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Fu Battezzata o no? G. Fiori



Fu battezzata o no?

Da Gabriella Fiori Simone Weil. La biografia interiore di una delle intelligenze più alte e pure del Novecento,Garzanti Milano 1981, 2 edizione, Garzanti 2006     

La notizia 

Il 31 agosto 1943, un martedì, il giornale «Tuesday Ex­ 1974 press» della piccola città di Ashford nel Kent pubblicava in prima pagina questa notizia:  French professor starves herself to death  Seguiva, in tutti i suoi particolari, la cronaca dell'inchiesta condotta dal coroner presso il sanatorio di Grosvenor.« Quando penso ai miei compatrioti che stanno morendo di fame in Francia, mi è impossibile mangiare»: così rispondeva la professoressa Weil al medico che cercava di persuaderla ad alimentarsi.L'infermiera capo del sanatorio, la signora Wilks, dichiarò nel corso della sua deposizione che... la malata mangiava pochissimo ed era molto dimagrita. Miss Iris Woods, guardarobiera al Grosvenor per vent'anni, non la vide mai, ma ha detto che «tutti sapevano di lei, perché interessava, e che non potevano nutrirla tanto era magra ».2. La deposizione della dottoressa Henrietta Broderick, primario del Grosvenor, fu la seguente (così la riporta il giornale): «Al suo arrivo, la professoressa Weil era del tutto persuasa che saremmo riusciti a guarirla. Giudicammo che la sua turbercolosi non si presentava in fase avanzata e perciò, nutrendosi bene, la malata aveva buone possibilità di guarigione. Il dottor Roberts' del Middlesex Hospital di Londra già mi aveva informata in una sua lettera del fatto che la professoressa Weil si lasciava morire di fame e ripeteva senza tregua che bisognava mandare il suo cibo ai prigionieri di guerra francesi... Reputo che la sua morte sia dovuta a collasso cardiaco in seguito a indebolimento causato dalle privazioni, e non da tubercolosi polmonare. Il verdetto del coroner è stato quello di "suicidio in situazione di turbamento mentale"»4. Il certificato ufficiale di morte, che era stato emanato in Ashford il 27 agosto dal vice-coroner della contea, Mr A.K. Mowll, parla di: «Cedimento cardiaco dovuto a indebolimento del miocardio, a sua volta causato dalle privazioni e dalla tubercolosi polmonare. La defunta si è condannata e uccisa rifiutando di mangiare, in situazione di turbamento mentale»5. Fu sepolta nel New Cemetery, o Bybrook Cemetery, sulla collinetta di fianco al terreni del Grosvenor. Il certificato di 'inumazione, che si trova nell'ufficio finto gotico dell'Old Cemetery, registra la cerimonia a p. 169. La data è il 30 agosto 1943; il nome porta un errore: Weil Adolphine Siome (per Simone). Profuga francese, viene definita cattolica, e sepolta nella sezione riservata ai cattolici. Perché? Il soprintendente del cimitero, qui solamente da dieci anni, ha sentito parlare di lei «come di un'atea».6. Pareva avere sulla religione idee «bizzarre», tutte sue; anzi diceva che «non aveva religione».7 Sulla cartella di accettazione al Grosvenor, lo spazio riservato a Religione rimane in bianco, per volontà della paziente. Ella avrebbe detto alla dottoressa Broderick: «sono una filosofa e m'interesso all'umanità».8. E poi, ma questo non si sa più bene a quale dei due medici responsabili del sanatorio: «Sono ebrea- ma desidero farmi cattolica, benché esista ancora un punto in sospeso».9. Fu battezzata o no? Chi richiese la sua sepoltura in terra dedicated (questa è la formula, che differisce dall'altra, consecrated, per i protestanti)? Forse fu una semplice questione di emergenza. «Il cimitero ebraico si trovava lontano, a una cinquantina di miglia da qua,» spiega Miss Woods. «Le pratiche andavano sbrigate; e così, la misero al Bybrook». «I francesi della Francia Libera venivano ricoverati in gran numero al sanatorio; soldati, aviatori. Forse, dato che era francese anche lei, la ritennero naturalmente cattolica» afferma Mr Frank,10 per lunghi anni a capo della segreteria del Grosvenor, grande amico del dottor Roberts. Tuttavia, insiste, non può darmi che informazioni di seconda mano perché «non c'era». Non sa chi fossero i sacerdoti destinati all'assistenza. «Ma sì: Father Gilligan; Father Miller; erano loro. Ma sono morti Questo, lo dice Iris Woods. Un tedesco, francescano a Canterbury, risponde recisamente al telefono che «non si battezzò»; me lo comunica un padre scozzese, Father McKay, che vive in Sudafrica ed è di passaggio ad Ashford, come supplente nella chiesa di Santa Teresa del Bambin Gesù. P, un tipo smagato, stanco, e aggiunge che il francescano non ama parlare del passato, della guerra. Simone Weil affonda in quel dinieghi, scompare. Riappare, ma con un nome sbagliato. Una volta ancora, l'ultima, cancellata da un destino di anonimità, eppur resa vivida come nei sogni dalle perplessità sul suo conto. Chi era, com'era, cosa faceva? Il «Tuesday Express» parla di un suo «lieve squilibrio mentale», in constrasto con la diagnosi della dottoressa Broderick, la quale afferma invece che la professoressa francese aveva «mantenuto intatta una completa lucidità mentale. Lo sguardo era luminoso, leggeva, scriveva. Sembrava al tempo stesso aver raggiunto un distacco da tutte le cose, nella consapevolezza di dover morire».11Aveva amato la sua camera, al primo piano del Grosvenor Sanatorium, nell'edificio destinato ai malati; in calce e mattoni, sembra una casa al mare, prolungata e scandita da piccole colonne bianche. «Qui, le corsie guardavano a sud, perché i pazienti potessero stare al sole,» mi dice Iris Woods. Le camere, a cella, si aprivano sulle terrazze-ballatoio. Dalla finestra, Miss Weil guardava lontano, verso la Francia. Al di là del primo prato, al di là del secondo grande prato frangiato d'alberi, su un orizzonte inglese dolcemente profilato di colline, «ondeggiava a ore fisse il pennacchio di fumo dei treni Londra-Dover».12. «Che bel posto, per morire». Così pare abbia detto entrando.13. E il suo sorriso deve aver un poco consolato Madame Closon, l'amica francese che l'accompagnava, e Mrs jones, la suocera del direttore amministrativo, una francese di origine, la quale tanto si era prodigata per farla ammettere in quella clinica di campagna, destinata in prevalenza agli operai. Era così sfinita che sulla cartella di accettazione fu scritto: «Troppo grave per essere esaminata adeguatamente». Era il 17 di agosto. Le rimanevano sette giorni di vita. La difficoltà più grande dei medici fu convincerla ad alimentarsi. Diceva di non poter tollerare nessun cibo solido, né il latte. Avrebbe provato, «con grande fatica, a ingerire qualcosa di liquido (un brodo ristretto, di pollo, un tuorlo d'uovo sbattuto nello sherry, una pesca molto matura) che le fosse sopportabile».14. E un purè di patate; ma fatto alla francese, come quelli di sua madre: questo disse il 21 agosto a Madame Closon che le promise appunto di ritornare, la settimana dopo, per farglielo. Il 22, domenica, ricevette la visita di una compagna. Il lunedì fu una giornata discreta; il martedì 24, dopo un inizio buono in cui «aveva tenuto conversazione, e in modo assai vivace», verso le cinque del pomeriggio entrava in coma, per non riprendere più conoscenza. «Dev'essersi spenta verso le dieci e mezzo, nel sonno; appariva molto serena».15. I suoi genitori erano a New York. Il 26 agosto, essi ricevettero l'ultima lettera della figlia; portava come data il 13 e, come d'abitudine, l'indirizzo: 31, Portiand Road, Holland Park, London W. 11, dove la professoressa Weil era stata a pensione da Mrs Francis, « in pieno Dickens»16. Tenerissima come sempre, la breve lettera era più che altro un messaggio per annunciare:«Scarsi il tempo e l'ispirazione per le lettere, ormai. Saranno corte, rade, irregolari. Ma voi avete ben altra fonte di conforto.Quando riceverete questa (se non è particolarmente rapida) avrete forse insieme il cablogramma atteso. (Nulla di sicuro! ... )Arrivederci, darlings. Mille e mille tenerezze.Simone»17 Fu Madame Closon a mandare il telegramma con la notizia della morte ad André Weil, fratello di Simone e docente universitario in Pennsylvania. Seguiva la lettera del 27 alla moglie di André, Eveline. André decise di recarsi a New York; pregò il dottor Bercher, loro grande amico che si trovava in quel momento a Filadelfia, di raggiungerlo subito. Nella prima visita ai genitori, vedendo che ignoravano tutto, «non ebbe il coraggio di dar loro la notizia». Fu un altro amico, Louis Rougier, che l'indomani telefonò ai Weil, per informarsi «se davvero Simone fosse così gravemente ammalata». I signori Weil rimasero stupiti e, messi sull'avviso, si accingevano a fare un telegramma. «Il dottor Bernard stava scendendo per recarsi alla posta; appena uscito dall'ascensore, incontrò suo figlio, questa volta accompagnato dal dottor Bercher. Gli dettero la terribile notizia e, insieme, tutti e tre salirono a portarla alla signora Selma».18   Note 1 Professoressa francese si lascia morire di fame. Ashford, nell'a-2 Dal mio colloquio con Iris Woods, in casa sua ad gosto 1975.3 Si tratta di un errore dei giornale- lo specialista pneumologo di Middlesex si chiamava in realtà Bennett. E dottor Roberts dirigeva il Grosvenor Sanatorium di Ashford.4 Dal resoconto sull'inchiesta del coroner, pubblicato dal «Tuesday Express» di Ashford il 31 agosto 1943, in prima pagina. Cabaud SW,pp. 90-91 passim.5 Cabaud SW, p. 89.6 Dal mio colloquio con Mr Andrews, soprintendente del cimitero, nell'agosto del 1975 ad Ashford.7 Il commento apparve su due giornali, il «Kent Messenger» di venerdì 3 settembre e la « South Eastern Gazette» di domenica 12 settembre. Cabaud SW, p. 92.8 Da un colloquio della dottoressa Broderick con May Mesnet nel 1954. Pétrement II, p. 516.9 Il dottor Roberts o la dottoressa Broderick. Pétrement II, p. 517.10 Dal mio colloquio con Mr Frank nell'agosto 1975, ad Ashford; abita sul lungo viale che conduce al Grosvenor. L'antico sanatorio è divenuto un centro di addestramento per le forze di polizia.11 Dal colloquio Broderick-Mesnet. Pétrement II, p. 516.12 Cabaud SW, p. 86.13 Ibidem e Pétrernent II, p. 516.14 Lettera di Thérèse Closon a Eveline Weil, cognata di Simone, del 27 agosto 1943. Pétrement II, p. 516.15 Pétrement II, p. 516.16 Lettera di Simone Weil ai genitori, del I' marzo [ 1943], EdL, p. 231.17 Lettera di Simone Weil ai genitori, del 16 agosto 1943. EdL, p. 257.18 Pétrement II, p. 519.

 

 2 - La solitudine a Londra 

Fu sepolta nello spazio 79, terza fila a partire dalla siepe di cinta, sullo sfondo di un bosco in cui prevalgono gli abeti. Per quindici anni, non un segno, non un'iscrizione hanno detto di lei; soltanto quel numero, 79, in rilievo su una targhetta di ferro. «Tomba da poveri», fu il commen to degli abitanti di Ashford.1.  Non è un semplice commento affettivo; è un dato di fatto giuridico. Pauper è colui che non ha mezzi, che non appartiene a nessuno, che nessuno cerca. Non ha fisionomia giuridica sua; dipende dallo stato, il quale gli offre una sepoltura profonda sei piedi. Per un certo numero di anni, ha diritto a quel piccolo segno, il numero. Poi, viene cancellato per sempre, perché altri può essere sepolto sopra di lui2. Quel 30 agosto 1943 sette persone l'avevano accompagnata al cimitero: Suzanne Aron, sua antica compagna di liceo e moglie di Raymond Aron, sociologo e uomo politico; Thérèse Closon, moglie di Louis Closon, del governo francese a Londra; il professor Fehling, ritrovato da Simone dopo anni, dall'epoca di una lontana amicizia di vacanze, a Montana; la signora Rosin, tedesca e pittrice,anch'ella amica di vecchia data; una coetanea francese dei servizi della Francia Combattente; Maurice Schumann e Mrs Francis, l'affittacamere di Simone. Il sacerdote cattolico, al quale era stato chiesto di venire, perse il treno, o si sbagliò; insomma non venne. Schumann aveva un messale; s'inginocchiò e lesse alcune preghiere; rispondeva Thérèse Closon 3.   Mrs Francis non era ricca. Le ore di lavoro perdute (dei mezzi servizi) e i soldi per il treno da Londra avevano rappresentato un sacrificio reale. Ma farlo era stato più forte di lei: l'impulso di una tenerezza invincibile verso una donna perennemente protesa a capire, «dalla voce così dolce, così quieta ».4. Una donna con un mistero intorno, e un pensiero segreto da realizzare nelle lunghe ore notturne di lavoro al lume della lampada.Miss Simone era sola. Il 15 aprile una compagna di lavoro l'aveva trovata per terra in camera sua, priva di conoscenza. «Dapprima Simone protestò; voleva farle giurare di non dire niente a nessuno. Poi capì che bisognava cedere, che l'avrebbero in ogni modo portata all'ospedale. Telefonò a Schumann piangendo ».5 Fu arduo per l'amico consolarla e convincerla.Al Middlesex, il dottor Bennett diagnosticò una granulia, ossia numerose piccole lesioni nei due polmoni, ma «con buone possibilità di guarigione». Riposo assoluto, vitto buono, avrebbero dovuto mettere la paziente in grado di venire internata in un sanatorio. Già migliorata nell'aspetto di lì a pochi giorni, cessò ben presto di progredire perché «mangiava troppo poco». Dato che riusciva a malapena a «sollevare il cucchiaio» nel suo stato di estrema debolezza, veniva fin dall'inizio aiutata a nutrirsi. «Ma non le piaceva essere aiutata»6.Aveva il permesso di ricevere visite quotidiane, purché fossero brevi. Si fece promettere dagli amici che non avrebbero mai rivelato le sue condizioni ai genitori. Dal 17 aprile fino alla morte, scriverà loro lettere che portano l'indirizzo della sua camera di Portland Road e descrivono Londra, la sua vita di lavoro, i compagni. La corrispondenza con i genitori era l'unica attività che il medico le aveva concesso di continuare. In quanto agli altri scritti che risalgono a quest 'epoca londinese della sua vita, furono tutti probabilmente composti fra la metà di dicembre 1942 e la metà d'aprile 1943. Si tratta di una mole di lavoro così enorme da parere incredibile. «Dovette scrivere giorno e notte, dormendo appena. Più di una volta passò l'intera notte in ufficio, dove si era fatta rinchiudere per sua volontà».7 L'estenuazione derivante da un simile impegno contribuì a precipitare uno stato latente di malattia. La volontà di non nutrirsi e l'impossibilità ormai cronica di digerire certi alimenti (come il latte) impedirono poi, alla paziente sotto cura, di raggiungere un qualsiasi miglioramento. Il conflitto con il medico curante, il dottor Bennett, divenne inevitabile. Bennett la definì «la malata più difficile che avesse mai avuto e, avendo appreso sia da Simone stessa sia dagli amici suoi, che mangiava troppo poco anche prima di entrare in ospedale, concluse che si era lasciata morire di fame in una mansarda»8. La stessa reazione ebbe poi il dottor Roberts, al sanatorio di Ashford. Come dice il suo amico Mr Frank, oggi ancora egli serba un ricordo amareggiato di quell'anoressia che impedì ogni cura risolutiva e finì per provocare la morte della sua paziente.9. Un altro segno della sua non collaborazione con i medici apparve il rifiuto di sottoporsi a pneumotorace. Fu Bennett a proporglielo assai bruscamente, forse nel tentativo di scuoterla. Simone oppose la sua decisione di lasciare a questo punto il Middlesex per un sanatorio di campagna. Voleva dunque veramente morire? Riguardo a questo, l'amica Thérèse Closon dichiara che Simone rifiutò il pneumotorace, sia per il desiderio di lasciare Londra «e quell'atmosfera di ospedale»,` sia perché non riteneva  quel tipo di intervento adatto al suo caso; essa si domandava infatti «se era bene sacrificare un polmone quando l'altro, già intaccato, rischiava di trovarsi un giorno in uno stato altrettanto pessimo»11. Negli ultimi giorni di Londra, le crisi digestive si intensificarono, il deperimento si aggravò, fino a condurla al Grosvenor ridotta a uno stretcher case come spiega Miss Iris Woods. 12 Voleva dunque veramente morire? L'inchiesta del coroner e la sua conclusione svolgono un ragionamento dettato dalla logica quotidiana delle cose ed esprimono un parere su un dato di fatto obiettivo. Cosa dissero intorno a lei gli amici che andavano spesso a trovarla? La signora Rosin trovava Simone sempre contenta, sorridente; dice che era «lucidissima, e tale rimase fino alla fine. Era anche molto bella, eterea, trasparente; tutto ciò che è materia pareva abolito in lei».13. Sentiva però, ed è l'unica fra gli amici di Londra, che Simone voleva morire: anche se non lo diceva mai, anche se non rifiutava nettamente di mangiare, ma si nutriva appena dichiarando di non aver fame. Suzanne Aron ha detto che «sia l'inchiesta del coroner che la sua conclusione erano sembrate a tutti coloro che conoscevano Simone a Londra un'assurdità. Certo, sì, Simone era disperata; si rivoltava all'idea di non aver potuto ottenere l'incarico di una missione in Francia».14.  Ma non è possibile che abbia voluto decidere da sola del suo destino; per Suzanne Aron, questo non sembra corrispondere a quella che era divenuta la disposizione del suo spirito dopo che si era rivolta alle dottrine religiose. «Le sarebbe stato facile suicidarsi, se avesse voluto, in quanto all'ospedale aveva a disposizione dei sonniferi», ha detto un'altra persona.15. Inoltre, parlava spesso dell'avvenire, magari di un breve avvenire in una Francia liberata.  Nella Francia del dopoguerra, la notizia della sua morte arrivò dopo mesi. «Per forza: non mangiava mai. Era l'unica a stare a tessera, quando tutti avevano dei tagliandi in più. Se non ci si nutre a sufficienza, si finisce per ammalarsi e morire». Così dice Déodat Roché.16. Per René Nelli, Simone ha avuto il destino di morire in «endura» (che in occitanico significa privazione, digiuno), suicidio mistico in cui l'anima abbandona il corpo, sua spoglia mortale, alla terra, liberandosi infine di «un mondo che è alla mercé del principe delle tenebre».17Per Madeleine Marcault, Simone era di «un'infelicità assoluta, tale da desiderar di morire ».18Albertine Thévenon, disperata, si disse in un primo tempo: «Fossi stata accanto a lei, l'avrei convinta a mangiare, a curarsi; non sarebbe morta». Ma poi ricordò questo: «Simone sapeva, sì, essere allegra e soprattutto quando stavamo insieme, ma non cercava mai la felicità. E aveva sempre domandato a sua madre di essere lasciata sola al momento di passare dalla vita alla morte. Nessuno avrebbe potuto far nulla per Simone ».19«Parlare della sua morte non ha lo stesso senso che parlare della morte di un altro. Non ricordo più come ho saputo la notizia. Ho pensato subito a questo: Simone Weil non avrebbe potuto superare di molto il limite della vita di Cristo. Le stava scritto in fondo al cuore». Così pensa Camille Marcoux, compagno dell'Ecole Normale.20Il mistero di una morte comincia quindi a suscitare interrogativi sul significato di una vita. Man mano che gli scritti di Simone Weil affioreranno, come luci ammiccanti, come tesori nascosti  - lettere di confessione autobiografica, quaderni di appunti affidati agli amici o rimasti nel cassetto, saggi, poesie, una tragedia, testimonianze (talvolta perdute e poi ritrovate dopo anni) - il progetto di una donna si vedrà chiaramente disegnato. Gli scritti di Londra quasi non presentano cancellature; calligrafia piccola, paziente e chiara, si distende sulle pagine in modo nitido. Traccia idee possenti, con un rigore che è indice di consapevolezza. In una lettera alla madre, Simone scrive:«... Provo, crescente, una specie di certezza interiore che esista in me un deposito di oro puro da consegnare».Ma aggiunge:«... L'esperienza e l'osservazione dei miei contemporanei sempre più mi persuadono che non c'è nessuno pronto a riceverlo» 21Sa lucidamente di parlare nel deserto. Sente l'inefficacia pratica del proprio lavoro di redattrice, azione inesistente in confronto alla missione di dono totale che aveva supplicato di ottenere per se stessa. Il suo scrivere, che cerca di valutare i motivi più remoti delle situazioni storiche, e di prevedere le future risonanze degli atti umani, per costruire le leggi dal di dentro, viene considerato un «rimanere nel generico». André Philip le chiedeva: «Ma perché non affronta mai roba concreta, i problemi sindacali ... ?».Lei aveva l'inflessibile concretezza della verità da dire. E lo sapeva bene. Si descrive, guardandosi dall'esterno: la sua intelligenza, che Simone definisce «media», è una di quelle intelligenze «interamente, esclusivamente abbandonate e votate alla verità» e quindi non utilizzabili da parte di nessun essere umano, compreso quello in cui risiedono.Simone afferma: « l'intelligenza che mi utilizza, che obbedisce senza riserve - o almeno spero che così sia - a quello che le appare come lume di verità. Obbedisce giorno per giorno, ora per ora, e la mia volontà non esercita mai su di essa azione alcuna»22.  26 E la verità è inascoltata; essa è come il bene: è misteriosa, per riceverla bisogna stare fedelmente rivolti verso di lei abita in una realtà situata fuori del mondo, oltre lo spazio e il tempo, oltre l'universo mentale dell'uomo. Collegata a questa realtà, l'uomo porta  «al centro del suo cuore la sempre presente esigenza di un bene assoluto che non trova mai oggetto alcuno in questo mondo»23Per raggiungere quella realtà in cui bene e verità splendono insieme appaganti, bisogna seguire questa esigenza, senza mentirsi, e per sentirla bene, bisogna farle spazio, accoglierla nel vuoto di un distacco dalle cose che è consenso reale e perpetuo alla morte e alla perdita di tutti i beni perituri senza eccezione»24 Per fare perfetta la sua obbedienza, per trasformare la volontà in questo «consenso» alla legge della necessità che intesse di morte e di sofferenza le cose, la sconosciuta francese ha percorso un lungo cammino consapevole. Perché?«Per me personalmente la vita non ha, e non ha avuto mai altro senso che l'attesa della verità ...» 25E la morte, è l'istante in cui per una frazione infinitesima del tempo la verità pura, nuda, certa, eterna entra nell'anima»26 Questa certezza vive al centro di Simone Weil, la donna che volle trovare la mappa segreta dove stanno segnati i punti di intersezione fra l'anima e le cose, per trarne l'orientamento adatto al cammino eterno di ogni creatura. Questa certezza unifica le azioni, le scelte e, soprattutto, l'apertura di una intera esistenza. Ella dice:«... Ho sempre creduto che l'istante della morte è norma e scopo della vita... anche quando ero bambina, e mi credevo atea e materialista, ho provato sempre un timore: quello di mancare, non la mia vita, ma la mia rnorte»27  Non si tratta però di mancare un bel gesto, in cui affermare il proprio egotismo e imporsi in certo senso alle cose. Poiché. ; - subire la gravità, il peso della morte non è suicidio. Bisogna venire uccisi subire la gravità il peso del mondo.28 Questa spoliazione definitiva ha avuto luogo nella solitudine di Londra. Simone Weil ha dato le dimissioni dalle Forze Francesi Libere, rimanendo senza fonti di sussistenza; e più volte ha dichiarato nelle lettere ai genitori di non avere parte alcuna negli avvenimenti, né nel bene né nel male («preferirei dormire sotto i ponti»).'29  E' giunta all'essenziale; non a caso si paragona ai matti di Shakespeare, dei quali solamente ora ha scoperto l'intollerabile tragicità. E' straziante come non siano ascoltati; eppure, essi soli hanno la possibilità di dire « la verità pura e semplice», perché hanno toccato il fondo dell'umiliazione, e si trovanodi gran lunga al disotto della mendicità, non soltanto spogli di considerazione sociale, ma da tutti guardati come esseri privi della prima dignità umana, la ragione ... " 30Simone viene elogiata per la sua intelligenza; gliela buttano addosso, frettolosi, per non ascoltarla, per non riflettere.Si sa bene che una grande intelligenza è spesso paradossale, anzi a volte estravaga un poco... Lo scopo principale degli elogi che le vengono rivolti è quello di evitare la domanda:«Dice il vero o no?» La mia reputazione di «persona intelligente» è l'equivalente pratico dell'etichetta di matto data a quei matti. Quanto preferisco quella!31 In tal modo è ancor più messa a tacere dall'ottusa banalità del mondo.Ma così doveva essere. Ella doveva andarsene così, sola, estenuata di compassione, il corpo gracile e innocente, l'anima sincera fino alla ruvidezza dei «mendicanti dello spirito»32Ne fu primo segno quella targhetta con il n. 79 che sovrastava una pauper's grave. Ben lo sentirono gli abitanti di Ashford. Note 1 Cabaud SW, p. 92.2 Oggi, una semplice lapide di granito bianco marezzato di grigio, leggermente sopraelevata al centro, reca l'iscrizione Simone Weil (1909L 1943). Vi sia appoggiata una piccola targa rettangolare di marmo verde scuro con su incisi questi versi in italiano: «... la mia solitudine/l'altrui dolore ghermiva fino alla morte ... » di un ignoto C.M. Adomano la tomba fucsie, pianticelle di lobelia blu, due piante di rose, di cui una molto fiorita è rosa acceso, quasi rosso. Mi ha aiutato a trovare la tomba un vecchietto lindo, dolce, che mi spiega come molti siano i visitatori che vengono anche di lontano a trovare la «brave lady» francese. Prende cura della tomba una signora; viene da parte dell'amministrazione comunale. Pare che la piccola targa con la sua incisione misteriosa non ci sia più.3 Pétrement II, p. 519.4 Cabaud SW, p. 39.5 Pétrement II, p. 492.6 Pétrement II, p. 493.7 Pétrement II, p. 452.8 Testimonianza citata da giornali inglesi. Cabaud SW p. 91.9 Dal mio colloquio con Mr Frank nell'agosto 1975.10 Pétrement II, p. 501.11 Pétrement II, p. 510.12 Dal mio colloquio con Iris Woods nel 1975. Stretcher case significa, alla lettera, «caso da barella».13 Pétrement II, p. 499.14 Pétrement II, p. 502-.15 Ibidem.16 Per Déodat Roché, vedi cap. xvi, nota 110.17 René Nelli, Les Cathares, Grasset, Paris 1972, p. 210. Anche Clémence Ramnoux (vedi cap. v, nota 4) dà alla sua morte il senso di «endura».18 Da un mio colloquio nell'estate 1971 con MADELEINE MARCAULT, amica di vecchia data, scomparsa nel 1976. Italianista di Montpellier, protestante convertita al cattolicesimo, ebbe modo di conoscere Simone Weil fra il 1941 e il 1942.19 Da un mio colloquio con Albertine Thévenon nel settembre 1973. Vedi cap. VII p. 117 e nota 43.20 Dal mio colloquio con Camille Marcoux, nel settembre del 1973. Vedi cap. v, pp. 82-83 e nota 2.21 Lettera ai genitori del 18 luglio 1943, da EdL, p. 250.22 Lettera di Simone Weil a Louis Closon del 26 luglio 1943, citata in Pétrement II, pp. 507-508 passim.23 EdL, p. 74.24 CI, p. 166.25 EdL, p. 213.26 AdD, p. 37.27 EdL, p. 213.28 CI, p. 202. Il corsivo è dell'A.29 Lettera ai genitori del 15 giugno [ 1943], in EdL, p. 244.30 Lettera ai genitori del 4 agosto 1943, intestata «Darlings», come tutte le lettere che scrive loro da Londra, in EdL, p. 255.31 EdL, p. 256. Il corsivo è nel testo weilìano.32 Giovanni Vannucci, Libertà dello Spirito, Centro di Studi Ecumenici Giovanni xxiii, Sotto il Monte 1967, cap. ii, «Le Beatitudini». 31

 

Pag. 47220- La testimonianza 

Sulla cartella di ammissione al Grosvenor, lo spazio riservato a Religione rimane in bianco, per volontà della paziente. Ella avrebbe detto alla dottoressa Broderick: «Sono una filosofa e m'interesso all'umanità». E poi, ma questo non si sa più bene a quale dei due medici responsabili del sanatorio: «Sono ebrea; ma desidero farmi cattolica, benché esista ancora un punto in sospeso».1.Filosofa, nel significato proprio di «amante della saggezza»: forse è questa l'unica definizione che possiamo tentare per una donna non-definibile, non-etichettabile né nella vita privata né in quella pubblica. Dinanzi a lei ci troviamo infatti privi di qualsiasi riferimento a un ruolo, a un colore, a un'idea. E al tempo stesso il suo più chiaro retaggio a ognuno è l'impegno di fedeltà alla vocazione personale.Solitaria, fu intessuta di vulnerabilità e di forza; la forza della vita, della linfa che tormenta e nutre il «Pero in fiore» di Vari Gogh. Partita decisamente dall'uso consapevole di tutta se stessa per giungere al vero, volle toccare il fondo delle cose, andare all'essenziale, perché di quello soltanto era paga. C'è stata sempre in lei un'adesione naturale all'altra realtà, al luogo dove i contrari sono uno. Per questo, ha ascoltato la parola che echeggia nel segreto. U pagine del Prologo sono una cronaca di quei colloqui: l'aria era « fredda e piena di sole ».Simone si è incamminata lungo la via stretta, verso la Luce. Non ha portato nulla con sé. Lei che non si è mai voluta appoggiare a nulla, tanto meno può farlo nel cammino del suo spirito.L'abate De Naurois, cappellano delle Forze francesi libere, andò a visitarla tre volte fra il maggio e il giugno all'ospedale Middlesex.Fin dalla prima visita, Simone Weil gli apparve «orribilmente magra, febbricitante, spossata».« Voleva discutere... Si trattava sempre della fede, della chiesa e del Cristo, della salvezza offerta anche "agli increduli" ... Il suo metodo, se così posso esprimermi dopo aver sottolineato l'aspetto "scucito" del suo discorso, mi esasperava (anche se sono certo di non averglielo mai dato a vedere). Rimaneva tuttavia in un clima di verità. La molla del suo pensiero era sempre l'Amore appassionato della Verità vivente... La sentivo così umile, così lontana da quello che avrebbe potuto sembrare un orgoglio da intellettuale, e insieme di così assoluta lealtà! »2.Lei sentiva la propria anima con le sue ombre e le sue esigenze; rispettava l'unicità della propria anima, fatta per incarnarsi ed esprimersi in modo irripetibile, come l'anima di ognuno. Per questo, non si battezzava. Rimaneva un punto in sospeso. Il punto era in rapporto a due dati reali: l'esigenza della sua vocazione e la compassione per gli esseri umani. «La mia vocazione m'impone di restare fuori dalla chiesa... E questo per il servizio di Dio e della fede cristiana nel campo dell'intelligenza. Il grado di onestà intellettuale che mi è obbligatorio, in ragione della mia vocazione particolare, esige che il mio pensiero sia indifferente a tutte le idee senza eccezione, compresi per esempio il materialismo e l'ateismo..»3. Questo dovere coincideva con il dovere verso la propria creatività intellettuale. E le condizioni della «creazione intellettuale e artistica», che sono tutt'uno, come pure quelle della creazione morale, sono «cosa talmente intima e segreta che nessuno può penetrarvi dal di fuori» 4. , Far maturare in sé queste condizioni significa avvicinarsi  sempre più a portare alla luce la realtà, « la cosa muta» che deve venire espressa. Scrivere, come tradurre, era per lei soltanto questo. Rispettare la propria creatività era vivere l'obbedienza alla propria vocazione. Che le anime in cui Dio è entrato diano testimonianza della sua venuta tramite «segni sensibili (linguaggio, opere d'arte, azio-ni ... )». La loro responsabilità è immensa. «E' ruolo loro assegnato testimoniare al modo di un melo in fiore, al modo delle stelle» 5In quanto alla compassione, lei sapeva bene di esserne annebbiata. Il contatto con la sventura degli altri, anche degli indifferenti e degli sconosciuti («forse anzi di più»), anche di coloro che vissero nei tempi più lontani «lacera   l'anima tutta al punto che l'amore di Dio diviene quasi impossibile». Questo scriveva a Perrin nel maggio 1942,. E aggiungeva: «Spero che Cristo perdoni alla compassione». 6. La misericordia serena, che coincide con la comprensione della gioia, rimase irraggiungibile. «Provo uno strazio che si aggrava senza tregua, a un tempo nell'intelligenza e al centro del cuore, per l'incapacità in cui mi trovo di pensare insieme nella verità la sventura degli uomini, la perfezione di Dio e il legame fra le due cose» 7.. Come poteva separarsi dagli uomini? Nutrirsi dei sacramenti secondo il suo desiderio e la sua fede in essi come nutrimento, sarebbe stato un separarsi da loro, anzi verso di loro un gesto d'offesa. «Data la situazione generale e permanente dell'umanità in questo mondo, mangiare fino a saziarsi è un abuso» 8.E aggiunge fra parentesi: «(Ne ho commessi molti)», ripensando forse ai nutrimenti intellettuali, alle gioie della bellezza e anche alla capacità e al tempo di scrivere, come a «terribili privilegi».La vera comunicazione con gli uomini non poteva avvenire che tramite la propria spoliazione. La virtù più necessaria da irraggiare intorno era la povertà spirituale. Doveva incarnarsi in esseri eletti che infondessero una ispirazione tale nelle masse da renderle «creatrici di civiltà». Qui, la sua fiducia nell'uomo e la sua fede nel bene (che coincidono) si esprimevano in azione creativa sul piano sociale.Non ci vogliono vesti di sacco e conventi, segno di separazione. Questi eletti devono stare nella massa e toccarla, senza schermi frapposti. Non «devono avere compensazione alcuna» alla miseria di ogni giorno, e sinceramente vivere i loro rapporti con la massa, in modo da identificarsi con tutti, lenire le umiliazioni, smussare le durezze, comporre le separazioni.' Per giungere alla unificazione dell'umanità nell'amore. «Che siano uno ... » La chiesa doveva cambiare. Per accrescere l'unità, salvare se stessa insieme all'umanità intera.La chiesa doveva diventare come una madre.«Un bambino che, sotto gli occhi di sua madre, si ribella, disobbedisce, commette imprudenze, perché la presenza della madre gli pare una garanzia contro tutte le cattive conseguenze, se è lontano dalla madre, ha paura della sua libertà.Così i fedeli ai quali venisse accordato sempre, in campo spirituale, tutto quello che chiedono, comincerebbero a temere e a cercare rifugio in Dio» 10. Simone non si battezzò. Non richiese mai ad un sacerdote il battesimo in maniera formale. Né il battesimo né l'estrema unzione ebbero luogo, come potrebbe far pensare la sua sepoltura nella sezione cattolica del New Cemetery. Father Gilligan, cappellano del sanatorio Grosvenor insieme a Father Miller all'epoca della degenza di Simone Weil, ha scritto che sia il battesimo sia l'estrema unzione non furono amministrati, o se ne sarebbe trovata la documentazione nei registri della parrocchia di Santa Teresa del Bambin Gesù, «tanto più che Father Miller era scrupoloso in merito ».11.Era quello che Simone voleva, perché lo considerava suo «dovere». Il suo non-battesimo fu la sua testimonianza di fede cristiana. Lo spiega, nelle pagine che seguono, con chiarezza verso se stessa e con lealtà verso la chiesa cattolica. «Credo in Dio, nella Trinità, nell'incarnazione, nella redenzione, nell'eucarestia, negli insegnamenti del Vangelo.Ho detto che credo a queste verità, non che sottoscrivo a quanto afferma la Chiesa su di esse, affermandole come si affermano dei dati dell'esperienza o dei teoremi di geometria. lo vi aderisco grazie all'amore alla verità perfetta, inafferrabile, racchiusa in quei misteri e tento di aprire ad essa la mia anima per lasciar penetrare in me la luce.Non riconosco alla Chiesa nessun diritto di limitare le operazioni dell'intelligenza o le illuminazioni dell'amore nell'ambito del pensiero.Le riconosco invece la missione, come depositaria dei sacramenti e custode dei testi sacri, di formulare delle decisioni su certi punti essenziali, ma solo a titolo di indicazione per i fedeli.Non le riconosco il diritto di imporre i commenti di cui ella circonda i misteri della fede come se fossero la verità; ancor meno le riconosco il diritto di usare la minaccia e il terrore esercitando, per imporre quella verità, il potere di privare i fedeli dei sacramenti.Per me, nello sforzo di riflessione, un disaccordo apparente o reale con l'insegnamento della Chiesa è solo un motivo per sospendere per molto tempo il pensiero, un invito a spingere il più lontano possibile l'esame, l'attenzione e lo scrupolo, prima di affermare qualcosa. Ma è tutto. 476 Detto questo, io medito su ogni problema relativo allo studio comparato delle religioni, alla loro storia, alla verità racchiusa in ciascuna di esse, ai rapporti della religione con le forme profane della ricerca della verità e con l'insieme della vita profana, al significato misterioso dei testi e delle tradizioni del cristianesimo; medito su tutto questo senza nessuna ambizione di un accordo o di un disaccordo possibile con l'insegnamento dogmatico della Chiesa.Sapendomi fallibile, sapendo che tutto il male che ho la pigrizia di lasciar vivere nel mio animo, vi produce certamente una quantità proporzionale di menzogna e di errore, dubito in un certo senso anche delle verità che mi sembrano evidenti e certe.Ma questo dubbio, lo rivolgo in pari misura a tutti i miei pensieri, a quelli in accordo come a quelli in disaccordo con l'insegnamento della Chiesa.Io penso e conto fermamente di rimanere in questo atteggiamento fino alla morte.Sono certa che questo linguaggio non racchiude nessun peccato. Pensando diversamente, commetterei un delitto contro la mia vocazione, che esige un'assoluta onestà intellettuale.Non posso discernere alcuna causa umana o demoniaca di questo atteggiamento; tale atteggiamento infatti non può che produrre pene, sconforto morale e isolamento.Soprattutto l'orgoglio non può esserne la causa, poiché non vi è nulla che possa lusingare l'orgoglio in una situazione in cui si è considerati agli occhi degli increduli un caso patologico, poiché si aderisce a dogmi assurdi senza la scusa di subire un influsso sociale, mentre si ispira ai cattolici quella benevolenza protettiva, un po' sdegnosa, tipica dell'arrivato nei confronti di colui che è ancora in marcia. Non vedo quindi nessuna ragione per cui debba respingere la sensazione che ho in me, che cioè io resto in questo atteggiamento per ubbidienza a Dio, e che se lo modificassi offenderei Dio, offenderei Cristo che ha detto: «Io sono la verità».D'altra parte provo già da tempo un desiderio intenso e sempre crescente della comunione.Se si considerano i sacramenti come un bene, se li considero pure io così, se li desidero e se me li rifiutano senza alcuna colpa da parte mia, non può non esserci una grave ingiustizia in tutto ciò.Se mi si concedesse il battesimo, pur sapendo che io persevero nell'atteggiamento suddetto, si spezzerebbe una routine di almeno diciassette secoli.Se questa rottura è giusta e desiderabile, se oggi in particolare essa si presenta come urgente e vitale per la salvezza del cristianesimo (cosa che a me pare evidente), bisognerebbe allora per la Chiesa e per il mondo che essa avvenisse in modo vistoso e massiccio e non per iniziativa isolata di un prete che amministrasse un battesimo oscuro e ignorato.Per questo motivo e per altri analoghi io non ho mai rivolto finora a un sacerdote la domanda formale del battesimo.Non intendo farlo nemmeno ora.Tuttavia, sento il bisogno, non astratto, ma pratico, reale, urgente, di sapere se, nel caso che lo chiedessi, mi sarebbe accordato o rifiutato.[La Chiesa avrebbe un mezzo facile per procurarsi quel che sarebbe per lei e per l'umanità la salvezza.Dovrebbe riconoscere che le definizioni dei concili non hanno significato se non in relazione all'ambiente storico.Questo ambiente non può essere conosciuto dai non specialisti e spesso nemmeno dagli specialisti, a causa della mancanza di documenti.Quindi gli anatema sit fanno parte della storia; essi non hanno valore attualmente.Di fatto, li si considera tali, perché non s'impone mai come condizione per il battesimo di un adulto la lettura del Manuale delle decisioni e dei simboli dei concili. Un catechismo non ne è l'equivalente, poiché esso non contiene tutto ciò che è tecnicamente «di stretta fede» e contiene altre cose che non lo sono.E'd'altra parte impossibile scoprire, interrogando dei sacerdoti, ciò che è e ciò che non è « di stretta fede».Basterebbe allora illustrare ciò che fa parte più o meno della prassi, proclamando ufficialmente che una adesione di cuore ai misteri della Trinità, incarnazione, redenzione, eucarestia, e al carattere rivelato del Nuovo Testamento è la sola condizione per accedere ai sacramenti.In questo caso la fede cristiana, senza il pericolo di una tirannia esercitata dalla Chiesa sugli spiriti, potrebbe esser posta al centro di tutta la vita profana e di ogni attività che la compone, e tutto impregnare, assolutamente tutto, con la sua luce. Unica via di salvezza per i miserabili uomini di oggi] 12. Un'ultima volta Simone manifesta la sua coerenza. 478  Un'ultima volta sposa il pensiero all'azione. Questa volta, ciò avviene nella luce di un superiore equilibrio unificante: la fede.«Dev'essersi spenta verso le dieci e mezzo, nel sonno; appariva molto serena»13.  Note 1.Vedi cap.I, p. 18.2 Dalla lettera (1955) dell'abate René de Naurois a Simone Pétrement. Pétrement II, pp. 494-496.3 Lettera v, da Casablanca, indirizzata a Solange B., che fungeva da segretaria di padre Perrin in AdD, p. 65.4 Idem, in A dD, p. 66.5 CIII, p. 67.6 Lettera vi del 26 maggio 1942, da Casablanca, in AdD, p. 727 Lettera a Maurice Schumann, da Londra, senza data, in EdL, p. 213.8 CS, p. 177.9 Dal saggio Cette guerre est une guerre de religions, in EdL, p. 105. Nel CII, p. 306. Simone Weil parla di un ordine religioso «senza abito né insegna , i uomini e di donne che abbiano pronunciato voti «impliciti» piuttosto che espliciti di «povertà, castità e obbedienza entro i limiti compatibili con gli ordini ricevuti tramite la coscienza».10 CS, p. 266.11 Dalla lettera inviatami dalla Curia arcivescovile di Londra il 9 giugno 1976, con copia di una lettera di Father Gilligan del 4 giugno 1976 (vedi la riproduzione di quest'ultima nelle tavole fuori testo). Secondo Miss Iris Woods (vedi cap. i, p. 19), Father Gilligan nel 1975 era già morto. La sua lettera del 4 giugno 1976 alla Curia londinese prova il contrario ed è attestato decisivo sul non avvenuto battesimo diSimone Weil. Del resto, io stessa, nella mia visita ad Ashford dell'agosto 1975, ebbi modo di consultare i registri della parrocchia di Santa Teresa del Bambin Gesù e constatai quell' assenza di ogni documentazione «in merito» cui Father Gilligan si riferisce come riprova.12 «Ultime pagine» di Simone Weil da L'amore di Dio, Borla, Torino 1968, traduzione di Giulia Bissaca e di Alfredo Cattabiani (da Pensées sans ordre concernant l'amour de Dieu, Gallimard, coll. Espoir, Paris 1962). E «Dernier texte», secondo la dicitura francese, è stato ritrovato grazie ai padri Florent e Le Baut, domenicani. Il primo l'aveva ricevuto alla fine del 1944 o all'inizío del 1945 da una ragazza di cui ha scordato il nome; glielo aveva affidato come scritto di un'amica (che non nominava), sul quale voleva un parere. Florent aveva giudicato il testo «di grande interesse» e, non essendo la ragazza più tornata a cercarlo, lo aveva conservato con cura. In seguito, aveva parlato di Simone Weil ad Algeri con il padre Le Baut, e visto dei facsimili della sua scrittura. «Colpito dalle somiglianze di pensiero, di stile e di grafia con il documento da lui conservato, si persuase, non senza motivo, che quel testo era di Simone Weil». Fu Selma Weil a datarlo con certezza da Londra, «per certe parole e inflessioni della scrittura, simili in tutto alle ultime lettere di Simone». Il domenicano offrì allora quel testo alla Bibliothèque Nationale, dove già si trovavano gli altri manoscritti. Era il 1960. (Da: Denise-Aimé Azam, L'extraordinaire ambassadeur, Le Table Ronde, Paris 1967, pp. 117-118).13 Pétrement II, p. 516. 

 

 
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