo sono legati quotidianamente da un sacrificio reciproco»[19].

- L'esigenza di sottolineare l'importanza dell'adesione d'amore e non dell'ortodossia dei contenuti. Nel Dernier texte, scritto a Londra (in Pensèes sans ordre, 149-158) Simone riassume la sua confessione di fede in quella fase della vita:

Io credo in Dio, nella Trinità, nell'Incarnazione, nella redenzione, nell'Eucaristia, negli insegnamenti dell'Evangelo. Credo, ovvero non faccio mio quanto la Chiesa dice al riguardo per affermarlo come si affermano dati dell'esperienza o teoremi di geometria, ma aderisco con l'amore alla verità perfetta, inafferrabile, racchiusa in tali misteri, e cerco di aprirle la mia anima affinché la sua luce possa penetrare in me...

Se mi si accordasse il battesimo, malgrado l'atteggiamento in cui persevero, si romperebbe con una consuetudine, che dura almeno da diciassette secoli. Se questa rottura è giusta e desiderabile, se ci si rende conto che proprio oggi è di un'urgenza più che vitale per la salvezza del cristianesimo - cosa che mi pare evidente - bisognerebbe allora, per la Chiesa e per il mondo, che si verificasse in forma eclatante, e non per iniziativa isolata di un prete disposto ad amministrare un battesimo oscuro ed ignorato.

Per tale motivo e per molti altri analoghi, fino ad ora non ho mai rivolto a un prete la domanda formale del battesimo.

E non intendo farlo neppure ora.

E tuttavia sento il bisogno - non astratto ma pratico, reale, urgente - di sapere se, nel caso io lo domandassi, mi sarebbe accordato o rifiutato»[20] .

 


 

[1] AD, 51.

[2] D. Canciani, Tra sventura..., cit., 128.

[3] D. Canciani, Tra sventura..., cit., 129. Canciani aggiunge nella stessa pagina: «L'importanza, il valore delle sue riflessioni è da ricercare nel metodo, nella scelta che le ispira, non nelle singole affermazioni.. talvolta poco convincenti, storicamente contestabili o deludenti... siamo di fronte a un pensiero in costruzione, allo stato nascente: "il deposito d'oro puro"... si trova talvolta frammisto a materiale spurio. Gli scritti redatti dopo la grande illuminazione, formano un cantiere; e in un cantiere ci sono molti e disparati materiali, non tutti sono destinati ad entrare... nella costruzione progettata».

[4] AD, 50.

[5] AD, 51.

[6] PG, 153.

[7]  E. Vilanova, Storia della teologia cristiana, voll.3, Borla, Roma 1995, 484.

[8] Dom G. Aubourg, Simone Weil, un signe dressé sur le seuil de l'Eglise, Correspondance et documents (1950-1967), Association «Les amis du Père Aubourg», 1986, t.I, 47.

[9] PSO, 51.

[10] Dernier texte, PSO, 150. 

[11] Cf Q, III, 30.

[12] PSO, 102.

[13] AD, 50. Straordinaria la vicinanza con quanto Silone fa emergere nei suoi scritti circa la vicinanza tra le liturgie del partito comunista e quelle delle funzioni religiose, tra l'attaccamento morboso e intransigente all'uno o all'altro aspetto come dimensioni del sociale in cui l'io si identifica e annega: «Ella apparteneva a una bizzarra categoria di zelanti neofiti, il gruppo delle cosiddette "beghine rosse", venute al partito dalla corrente comunista-cattolica. A parte quel suo lavoro d'ufficio, ella aveva l'incarico di assistere gli orfani dei partigiani e di piangere nei funerali dei compagni...Trascurava la sua famiglia pur di essere presente a tutte le cerimonie della Chiesa e del Partito. E malgrado ciò, ella non dava affatto l'impressione d'essere affaticata dalla pratica simultanea di quei culti così esigenti. I suoi bisogni liturgici sembravano, di fatto, insaziabili: la sua capacità di credere, inesauribile. Le innumerevoli incongruenze tra i misteri del Partito e quelli della Chiesa si consumavano, senza lasciare traccia nella fiamma della sua fede» (I. Silone, Una manciata di more, in Romanzi e saggi 1945-1978, a cura di B. Falcetto, Mondadori, Milano 1998, 202-203; cf A. Danese, Laicità e religiosità in Ignazio Silone, Edigrafital, Teramo 2001).

[14] Mt  23, 8-9.

[15] Sl 23,1.

[16] Lettre à J.Bousquet, PSO, 82.

[17] Aveva già acquisito tale stile di comportamento in rapporto alla critica a Marx: «Marx inoltre non ci è più caro della verità» (OL, 17).

[18] AD, 70.

[19] C, I, 157. 

[20] PSO, 149-153.


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