Simone fu Battezzata, Risposta di Paolo Farina


A proposito del Battesimo di Weil: Biografia di un pensiero o imposizione di una ideologia?

 Confronto Con il libro di Gabriella Fiori, Biografia di un pensiero, Garzanti, Milano 2006,  ° ed.

  Il 15 aprile 1943, Weil è colta da sincope ed è trovata riversa per terra dalla amica Simone Deitz. Ricoverata nell'ospedale di Middlesex, le viene diagnosticata la tubercolosi. Rifiuta peraltro le cure e persino di prendere cibo, per solidarietà con i poveri, con le vittime e i prigionieri di guerra. Testimonia C. Ronsac, dopo un loro incontro a Marsiglia, nel 1941: "Ciò che mi ha colpito maggiormente è che mi ha soprattutto interrogato su ciò che avevo vissuto nei campi di prigionieri. Allorquando cercavo di portare la discussione sulla Germania nazista, la guerra, l'URSS, ella mi riportava ai prigionieri, mi domandava maggiori dettagli sulle loro condizioni di esistenza, le loro sofferenze fisiche e morali. La Simone Weil che avevo conosciuto, che si lanciava con passione nelle grandi analisi storiche e politiche, era apparentemente scomparsa. Davanti a me, una nuova Simone Weil sembrava soprattutto preoccupata delle prove di certe vittime della guerra, come se ella volesse condividerle" [1]. È Gabriella Fiori a documentare che, ormai in punto di morte, così risponde al medico che l'ha in cura e vuole convincerla a nutrirsi adeguatamente: "Quando penso ai miei compatrioti in Francia, mi è impossibile mangiare"[2]. A tal proposito J. Cabaud aggiunge: "L'effetto morboso dell'anoressia, unito allo spirito di sacrificio che aveva sempre fatto proprio, contribuiranno a farle conseguire il tipo di morte che aveva sempre desiderato"[3].Queste le testimonianze riportate dalla Fiori, al fine di negare in maniera categorica l'evento finale: il battesimo, prima della morte. Nella sua Nota al lettore, Fiori scrive: "Ho fondato dunque il mio lavoro unicamente su testimonianze di persone che l'hanno conosciuta e sulle sue opere". Eppure - al riguardo degli ultimi giorni di Weil e della tanto discussa questione del battesimo - di colei, Simone Deitz, che ha lasciato una testimonianza di eccezionale valore, che la si riconosca come fondata oppure no, neppure una parola. Addirittura, nel puntuale resoconto delle sette persone che, racconta Fiori, assistettero al funerale di Weil, 6 sono menzionate per nome, ed una resta anonima, genericamente qualificata come una "coetanea francese dei servizi della Francia Combattente"[4]. Naturalmente, anche lo scritto di un biografo di eccellenza, come Georges Hourdin, amico della famiglia Weil, colui che per primo aveva raccolto la testimonianza di S. Deitz, viene completamente ignorato. Mi sembra una evidente contraddizione del metodo che la Fiori afferma di aver scelto... Ma non è tutto. Fiori si meraviglia persino che i sacerdoti con cui Simone Weil è entrata in contatto non abbiano potuto attestare il suo avvenuto battesimo e adduce come prova il fatto che non sia stato annotato nel registro dei battezzati presso la cappella dell'ospedale. Siamo all'inverosimile. Un battesimo che doveva rimanere segreto, che è stato amministrato in forma del tutto eccezionale e riservata da una laica, dovrebbe essere stato regolarmente iscritto in un registro ecclesiastico e dovrebbe essere testimoniato da coloro dai quali Simone non aveva voluto ricevere il sacramento. E, dato che questo non può essere, dunque Simone non è stata battezzata. È come dire che Van Gogh e Picasso non sono pittori perché non hanno mai frequentato un istituto d'arte e chiamare a testimoniare a tal proposito i docenti di quell'istituto! Saremmo al ridicolo, se non stessimo ragionando del rispetto dovuto a "una delle intelligenze più alte e pure del Novecento", come Fiori stessa ammette.

Al termine della sua requisitoria più contro l'idea del battesimo di Weil che contro il fatto che sia avvenuto, Fiori conclude: "Un'ultima volta Simone manifesta la sua coerenza"[5]. Ecco svelato l'arcano! Si pretende di poter dire l'ultima parola sulla coerenza di colei che ha fatto della contraddizione il principio ermeneutico per accedere alla verità. Si vuole individuare in un ostinato rifiuto opposto dall'intelligenza il merito principale di Weil, di lei che aveva fatto dell'umiltà la via regina per illuminare l'intelligenza. Si scambia il suo desiderio di condividere le pene degli ultimi e dei reclusi con la determinazione di rifiutare definitivamente il dono della grazia, trascurando il valore inderogabile che Weil aveva attribuito alla virtù dell'obbedienza.

Ed è forse da quest'ultima categoria che occorre ripartire per indagare su quella che, senza mezzi termini, possiamo definire essere stata la vocazione di Weil. A patto che si mettano da parte pregiudizi di marca ideologica che vogliono a tutti i costi, anche al prezzo di deformare la verità, Weil fuori della Chiesa, per farne un campione di laicità[6].

Dunque, Weil ha opposto resistenza sino alla fine, o quasi, all'idea del battesimo, convinta di obbedire ad una precisa vocazione: rimanere solidale con quanti sono al di fuori della Chiesa[7]. Pur desiderando ardentemente il battesimo, è interiormente certa di non poterlo chiedere prima che nella Chiesa non avvengano radicali cambiamenti. In ultima analisi, Weil non chiede il battesimo perché è convinta di obbedire, in questo modo, ad un preciso disegno divino. Vi può essere una vocazione autenticamente proveniente da Dio ad essere "dentro e fuori" della Chiesa[8]? Risponde Weil:

"Fino ad ora non ho avuto mai nemmeno per un attimo la sensazione che Dio mi voglia nella Chiesa, sebbene me lo sia domandato spesso durante la preghiera [...]. Mai, nemmeno una volta, ho avuto sensazione di incertezza. In definitiva, oggi credo di poter concludere che Dio non mi vuole nella Chiesa [...]. Non lo vuole, almeno fino ad oggi. Però, salvo errore, mi sembra sia la sua volontà che io ne rimanga fuori anche in avvenire, salvo forse al momento della morte"[9].  

 Così Simone Weil aveva scritto un anno prima a padre Perrin, nella sua Autobiografia spirituale, e aggiungeva che, piuttosto che disobbedire alla volontà di Dio:"[...] obbedirei con gioia all'ordine di andare al centro dell'inferno e di rimanervi in eterno. Non intendo dire, beninteso, di avere una preferenza per ordini di questo genere. Non sono così perversa [...], tradirei la verità che io scorgo, se abbandonassi la posizione in cui mi trovo sin dalla nascita, cioè il punto di intersezione tra il cristianesimo e tutto ciò che è al di fuori di esso. Sono rimasta in quella precisa posizione, sulla soglia della Chiesa, senza spostarmi, immobile, en hypomoné [...]: ma ora il mio cuore è stato trasportato, per sempre spero, nel SS. Sacramento esposto sull'altare [...]. Io credo che voi possiate ammettere che un'autentica vocazione impedisca di entrare nella Chiesa [...], il linguaggio della piazza non è quello della camera nuziale"[10].  

Ecco altri passaggi particolarmente significativi:

"Il cristianesimo deve contenere in sé tutte le vocazioni senza eccezione, perché è cattolico. Di conseguenza, anche la Chiesa. Ma, ai miei occhi, il cristianesimo è cattolico di diritto e non di fatto. Tante cose ne sono fuori, tante cose che io amo e che non voglio abbandonare, tante cose che Dio ama, ché altrimenti sarebbero prive di esistenza: tutta l'immensa distesa dei secoli passati, eccettuati gli ultimi venti; tutti i paesi abitati da razze di colore; tutta la vita profana nei paesi di razza bianca; nella storia di questi ultimi, tutte le tradizioni accusate di eresia, come la tradizione manichea e albigese; tutto ciò che è nato dal Rinascimento, troppo spesso degradato, ma non del tutto privo di valore. Essendo il cristianesimo cattolico di diritto e non di fatto, ritengo legittimo per me essere membro della Chiesa di diritto e non di fatto, non solo per un certo periodo ma, eventualmente, per tutta la vita. E ciò non è soltanto legittimo: finchè Dio non mi darà la certezza di un ordine contrario, lo ritengo per me un dovere"[11].   Anche nei Cahiers Weil ribadisce la sua convinzione che preferirebbe la propria dannazione ad un atto di disobbedienza a Dio:

"Se la mia salvezza eterna fosse su questo tavolo, sotto forma di oggetto, e bastasse tendere la mano per afferrarla, io non tenderei la mano senza averne ricevuto l'ordine"[12].  

  

Ciò non toglie che Weil viva nella convinzione di essere stata scelta da Dio come una "intermediaria". Dio talvolta si rivolge agli uomini "per ispirazione", alte volte "tramite una creatura":

 "[...] con i suoi amici Dio si serve di entrambe le vie. Si sa che qualsiasi cosa indifferentemente può servire da intermediario; un'asina, per esempio. Forse Dio si compiace di scegliere per questo scopo anche gli oggetti più vili. Ho bisogno di ripetermi queste cose per non aver paura dei miei proprio pensieri. Quando vi misi per iscritto un abbozzo della mia autobiografia spirituale, lo feci con un'intenzione: volevo offrirvi la possibilità di constatare un esempio concreto e sicuro di fede implicita. Sicuro, perché voi sapete che io non mento. A torto o a ragione, voi pensate che io abbia diritto al nome di cristiana. Posso affermarvi che quando adopero le parole vocazione, obbedienza, spirito di povertà, purezza, accettazione, amore del prossimo [...] lo faccio rigorosamente con il significato che hanno per me in questo momento"[13].  

D'altronde il Dernier texte testimonia una professione di fede che coniuga ancora una fede viva e matura con la convinzione di dovere restare "fuori" della Chiesa per obbedienza a Dio:

"Credo in Dio, nella Trinità, nell'Incarnazione, nella Redenzione, nell'Eucaristia, negli insegnamenti del Vangelo. Ho detto che credo a queste verità, non che sottoscrivo a quanto afferma la Chiesa su di esse, affermandole come si affermano dei dati dell'esperienza o dei teoremi di geometria. Io vi aderisco grazie all'amore alla verità perfetta, inafferrabile, racchiusa in quei misteri e tento di aprire ad essa la mia anima per lasciar penetrare la luce [...]. Io penso e conto fermamente di rimanere in questo atteggiamento fino alla morte [...]. Non vedo quindi nessuna ragione per cui debba respingere la sensazione che ho in me, che cioè io resto in questo atteggiamento per ubbidienza a Dio, e che se lo modificassi offenderei Dio, offenderei Cristo che ha detto: «Io sono la verità». D'altra parte provo già da tempo un desiderio intenso e sempre crescente della comunione. Se si considerano i sacramenti come un bene, se li considero pure io così, se li desidero e se me li rifiutano senza alcuna colpa da parte mia, non può non esserci una grave ingiustizia in tutto ciò. Se mi si concedesse il battesimo, pur sapendo che io persevero nell'atteggiamento suddetto, si spezzerebbe una routine di almeno diciassette secoli. Se questa rottura è giusta e desiderabile, se oggi in particolare essa si presenta come urgente e vitale per la salvezza del cristianesimo (cosa che a me pare evidente), bisognerebbe allora per la Chiesa e per il mondo che essa avvenisse in modo vistoso e massiccio e non per iniziativa isolata di un prete che amministrasse un battesimo oscuro e ignorato. Per questi motivi e per altri analoghi io non ho mai rivolto finora ad un sacerdote la domanda formale del battesimo. Non intendo farlo nemmeno ora"[14].

  Weil è rimasta fedele sino all'ultimo, sulla soglia. Tanti hanno visto in lei un'ostinazione frutto di superbia, se non persino di un atteggiamento eretico cosciente e volontario[15]. Al contrario, il cardinal Martini, la paragona alla donna siro-fenicia, che nel Vangelo (cfr. Mc.7,26) ottiene da Gesù di essere esaudita, nonostante il suo essere "fuori" della fede giudaica[16]. E Marcella Tassinari Franchi indovina nella "Weil ultima" una "volontà di obbedienza" che è tutt'altro che "indifferenza"[17].D'altronde, Weil, giova ribadirlo, non aveva escluso la possibilità di mutare la propria disposizione, legando quest'ultima alla nuova "certezza di un ordine contrario" da parte di Dio. Non a caso, lei, donna dalle affermazioni categoriche, si rifugia in un "mi sembra", quando si tratta di parlare dell'istante finale, quello che conduce all'Incontro: "Mi sembra sia la sua volontà che io ne rimanga fuori anche in avvenire, salvo forse al momento della morte"[18].  Quel momento è arrivato.  Con acqua di rubinetto e su sua esplicita richiesta, a fine luglio, in ospedale, Simone Deitz battezza Simone Weil, che la vincola al segreto. Un segreto che dovrà attendere circa mezzo secolo per essere svelato.Si è trattato di una notizia che ha messo a disagio non pochi che ormai pensavano di poter catalogare Weil nelle file di socialisti anarchici, agnostici, anticlericali. Qualcuno ha tentato di spiegare la sua "resa" come un atto di debolezza fisica e psichica[19].A favore del battesimo hanno testimoniato la stessa S. Deitz, padre Perrin, G. Thibon, G. Hourdin, J. Cabaud, A. Devaux, vale a dire tutti i frequentatori privilegiati della vita e del pensiero di Simone Weil. Non ritenendo in questa sede di dilungarsi oltre nell'elenco delle loro testimonianze[20], ci si limita a riportarne due, la prima è quella della testimone più importante, la stessa Deitz: "Ho incontrato Simone Weil a New York, al Consolato di Francia che si occupava delle partenze per l'Inghilterra. Là, lei mi ha domandato se volevo essere sua amica. Ho risposto di sì, per principio. Non sapevo in quel momento dove mi avrebbe cacciata [...]. Quando siamo partite per Londra, eravamo sullo stesso convoglio [...]. Per un caso curioso abbiamo lavorato nello stesso edificio. Potevo vederla nella sala illuminata. Non la vedevo tutti i giorni. Aveva ritrovato degli amici [...]. Una sera senza comprendere il perché, mi sono precipitata da lei e ho esigito che mi aprissero la porta. Era svenuta vicino alla stufa a gas. Qualche minuto più tardi sarebbe morta. E noi non avremmo ciò che abbiamo di lei e non sarebbe stata battezzata. Questo battesimo ha importanza? Non lo credo, al punto in cui sono"[21].La seconda testimonianza non può che essere di padre Perrin, anche se  Domenico Canciani, commentando l'intervista da lui fatta al padre domenicano, preferisce riprodurne una propria sintesi piuttosto che, cosa che sarebbe stata auspicabile, riportarne alla lettera le parole. Scrive Canciani: "Il padre Perrin ha fatto una lunga digressione sul battesimo che sarebbe stato conferito a Simone Weil in punto di morte, nella camera dell'ospedale di Ashford, dall'amica Simone Deitz [...]. Questa confidenza, raccolta personalmente, è verosimile in quanto Simone Weil aveva più volte affermato che il conferimento del battesimo nel momento estremo poteva essere per lei auspicabile [...]. Il problema del battesimo va considerato molto seriamente [...]. Come conciliare l'autonomia dell'intelligenza con l'iniziativa di Dio? Come mai il Cristo che è verità, che è disceso e l'ha presa, non ha vinto quest'ultima resistenza? Perché l'ha spinta nella camera nuziale prima che fosse ufficialmente sua sposa? [...] Forse a questo punto conviene tacere, il silenzio in fatto di fede ha l'ultima parola. P. Perrin, dopo aver sperimentato tutte le strade, alla fine riconosce: Se possiamo denunciare un pericolo, sarebbe assai inopportuno pretendere di giudicare, perché qui siamo nel pieno del segreto di Dio"[22].Del resto, Weil in persona ci aveva preavvisato, quando aveva scritto a Maurice Schumann: "Questa adesione è amore, non affermazione. Certamente appartengo al Cristo. Almeno mi piacerebbe crederlo"[23].  Il 17 agosto 1943, Simone Weil entra nel sanatorio di Ashford, dove troverà la morte sette giorni dopo, alle ore 10.30, nel sonno. Sarà tumulata il 30 agosto. Il giornale locale "Tuesday Express" ne darà notizia con questo annuncio: "Professore francese si lascia morire di fame"[24].Sembra essere l'estremo esaudimento di una preghiera. La morte di Weil appare come una metafora compiuta della sua vita. Una vita catalizzata dalla sua sete di verità, da quando a 14 anni ha pensato di suicidarsi, per la pena di sentirsi esclusa dal regno della Verità riservato ai geni, a quando lei, l'atea, l'agnostica, la ribelle ad ogni approccio alla preghiera, ha confessato: "Credevo di recitare [Love, ndr] soltanto come una bella poesia, mentre, a mia insaputa, quella recitazione aveva la virtù di una preghiera. Fu proprio mentre la stavo recitando che Cristo, come già vi scrissi, è disceso e mi ha presa [...]. Nei miei ragionamenti sull'insolubilità del problema di Dio non avevo previsto questa possibilità di un contatto reale, da persona a persona, quaggiù fra un essere umano e Dio"[25].  Possiamo oggi noi escludere, sulla base di tutte le testimonianze raccolte, e non solo di alcune di esse, peraltro tra le più parziali, possiamo escludere sulla base delle stesse parole di Weil la possibilità che, alla fine, "al momento della morte", ella si sia definitivamente lasciata abbracciare dall'Amore che l'ha conquistata? Possiamo credere alle parole della Deitz senza per questo dovere minimamente rimettere in discussione tutto quello che Weil è stata?Io credo che non solo possiamo, ma che sia onesto farlo. Non per iscrivere Weil ad un partito, quello della Chiesa piuttosto che quello dei laici o viceversa. Semplicemente perché questo è stato. E perché non è in contraddizione con l'intera evoluzione del percorso esistenziale e vitale del pensiero di Weil. E, ancora, per rispetto del mistero di Weil e del mistero di Dio.                                                                   Paolo Farina 

[1] C. ronsac, Trois noms pour une vie. Rosenzweig, Rosen, Ronsac, R. Laffont, Paris 1988, 125.

[2]
Citato in G.Fiori, Simone Weil. Biografia di un pensiero, Garzanti libri, Milano 2006, 17.

[3]Ivi. Cfr. G. Raimbault-C. Eliacheff, Simone Weil. Concedimi, mio Dio, di diventare niente, in Idem, Le indomabili. Figure dell'anoressia: Simone Weil, l'imperatrice Sissi, Santa Caterina da Siena, Antigone, Leonardo, Firenze 1989, 11-79; J. Maître, Simone Weil et sa façon anorectique d'être au monde, in CSW 2/2000, 145-177.

[4] Ecco il resoconto di Gabriella Fiori, il grassetto è una mia aggiunta:"Quel 30 agosto 1943 sette persone l'avevano accompagnata al cimitero: Suzanne Aron, sua antica compagna di liceo e moglie di Raymond Aron, sociologo e uomo politico; Thérèse Closon, moglie di Louis Closon, del governo francese a Londra; il professor Fehling, ritrovato da Simone dopo anni, dall'epoca di una lontana amicizia di vacanze, a Montana; la signora Rosin, tedesca e pittrice, anch'ella amica di vecchia data; una coetanea francese dei servizi della Francia Combattente; Maurice Schumann e Mrs Francis, l'affittacamere di Simone. Il sacerdote cattolico, al quale era stato chiesto di venire, perse il treno, o si sbagliò; insomma non venne. Schumann aveva un messale; s'inginocchiò e lesse alcune preghiere; rispondeva Thérèse Closon"(G. Fiori, Simone Weil,   cit., 23).

[5]
G. Fiori, Simone Weil,   cit.,    478.

[6] È un concetto su cui sarebbe bene soffermarsi. Nulla ho da obiettare a chi difende la "laicità" di Weil, se per questo si intende la sua assoluta indipendenza di giudizio, l'invidiabile grado da lei raggiunto, al contempo, di libertà di pensiero e di fedeltà all'espressione dello stesso in maniera più integra possibile, vicino alla verità, scevro da qualsiasi lente deformante. Solo, non si possono condividere le ragioni di quanti contrabbandano la laicità per laicismo ovvero per atteggiamento ostile in quanto tale e fine a se stesso nei confronti dei valori dello spirito, al punto da considerare una sorta di distrazione il soffermarsi sulle pagine, sempre più copiose negli ultimi anni della sua vita, della Weil mistica.

[7] Scrive a padre Perrin: "Non posso fare a meno di continuare a domandarmi se, in questi tempi in cui gran parte dell'umanità è sommersa dal materialismo, Dio non voglia che vi siano uomini e donne che, pur essendo votati a lui e a Cristo, rimangano fuori della Chiesa. In ogni caso, quando mi rappresento concretamente, e come evento che potrebbe essere prossimo, l'atto che mi introdurrebbe nella Chiesa, nulla mi rattrista più del pensiero di separarmi dalla massa immensa e sventurata dei non credenti. O un fondamentale bisogno - credo di poter parlare di «vocazione» - di passare fra gli uomini e i diversi ambienti umani confondendomi con essi, assumendone lo stesso colore, fin là dove, almeno, la mia coscienza non vi si oppone, scomparendo fra loro, per far sì che si mostrino quali sono, senza mutare volto per me. Desidero conoscerli come sono, per amarli così come sono" (lettera del 19 gennaio 1942 in S. WEil, Attente de Dieu, a cura di J.M. Perrin, traduzione di O. Nemi, Rusconi, Milano 1991, 25; di seguito indicato con la sigla AD). In un post scriptum, che è in realtà una seconda lettera, aggiunge: "Esiste un ambiente cattolico pronto ad accogliere calorosamente chiunque vi entri. Ora, io non voglio essere adottata da un ambiente, abitare in un ambiente in cui si dica «noi» e far parte di questo «noi», sentirmi a casa mia in un ambiente umano, qualunque esso sia. Dicendo «non voglio», mi esprimo male, perché lo vorrei: tutto ciò è molto piacevole, ma sento che non mi è permesso, sento che per me è necessario, che mi è prescritto di stare sola, straniera e in esilio rispetto a qualsiasi ambiente umano, senza eccezione" (AD 30). 

[8] Su questo interrogativo, cfr. G. Greganti, La vocazione individuale nel Nuovo Testamento. L'uomo di fronte a Dio, Edizioni Libreria Vaticana, Città del Vaticano 1969; l'autore sottolinea l'aspetto personale della chiamata di ogni singolo credente, sia pure all'interno di un disegno di salvezza che accomuna ogni uomo. Scrivono A. Danese e G.P. Di Nicola: "Il termine «vocazione» ricorre nei suoi scritti con sfumature di diverso significato. [...]. Certo è che la sua vita ne è il prezzo, nella solitudine e nella sofferenza [...]. Non si tratta dunque di una vocazione che esprime la scelta di un progetto personale da perseguire, ma di una docile obbedienza ad una sollecitazione interiore che impone di pensare, vivere e scrivere in certo modo o per niente" (A. Danese - G.P. Di Nicola, Abissi e vette. Percorsi spirituali e mistici in Simone Weil, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002, 133, di seguito indicato con l'abbreviazione Danese-Di Nicola 133; del medesimo testo si vedano le pp. 129-142).

[9] AD 48.

[10] Ivi, passim, 48-52; il grassetto è una mia aggiunta.

[11] Ivi, 48-49; anche in questo caso ho aggiunto il carattere in grassetto.

[12] S. Weil, Quaderni, vol. II, traduzione di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1991, 216; cfr. AD 31-32.

[13] Ultimi pensieri spediti a padre Perrin il 26 maggio 1942, ora in AD 65.

[14] S. Weil, L'amore di Dio, traduzione di G. Bisacca e A. Cattabiani, con un saggio introduttivo di A. Del Noce, Borla, Torino 1979, 225-228; la copia anastatica del manoscritto di Weil, noto come Dernier texte, è consultabile in D. Canciani, Tra sventura e bellezza. Riflessione religiosa e esperienza mistica in Simone Weil, Edizioni Lavoro, Roma 1998, 169-173; di seguito indicato con l'abbreviazione Canciani. Non sembra fuori luogo applicare a Weil la felice espressione di K. Rahner, relativa ai tanti, misconosciuti, cristiani anonimi, presenti nel mondo, la cui luce spesso brilla più dei "cristiani illustri": cfr. K. Rahner, I cristiani anonimi, in Aa. Vv., I nuovi saggi, EP, Roma 1968, 759-772.

[15] Cfr. C. Möller, Simone Weil e l'incredulità dei credenti, in Aa. Vv., Letteratura moderna e cristianesimo, Vita e Pensiero, Milano 1973, I, 233-267. Möller sostiene che: "Alcuni pensatori cristiani ne sono rimasti abbagliati; in realtà però il suo messaggio rappresenta una delle tentazioni più sottili in cui possono incorrere i cristiani" (Ivi, 233).  Non è del medesimo avviso C. Durand, Attente et refus du batéme, in Aa. Vv., Résponses aux questions de Simone Weil, o. c., 43-48.

[16] Cfr. C.M. Martini, Mi fu rivolta la parola, EP, Alba 1983, 65-69. Si deve osservare che all'epoca di questa pubblicazione la notizia dell'avvenuto battesimo di Weil non era ancora stata svelata.

[17] Scrive Tassinari: "La docilità delle sue ultime osservazioni di fronte al diniego del Battesimo esprime la Weil ultima, colei che si abbandona al volere di Dio e si fa interprete del Suo pensiero dicendo a se stessa, si vede che Dio mi vuole così, credente ed esterna ancora, ancora in attesa. Per volontà di obbedienza, non per indifferenza, sceglie di non esprimersi attraverso l'intelligenza ma di lasciare la parola alla sua esperienza esistenziale" (M. Tassinari Franchi, Il mistero di Simone Weil, articolo pubblicato in www.il-margine.it/archivio/2001/i9.htm).

[18] AD 48.

[19] Cfr. J. Kuhlmann, Gultig getauf, in «Geist un Leben», n°63/1990, 39-42. Si tratta della lettura di un sacerdote cattolico che, al tempo stesso, esulta per la gioia di poter condividere la sua fede con Simone Weil. Tuttavia, si tratta di una ipotesi non condivisibile, che forse Weil in persona avrebbe rifiutato. Padre Perrin amava ripetere un'espressione cara a Weil, che qui risuona quanto mai opportuna: "Per quanto mi sia avvenuto spesso di oltrepassare una soglia, non ricordo di aver mai cambiato direzione" (riportata in un abbozzo della Lettera VI, oggi conservata nel «Fondo Simone Weil» della Biblioteca Nazionale di Parigi). Si tratta di una traccia seguita da R. Chenavier, Franchir un seuil sans changer de direction, in «Question de», Simone Weil. Le grand passage, n°97/1994, 135-147; cfr. Canciani 22.

[20] Per la cui documentazione completa si rimanda a Danese-Di Nicola 95-103.

[21]Riportato in G. Hourdin, Simone Weil, Borla, Roma 1992, 230-231.

[22] Testimonianza di P. Perrin, in Canciani 124-125, nota 16.

[23] S. Weil, Écrits de Londres et dernières lettres, Gallimard, Paris 1957, 198.

[24] La tomba rimase a lungo nell'oblio, finché un ex operaio della Renault, con cui Weil aveva condiviso la sua esperienza di lavoro, non la riportò alla luce. Si tratta dell'autore di un illuminante saggio, il cui esordio è rimasto proverbiale: "Questo piccolo libro vorrebbe rispondere soprattutto a chi chiede «chi è». Nella nostra epoca [...] sembra per lo meno anormale che il nome di uno dei personaggi più autentici del secolo provochi una alzata di spalle che si traduce in un non la conosco " (E. Fleurè, Simone Weil ouvrière, F. Lanore, paris 1955, 8).

[25] AD 43-44. Love è di Georges Herbert, poeta metafisico inglese vissuto tra il 1593 e il 1633. Il grassetto è una mia aggiunta.


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