Bellezza e spiritualità dell'unione matrimoniale

Giulia Paola Di Nicola-Attilio Danese

"Non è il Vangelo che cambia,

siamo noi che lo capiamo sempre meglio"

(dal Diario di Giovanni XXIII)

 

 

Premessa

Dopo un’attesa particolarmente attenta dei cattolici e dell’opinione pubblica, la pubblicazione dell’esortazione Amoris laetitia (8.IV.2016) ha incontrato, come e più del solito, l’accoglienza entusiasta di chi attende il cambiamento e le critiche di chi non vorrebbe distaccarsi affatto dall’applicazione pura e semplice della dottrina. Questi ultimi, freddini nei commenti, hanno temuto concessioni a relativismo, individualismo, permissivismo… Alcuni hanno rilevato alcune discontinuità, altri hanno forzato la continuità col Magistero di sempre, chiudendo gli occhi sulle ‘cose nuove’ che l’esortazione annuncia, sulla base di   una   lettura più approfondita del Vangelo. Sorprende che alcuni tra i cattolici fedelissimi alla dottrina, non abbiano dimostrato altrettanta fedeltà al Papa, proprio quando, al contrario, gli anticlericali ne assumono le difese. E’ certo comunque che innumerevoli famiglie sparse nel mondo hanno ringraziato Papa Francesco per aver elevato un canto all’amore sponsale, facendo proprio lo sguardo amorevole e misericordioso del Padre celeste sulla sua creazione. E’ dalla parte di queste famiglie che vogliamo rileggere con voi alcune gemme che l’esortazione ci ha regalato.

  1. L’ ‘estasi’ dell’eros

Tra i temi trattati, particolarmente significativo è l’accento posto sulla coniugalità. L’incipit ci dice già che si tratta di una ‘sinfonia dell’amore’, che valorizza l’attrazione naturale tra l’uomo e la donna e dunque la passione, l’eros, come il Creatore lo ha voluto e iscritto nella differenza sessuale delle sue creature. A fronte della storica insistenza del Magistero sull’intero nucleo famigliare e sulla procreazione, Papa Francesco mette in luce la centralità della coppia uomo donna che si ama e si promette fedeltà e cura reciproca. Egli si ricollega al pensiero di Giovanni Paolo II sulla famiglia, per soffermarsi più intensamente sull’io e sul tu che costituiscono il noi, fondamento sia del nucleo familiare che scaturisce dalla loro alleanza, sia della procreazione. L’incontro, la comunicazione, l’attrazione sono al cuore della relazione sponsale: «È l’incontro con un volto, un “tu” che riflette l’amore divino ed è "il primo dei beni… O anche, come esclamerà la sposa del Cantico dei Cantici, in una stupenda professione d’amore e di donazione nella reciprocità: "Il mio amato è mio e io sono sua […]. Da questo incontro che guarisce la solitudine sorgono la generazione e la famiglia» (AL, 12-13). Confessando i propri sentimenti, chiedendo e provocando il sorriso dell’altro, inviando al momento opportuno messaggi di complicità, ciascuno confida – senza affatto pretenderlo – di essere ricambiato e che sarà possibile unire i percorsi di vita. Se ci si sposasse senza sincerarsi di una tale reciprocità di sentimenti e impegni, si metterebbero le premesse del fallimento, venendo a mancare l’equilibrio dello scambio, costitutivo della circolarità dell’amore sponsale.

Il risalto dato all’eros va collegato alle preziose riflessioni di Benedetto XVI al n. 5 della Deus caritas est: «…l'eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni» e al n. 7: «Nel dibattito filosofico e teologico… tipicamente cristiano sarebbe l'amore discendente, oblativo, l'agape appunto; la cultura non cristiana, invece, soprattutto quella greca, sarebbe caratterizzata dall'amore ascendente, bramoso e possessivo, cioè dall'eros... In realtà eros e agape… non si lasciano mai separare completamente l'uno dall'altro… Anche se l'eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente - fascinazione per la grande promessa di felicità - nell'avvicinarsi poi all'altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell'altro... Così il momento dell'agape si inserisce in esso; altrimenti l'eros decade e perde anche la sua stessa natura. D'altra parte, l'uomo non può neanche vivere esclusivamente nell'amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l'uomo può - come ci dice il Signore - diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva (cfr Gv 7, 37-38). Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio (cfr Gv 19, 34)».

In questa prospettiva antropo-teologica che avvicina cielo e terra, tutto ciò che riguarda l’amore carnale assume una luce nuova e positiva, avvalendosi delle conquiste culturali del Novecento sull’affettività e sulla sessualità: il bacio, la carezza, l’amplesso non sono solo soddisfacimento egocentrico delle pulsioni istintuali, ma costituiscono anche un propulsore del dinamismo messo in atto dalla natura nell’uomo e nella donna verso l’amore altruistico e donativo. Lei e lui, separatamente e insieme, spinti dalla passione e sostenuti da buone intenzioni, fanno un percorso a tappe verso l’agape, in un equilibrio instabile e altalenante tra gratificazioni e ostacoli, conquiste e fallimenti, momenti egoistici e altruistici. Amandosi imperfettamente, essi tendono all’amore perfetto, quale viene declinato da S. Paolo nell’intramontabile inno alla Carità (1 Cor 13,4-7; cf AL, nn. 90-119) che reclama l’esercizio di tutte le virtù quali scaturiscono dall’amore cristiano. Il Papa ne fa "una vera e propria esegesi attenta, puntuale, ispirata e poetica” leggendolo attraverso le lenti di una coppia di sposi, i quali si esercitano nell’amore divenendo cesellatori dell’arte di amare, senza che l’io si annulli nel tu né lo invada e inglobi.

Come intuiva Platone, l’amore è ‘divino’ nella misura in cui si nutre di rispetto, consenso, pudore. «Entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore»[1]. Di qui l’attenzione ad amare nel modo in cui l’altro è in grado di recepire il dono e rispondervi liberamente, spendendosi per il bene di entrambi, ma anche sapendosi ritirare se il dono non è gradito, il che non è esente da sofferenza: chi fa dell’amore un progetto di vita deve saper accettare i rifiuti, gli ostacoli, i fallimenti promettendo di non rompere l’alleanza, ma di insistere nella pazienza, nella benevolenza, nella fiducia rinnovata. Innumerevoli passaggi dell’esortazione raccolgono la domanda di qualità delle giovani coppie, le quali non sopportano più un matrimonio ‘puntuale, ridotto a routine, impolverato dalla strumentalizzazione dell’altro, da mancanza di rispetto e trascuratezza[2]. Unendo le vite due giovani scommettono sulla possibilità effettiva di regalarsi una vita felice, pur non avendo garanzie di riuscita e temendo gli imprevisti, i mutamenti di identità, di contesti ed eventi.

L’altezza della posta in gioco, che nell’AL rimanda chiaramente all’amore divino e trinitario, comporta l’accettazione di passaggi dolorosi l’impegno a insistere nell’amare sperando di trasformarli in risorse per nuovi e più profondi orizzonti: «Poche gioie umane sono tanto profonde e festose come quando due persone che si amano hanno conquistato insieme qualcosa che è loro costato un grande sforzo condiviso» (AL, 130).

L’eros è la condizione di partenza del viaggio. Perciò l’esortazione fa una virata di bordo rispetto alle diffidenze tradizionali del mondo religioso e cattolico sulla sessualità, vista come tentazione (per non parlare del matrimonio come ‘remediumconcupiscentiae’). Il Papa si spinge nell’autocritica: «...dobbiamo essere umili e realisti, per riconoscere che a volte il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, per cui ci spetta una salutare reazione di autocritica... spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere della procreazione. Né abbiamo fatto un buon accompagnamento dei nuovi sposi nei loro primi anni, con proposte adatte ai loro orari, ai loro linguaggi, alle loro preoccupazioni più concrete. Altre volte abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito… Questa idealizzazione eccessiva, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella Grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario» (AL, 36). L’approccio positivo alla sessualità - niente affatto ingenuo - mette   "sul candelabro" la bellezza dell’unione intima la cui attrattiva è in grado di purificare l’amore e generare vita buona: «La bellezza - “l’alto valore” dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche - ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla. Nella società dei consumi si impoverisce il senso estetico e così si spegne la gioia. Tutto esiste per essere comprato, posseduto e consumato; anche le persone. La tenerezza, invece, è una manifestazione di questo amore che si libera dal desiderio egoistico di possesso. Ci porta a vibrare davanti a una persona con un immenso rispetto e con un certo timore di farle danno o di toglierle la sua libertà» (AL, 127).

Parimenti significativa è la valorizzazione della gioia ad evitare che prevalga l’esaltazione del dovere kantianamente inteso: «Nel matrimonio è bene avere cura della gioia dell’amore. Quando la ricerca del piacere è ossessiva, rinchiude in un solo ambito e non permette di trovare altri tipi di soddisfazione. La gioia, invece, allarga la capacità di godere e permette di trovare gusto in realtà varie, anche nelle fasi della vita in cui il piacere si spegne. Per questo san Tommaso diceva che si usa la parola “gioia” per riferirsi alla dilatazione dell’ampiezza del cuore»[3]. Papa Francesco ricorda il film Il pranzo di Babette, in cui la generosa cuoca suscita la gioia dei convitati e riceve un abbraccio riconoscente: «Come delizierai gli angeli!». «Tale gioia, effetto dell’amore fraterno, non è quella della vanità di chi guarda se stesso, ma quella di chi ama e si compiace del bene dell’amato, che si riversa nell’altro e diventa fecondo in lui» (AL, 129).

Tenendo conto delle aumentate aspettative di vita - i coniugi d’oggi restano insieme per cinque o sei decenni - si comprende che la gioia va custodita e richiede di “scegliersi a più riprese» (AL, 163), calibrando e rinnovando i registri dell’amore: «Non possiamo prometterci di avere gli stessi sentimenti per tutta la vita. Ma possiamo certamente avere un progetto comune stabile, impegnarci ad amarci e a vivere uniti finché la morte non ci separi, e vivere sempre una ricca intimità» (AL, 163). Ciò vale soprattutto quando l’altro è sfigurato dalla vecchiaia e dalla malattia: «L’esperienza estetica dell’amore si esprime in quello sguardo che contempla l’altro come un fine in sé stesso, quand’anche sia malato, vecchio o privo di attrattive sensibili. Lo sguardo che apprezza ha un’importanza enorme e lesinarlo produce di solito un danno. Quante cose fanno a volte i coniugi e i figli per essere considerati e tenuti in conto! Molte ferite e crisi hanno la loro origine nel momento in cui smettiamo di contemplarci… L’amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale un essere umano» (AL, 128). Chi ama sa contemplare la bellezza e la sacralità dell’amato anche quando è “fisicamente sgradevole, aggressivo o fastidioso”, continuando a ‘scrivere’ una vita a due: «Ognuno, con cura, dipinge e scrive nella vita dell’altro» (AL, 322).  

2.Fiducia e antiperfettismo

Nel sacrario della coscienza, la fedeltà non è solo un imperativo etico, come si tende a pensare quando si fa del legame “una catena che blocca la libera espansione di sé” (‘tu devi”); corrisponde piuttosto alla esigenza della persona in quanto tale di ricevere e dare amore. Dicendo ‘Ti amo’ la persona si stima capace di donarsi e si apre nella sua nudità, al di là dei paludamenti del prestigio sociale, facendo una promessa che conta di poter mantenere per contribuire alla felicità propria e dell’altro. Dice all’altro “Tu vali molto. Io ho piena fiducia in te e voglio amarti”. «L’amore di amicizia - ripete il Papa sulle orme di San Tommaso - si chiama “carità” quando si coglie e si apprezza “l’alto valore” che ha l’altro»[4]. Tale fiducia va riconfermata di fronte ai piccoli-grandi errori in cui la storia d’amore incorre, ai difetti resi odiosi e insopportabili dalla persistenza nel tempo. Occorre ripetersi: “Tu vali più degli errori che hai commesso”. Si alimenta così un capitale sociale, un tesoro che nasce dall’investimento reciproco (“Amor ch’a nullo amato amar perdona”[5]) e che riversa positività a cascata sulla società e sulla Chiesa. Infatti la fiducia è la base della convivenza umana ed anche dell’economia: se tutti ritirassero la fiducia da una banca, una scuola, una nazione, queste istituzioni crollerebbero. Così è per il matrimonio: ciascuno, investendo il suo capitale, ossia la sua stessa persona, su un essere particolare, scommette sul suo valore infinito e sulla propria capacità di amarla per sempre. Si legge: «Questa stessa fiducia rende possibile una relazione di libertà... L’amore ha fiducia, lascia in libertà, rinuncia a controllare tutto, a possedere, a dominare. Questa libertà, che rende possibili spazi di autonomia, apertura al mondo e nuove esperienze, permette che la relazione si arricchisca e non diventi una endogamia senza orizzonti. In tal modo i coniugi, ritrovandosi, possono vivere la gioia di condividere quello che hanno ricevuto e imparato al di fuori del cerchio familiare. Nello stesso tempo rende possibili la sincerità e la trasparenza, perché quando uno sa che gli altri confidano in lui e ne apprezzano la bontà di fondo, allora si mostra com’è, senza occultamenti» (AL, 115).

La fede alimenta questa fiducia reciproca ma non sottovaluta una sana prudenza. Troppo frequentemente purtroppo tra i credenti si constata il contrasto tra la pratica religiosa, con frequenza ai riti e preghiera, e la scarsa attenzione reciproca, quando non si palesano ingiustizie e violenze, quassi fossero tollerabili sotto l’ombrello dell’istituzione civile e\o sacramentale. Un dato che non cessa di allarmare è che la famiglia, fulcro della vita d'amore, si tramuta spesso, purtroppo, nel suo contrario, “groviglio di vipere”, come diceva F. Mauriac. L'ambiente umano destinato ad essere culla dell’amore diventa il luogo da cui difendersi, per salvare il senso della dignità, la vocazione professionale e/o reli­giosa. Non si può essere “stolti” nell’amore e incoraggiare una oblatività a senso unico, che finirebbe col danneggiare se stessi, l’altro e la tenuta del matrimonio.

Perciò nel breve ma incisivo paragrafo dedicato alla questione femminile, il Papa condanna la violenza contro le donne come ‘codardia’ e ‘vergogna’ di una falsa mascolinità. E’ una presa di posizione che raramente ascoltiamo dalla bocca dei predicatori della Domenica: «per quanto ci siano stati notevoli miglioramenti nel riconoscimento dei diritti della donna e nella sua partecipazione allo spazio pubblico – egli scrive - c’è ancora molto da crescere in alcuni Paesi. Non sono ancora del tutto sradicati costumi inaccettabili. Anzitutto la vergognosa violenza che a volte si usa nei confronti delle donne, i maltrattamenti familiari e varie forme di schiavitù che non costituiscono una dimostrazione di forza mascolina bensì un codardo degrado. La violenza verbale, fisica e sessuale che si esercita contro le donne in alcune coppie di sposi contraddice la natura stessa dell’unione coniugale» (AL, 54). Il Papa accenna anche alle mutilazioni genitali, all’ “utero in affitto”, alla “strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nell’attuale cultura mediatica” per poi concludere plaudendo allo stile di reciprocità comprensiva del riconoscimento dei diritti e della dignità, significativamente interpretati come frutti dello Spirito: «C’è chi ritiene che molti problemi attuali si sono verificati a partire dall’emancipazione della donna. Ma questo argomento non è valido, ‘è una falsità, non è vero. E’ una forma di maschilismo’[6]. L’identica dignità tra l’uomo e la donna ci porta a rallegrarci del fatto che si superino vecchie forme di discriminazione, e che in seno alle famiglie si sviluppi uno stile di reciprocità. Se sorgono forme di femminismo che non possiamo considerare adeguate, ammiriamo ugualmente l’opera dello Spirito nel riconoscimento più chiaro della dignità della donna e dei suoi diritti» (AL, 54).

Tra l’amore eterno e le sue cadute si sventagliano infine gradazioni delle relazioni sponsali. La reciprocità si purifica e rafforza nel tempo, alla ricerca di un instabile equilibrio di risorse secondo giustizia, senza mai acquetare il suo dinamismo creativo e alternando momenti di pace e di turbolenze.

Papa Francesco raccomanda un approccio realistico alla vita delle famiglie, evitando il linguaggio ‘perfettista’: «Nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare... Tutti siamo chiamati a tenere viva la tensione verso qualcosa che va oltre noi stessi e i nostri limiti» (AL 325). Perciò, meglio evitare le distinzioni tradizionali tra famiglie "regolari" e "irregolari" per avvicinare tutti e condividere la sofferenza delle coppie che vivono storie non facilmente catalogabili, alternano gioie e dolori,   tensioni e   riposo, oppressioni e liberazioni,   fastidi e piaceri: «Sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione» (AL 296).

L’imperfezione vista come condizione umana ci spinge ad avvicinare fraternamente chi è in condizione di disagio, evitando di fare della dottrina una barriera insormontabile, giacché: «ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti a una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma» (AL 304). Vi è la chiara convinzione che senza la carità e la misericordia la verità può divenire capestro, anche se ciò non comporta affatto che l’attenzione ai singoli casi coincida con l’“etica della situazione” (“individualismo etico”). arrivata

Quel che viene in evidenza nello spirito dell’esortazione è il necessario approccio amichevole e personale ad ogni diversa storia di amore. Si tratta di preferire l’accompagnamento fraterno di famiglie, tutte variamente alle prese con difficoltà e percorsi accidentati che richiederebbero orecchie attente e mani operose, ossia una Chiesa vicina che sa accogliere senza scartare nessuno, tanto meno in nome di Dio. Pensando a tutte le famiglie non bisognerebbe trascurare quelle considerate ‘normali’, anch’esse bisognose di confermare ed elevare la qualità dell’amore onde prevenire e arginare i possibili fallimenti: “Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture” (AL 307).

Traspare in questo una Chiesa che vuole donare gioia in risposta a storie d’amore che aspirano alla pienezza della gioia,ma questo può farlo solo a partire dal reale stato di imperfezione e limitatezza: «Contemplare la pienezza che non abbiamo ancora raggiunto ci permette anche di relativizzare il cammino storico che stiamo facendo come famiglie, per smettere di pretendere dalle relazioni interpersonali una perfezione, una purezza di intenzioni e una coerenza che potremo trovare solo nel Regno definitivo… Non perdiamo la speranza a causa dei nostri limiti, ma neppure rinunciamo a cercare la pienezza di amore e di comunione che ci è stata promessa» (AL, 325).

Rispetto alle analisi lamentose e apocalittiche sui mali delle famiglie si sentiva il bisogno di uno sguardo positivo, ricco di misericordia e gioioso!

3. Per una spiritualità relazionale

Se Dio è unico, diverse sono tuttavia le spiritualità che lo riflettono, come la storia e i tanti santi dimostrano con i loro specifici e preferenziali approcci all’amore divino. Papa Francesco, dopo aver chiarito che «La famiglia non è qualcosa di estraneo alla stessa essenza divina» (AL, 11), scrive: «coloro che hanno desideri spirituali profondi non devono sentire che la famiglia li allontana dalla crescita nella vita dello Spirito, ma che è un percorso che il Signore utilizza per portarli ai vertici dell’unione mistica» (AL 316). Tale percorso non viene enucleato attraverso esercizi ascetici e preghiere, ma viene centrato sull’inno alla carità di San Paolo per illuminare le reali condizioni di vita, i contesti, le pulsioni, le dinamiche relazionali e orientarle alla carità divina. Giustamente molti sono rimasti colpiti dalla capacità di introspezione psicologica che segna l’esegesi paolina, dato che il Papa, facendo tesoro della sua esperienza pastorale, si mette nei panni degli uomini e delle donne che si amano, entra nel mondo delle loro emozioni - positive e negative – quasi per accompagnarli nelle difficoltà relazionali della vita di ogni giorno.

Il tono è di meraviglia e di gioia, ma non si tratta di una sviolinata; il punto di partenza è quella attenzione\attrazione che sollecita un innamorato a compiere i ‘passi dell’amore’ alla ricerca di una qualità sempre migliore del modo di confrontarsi, aiutarsi, vivere l’intimità e star bene insieme nei piccoli gesti quotidiani come negli eventi imprevisti. Chi ama sa che non può essere una moglie o un marito felice se non facendo felice l’altro: le gioie più intense della vita, quasi un anticipo del Cielo, nascono proprio quando si procura felicità all’altro. Si può progredire così sino al dono di sé, anche senza una esplicita intenzione e senza fare del richiamo della spiritualità qualcosa che soffoca la   sensibilità e l’affettività. E’ l’amore stesso che indica la strada e attira all’incontro con la fede per chi non l’ha e alla verifica della fede per chi ritiene di averla. Ogni attimo ne viene illuminato, superando la contrapposizione tra sacro e profano, tra evento solenne e feriale, giacché niente appare secondario agli occhi dell’amore e della fede: «i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della Sua Risurrezione» (AL, 317).

Papa Francesco dà l’esempio, prima ancora di raccomandare concretezza a coloro che hanno la tendenza a essere “teorici, idealisti”, puntando frettolosamente sull’amore oblativo e sull’amicizia spirituale. Chiede di non presentare «un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono» (AL 36). Il rispetto alla legge della gradualità in ogni percorso delle anime impone di non sorvolare sulla quotidiana «combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri» (Al 126). In famiglia ciò vale anche nel rapporto con i figli, come un invito a non premere l’acceleratore ma educarli rispettando le tappe dei loro percorsi, in modo che possano sentirsi “compresi, accettati e apprezzati» (AL 271).

La spiritualità non è un traguardo che si raggiunge, un riconoscimento di status, ma un processo perenne. Papa Francesco mette in guardia dal disagio che può provocare l’esemplarità assoluta della famiglia di Nazareth e del rapporto Cristo Chiesa: «non si deve gettare sopra due persone limitate   il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica “un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio”» (AL 122). Occorre piuttosto accogliere i frammenti di storie d’amore diverse, mai stagnanti, e sentire empatia per le storie di alterne fasi della vita a due, con il mix di momenti irenici e conflittuali, gratificanti e frustranti, soggetti a trionfi e fallimenti, esaltazione e indifferenza, evoluzioni e regressi, abbandoni e riunificazioni, morti e resurrezioni. L’avventura coniugale si presenta così come la chiamata ad un viaggio avventuroso ed esigente che partendo dalla terra ed elevandosi verso il cielo «richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare. C’è una chiamata costante che proviene dalla comunione piena della Trinità, dall’unione stupenda tra Cristo e la sua Chiesa, da quella bella comunità che è la famiglia di Nazareth e dalla fraternità senza macchia che esiste tra i santi del cielo» (AL, 352).

Gli sposi, protagonisti di questo percorso, non dovrebbero sentirsi schiacciati dalla perfezione esemplare di quei personaggi della Chiesa, fondatori, consacrati, donne e uomini carismatici, decisamente ammirevoli, ma chiamati ad un’altra missione e percepiti spesso come irraggiungibili, benché venerati. Per tutti vale ciò che ci chiede Gesù: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”, ma guai a giudicare un qualunque essere umano sul registro della perfezione divina; così pure: “non c'è amore più grande che quello di chi dà la vita per coloro che ama” (Gv 15,13), ma sarebbe pretenzioso giudicare peccatore chi non riesce sacrificare la sua vita. A ciascuna persona e a ciascuna coppia il suo ritmo, accompagnandola a fare prorpio il compito di ripulire la coscienza in modo da riuscire a cogliere i sussurri, latenti e imperiosi, dello Spirito che è Amore.

La gradualità non nega affatto la meta, ma accetta la croce del tempo, in una dialettica che evita da una parte l’appiattimento realistico e dall’altra lo svolazzamento idealistico. Perciò il Papa sottolinea la virtù della pazienza («La carità è paziente») liberandola da alcuni fraintendimenti: “Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia” (AL, 92).

E’ oltremodo opportuno questo richiamo congiunto alla pazienza e alla difesa della persona. Quando la dignità viene offesa e calpestata proprio dal coniuge, quale credibilità può avere il sacramento dell'amore? Come si può insegnare ai figli il rispetto, la cura, la donazione all'altro se tra mamma e papà prevalgono prepotenze e indifferenza, se si tradiscono e picchiano gettando i figli nell’angoscia, iniettando tristezza e sfiducia? I genitori che amano i loro figli e non vogliono perdere autorevolezza fanno del tutto per controllare gli sfoghi dell’ira: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef 4,31).

L’amore paziente non può limitarsi all’autocontrollo, ossia a reprimere comportamenti negativi; implica l’arte di prevenire i desideri dell’altro e di saper comunicare sapientemente l’amore studiando la personalità dell’altro, le ra­gioni del suo pensare e agire, per poterlo accontentare. Molti conflitti potrebbero evitarsi esercitandosi in questo compito ermeneutico indelegabile della comprensione del linguaggio dell'altro, valorizzando l’intuizione, l’intelligenza, gli strumenti cognitivi delle scienze umane, sempre restando diffidenti verso il rischio di dare per scontata la comprensione dell'altro e la pretesa di pensarlo a "nostra immagine". La fede invita a «contemplare ogni persona cara con gli occhi di Dio e riconoscere Cristo in lei» (AL, 323). Proprio l’essere a immagine di Dio protegge da ogni pretesa di controllo, dominio, strumentalizzazione. Questa alterità mai catturabile di ogni essere umano è un invito a sempre riaprire il dialogo, a non chiudere le porte al perdono che consente all’amore di rinascere.

La pazienza non riguarda soltanto le offese importanti, i tradimenti, le trascuratezze, ma anche la capacità di tollerare i limiti, le piccole fissazioni, le delusioni, le manìe che il tempo talvolta rende in­sopportabili. Essa “si rafforza quando riconosco che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è. Non importa se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato” (AL, 92).

Il Papa aggiunge una ulteriore caratteristica della pazienza: essa non può essere un’attesa inerme. Contiene in sé la forza di una virtù attiva, che spera e costruisce, mentre attende fiduciosa: “Paolo vuole mettere in chiaro che la “pazienza”, nominata al primo posto, non è un atteggiamento totalmente passivo, bensì è accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri. Indica che l’amore fa del bene agli altri e li promuove. Perciò si traduce come “benevola” (n. 93).

L’esortazione papale dimostra che taluni modelli di spiritualità, manifesti anche nelle liturgie ecclesiali, si servono di contenuti, linguaggi, preghiere, tipici di persone individualmente consacrate e di spiritualità di taglio monastico, poco adatte alla vita di famiglia. Non si tratta di una rivendicazione di dignità rispetto alla presentazione gerarchica delle vocazioni (gli ‘eletti’ e gli ‘scartati’? I ‘consacrati’ e gli ‘sconsacrati’ come diceva I. Giordani?) ma più in generale della presentazione di un cammino di castità verginale che applica ai coniugi i modelli di una vocazione che non è propriamente la loro, a cui fanno fatica a conformarsi, ivi compreso il modo di considerare la maternità, l’invito ad esercitarsi individualmente sulle virtù, a ritmare il tempo per i salmi, a lavorare sulla propria anima. Tutto ciò non sempre si accorda con l’impegno prioritario ad amare che scaturisce dal patto nuziale. Vi possono essere effetti negativi, quali si riscontrano in certe coppie di sposi così poco attrattive di diaconi, impeccabili sull’altare e così poco collaborativi in casa, di donne dedite alla parrocchia, talvolta sciatte e pie, le cui famiglie vivono in un clima decisamente non ottimale. Non pochi praticanti conoscono gli effetti boomerang sulle famiglie di questo travaso di spiritualità dai vergini agli sposi. Gli sposi hanno bisogno di vivere la spiritualità a partire dalla sollecitudine spicciola nei confronti dei componenti il loro nucleo familiare, sapendo, in situazioni particolari, anche sospendere certe buone pratiche religiose, pur di soccorrere alle necessità dei propri cari e soprattutto di mantenere l’unità con colui\colei che agli occhi della fede è   “vicario” del Cristo stesso.

Da non sottovalutare al riguardo la raccomandazione di Papa Francesco circa la formazione dei sacerdoti: «ai ministri ordinati manca spesso una formazione adeguata per trattare i complessi problemi attuali delle famiglie» (AL 202), nonché l’invito a coinvolgere le famiglie (cfr AL 203) con l’aggiunta che "può essere utile" l'apporto delle donne (AL 202). Nelle coppie bisogna che la carità sia ordinata prioritariamente a quel tu unico scelto come compagno\a di vita; chi intende accompagnarle nel cammino di spiritualità deve comprendere o aver fatto esperienza di “euritmia”[7], che implica la sintonia del ‘noi’, ossia il distacco dall’io (obbedienza reciproca), il distacco dai beni individualmente desiderati, da amici e parenti ricercati per la propria gratificazione. Sarebbe distorsivo, per esempio, applicare a due sposi certe forme di obbedienza richieste ai monaci, perché nella coppia non c’è un superiore ed entrambi devono accordarsi per meglio custodire l’amore e servire al bene di ciascuno e della famiglia nel suo insieme. Le virtù richieste ai vergini di per sé valgono anche per gli sposi, ma in modo diverso e più relazionale, in accordo con la loro vocazione alla comunione sponsale, tesa ad entrare nella mente e nel cuore dell’altro tenendo conto delle sue tendenze, delle abitudini acquisite, delle domande latenti, dei segni di fragilità, dei silenzi, della vocazione, rallentando o accelerando per sincronizzarsi sui passi dell’altro.

Gli sposi che si promettono fedeltà hanno bisogno di essere rafforzati da testimoni che li rassicurino sulla presenza del Cristo tra loro il quale prende in mano le sorti del matrimonio sul piano delle necessità concreta e nel viaggio di purificazione dall’egoismo, dai sentimenti di ostilità e di vendetta, derive sempre possibili quando l’amore si trasforma nel suo opposto. Dal Cristo essi si aspettano l’impossibile e quel ‘di più’ di gioia promessa agli amici: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15, 11). Perciò, nonostante le cadute, le fragilità, l’incapacità di corrispondere ad un ideale alto di coniugalità, tutti gli sposi che accettano di camminare nell’amore, che lo riconoscano o meno, hanno per compagno e guida il Cristo stesso, e lasciano trasparire in filigrana quel  “mistero grande” di cui parla S. Paolo, destinato a imitare quaggiù la vita trinitaria di lassù.

4. Sensus fidei e storia

L’Amoris laetitia va letta anche come l’esortazione di un Papa che non teme di ascoltare e lasciarsi interrogare dalle lente trasformazioni della storia e delle coscienze.

Vi sono cattolici che temono ogni cambiamento nella Chiesa perché nel passato sono stati abituati ad un cristianesimo intollerante, il quale ha assicurato la fedeltà alle norme e alla dottrina, ma spesso ha trascurato l’attenzione alle singole persone, alle loro storie, ai mutamenti culturali e di conseguenza ha presentato il volto di Gesù più come giudice che come Amore misericordioso. Senza distinguere l’attaccamento alla tradizione con la t minuscola da quella con la T maiuscola, si rende difficile trasmettere alle giovani coppie il senso genuino della fede e renderla attrattiva ai loro occhi. La distanza tra la fede delle persone mature\anziane - e di quel target elitario e troppo ristretto di praticanti - e dei giovani è sotto gli occhi di tutti. Si tratta di una divisione ben più profonda di quella che viene chiamata il “digital divide”, ossia il divario digitale esistente tra chi ha effettivo accesso alle tecnologie dell'informazione (in particolare personal computer e internet) e chi ne è escluso, in modo parziale o totale, ossia gli anziani. L’incompetenza tecnologica dei ultra cinquantenni e la velocità con cui i giovani usano le tecnologie - specie quelli che vengono chiamati “nativi digitali”- è meno divisiva rispetto a quello che potremmo definire “religious divide”, riguardo al modo di sentire e vivere la fede. Troppi giovani relativizzano, pur senza esplicita contestazione, la conformità alle norme, trascurando la frequenza ai riti, svalutando le virtù per antonomasia, quali obbedienza e purezza, restando impermeabile alle decisioni del Magistero… Il fossato intergenerazionale è da attribuire solo alla “caduta della fede”, alla “morte di Dio”, all’indifferenza e ostilità alla dottrina morale e alle decisioni del Magistero, oppure dovremmo approcciare il fenomeno anche da un altro punto di vista e prendere atto di un insufficiente ascolto delle ‘rivoluzioni nascoste’?

Papa Francesco con il suo stile di vita e con l’Amoris laetitia mostra di voler aprire al sentire della gente, disponibile ad una continuità discontinua con la Tradizione, mantenendo lo sguardo fisso e fedele alla Parola. Riguardo al matrimonio, non si limita a magnificare e idealizzare il sacramento, e tanto meno a giudicare dal punto di vista morale e dottrinale i comportamenti delle coppie contemporanee, ma mira ad aprire le porte al presente e al futuro, ad allargare le tende della Chiesa per rispecchiare la misericordia del Padre e accogliere sofferenze, aspirazioni, suggerimenti specie di quanti vivono ai margini. Nello scrivere l’Amoris laetitia ha dato seguito alle indicazioni dei Padri sinodali e alle proprie catechesi, ma ha tenuto conto anche del lavoro della Commissione teologica internazionale che ha prodotto il documento “Teologia oggi: prospettive, principi e criteri” (approvato dalla Congregazione per la dottrina della fede e pubblicato l’8 Aprile 2015), che ci appare indispensabile alla comprensione dell’esortazione. Vi si sottolinea l’importanza di un necessario riscontro tra l’insegnamento della Chiesa e il sensus fidei fidelium, ossia quella percezione della fede e del modo di viverla che i cristiani tutti avvertono spontaneamente, in virtù dello Spirito che li inabita: la funzione profetica è universalmente donata ai seguaci di Gesù, qualunque sia il loro stato di vita, la loro vocazione, il loro grado di santità.

Il Magistero cattolico contemporaneo appare meno timoroso nel giudicare i nuovi fermenti culturali, temuti un tempo come sfide pericolose alla dottrina della Chiesa eccedendo in prudenza (per esempio Illuminismo, democrazia, rivoluzione francese, socialismo, movimenti di emancipazione delle donne). La storia sviluppa con sé indicazioni preziose da non perdere: non avremmo avuto la Rerum Novarum senza la rivoluzione operaia, né la Mulieris dignitatem senza la rivoluzione femminista, per fare solo qualche esempio. L’attenzione alle rivoluzioni dello Spirito (l’espressione è hegeliana) favorisce il mutuo circolare di intelligenze, sentimenti, critiche, suggerimenti, che contribuiscono ad una visione più completa della realtà, non solo discendente dalla gerarchia al popolo, che aderisce passivamente a ciò che viene sistematizzato in alto, ma anche ascendente. Respingendo la distorta rappresentazione di una gerarchia attiva e di un laicato passivo, e in particolare la nozione di una rigorosa separazione fra Chiesa docente (Ecclesia docens) e Chiesa discente (Ecclesia discens), già il Concilio aveva chiarito che tutti i battezzati partecipano, secondo il modo che è loro proprio, alle tre funzioni di Cristo profeta, sacerdote e re. Aveva inoltre sottolineato che Cristo esercita la funzione profetica non soltanto per mezzo della gerarchia, ma anche attraverso il laicato, il che è proprio ciò che Papa Francesco riprende e sottolinea.

Si legge nel documento della citata Commissione: «Il sensus fidei aiuta a leggere i segni dei tempi, a giudicarli nella luce della Parola di Dio… gioca un ruolo non solo reattivo ma anche proattivo e interattivo. In questo senso può aprire nuove vie anche se ciò esige tempi lunghi e infinita pazienza da tutte le parti, se si vuole realizzare un franco e veritiero processo di discernimento e realizzare una conclusione che sia “conspiratio pastorum et fidelium[8]. Il Sensus fidei è di grande aiuto per la Chiesa, non solo per prevenire altri casi Galileo che la obbligherebbero - in ritardo e obtorto collo - a riformulare l’ermeneutica biblica, facendo di necessità virtù, ma soprattutto per evitare che una raccomandazione del magistero cada nell’indifferenza del popolo e venga non supportata dalla vita della Chiesa: si comprende meglio così che il compito della gerarchia è un servizio di comunione.

Non si tratta solo, d’accordo con S. Tommaso, del fatto che un credente, anche sprovvisto di conoscenze teologiche, può e deve resistere, in virtù del sensus fidei, al suo vescovo, qualora questi predicasse teorie eterodosse[9]. Si tratta anche del dovere della gerarchia di ascoltare e raccogliere quelle intuizioni che nascono dal basso e attualizzano gradualmente la percezione del messaggio evangelico, grazie sia al contributo critico costruttivo dei teologi, sia al sensus fidei fidelium, orientato al confronto con la storia, due fronti che aiutano l’autorità della Chiesa a pronunciarsi in spirito comunionale e sempre in obbedienza al Cristo: “Ho ancora molte cose da dirvi, ma voi non potete capirle ora. Queste ve le dirà lo Spirito di verità, vi guiderà nella verità intera”, Gv, 16, 12-14.

Gli sposi credenti non possono che gioire dell’attenzione che Papa Francesco rivolge al protagonismo ecclesiale e spirituale di tutti i credenti, richiamando ad un rinnovato rapporto del Magistero con il popolo di Dio, la storia, gli eventi. Secondo Papa Francesco “le richieste e gli appelli dello Spirito risuonano anche negli stessi avvenimenti della storia”, attraverso i quali “la Chiesa può essere guidata ad una intelligenza più profonda dell'inesauribile mistero del matrimonio e della famiglia”» (AL 31). Risuona qui la convinzione di E. Mounier che definiva gli eventi: “maestro interiore”[10].

Ci domandiamo: sono le famiglie capaci di interagire attivamente con il Magistero? Le coscienze e le intelligenze sono adeguatamente illuminate e capaci di discernimento? Vi sono spazi di vero dialogo? Evidentemente nella maggior parte dei casi siamo costretti a constatare il disorientamento e la confusione delle coscienze contemporanee, oscillanti tra la pluralità dei modelli e dei valori proposti e quasi imposti dalla cultura postmoderna. Troppo veloci i cambiamenti, troppo forte il frastuono dei mass media, troppo attraenti le proposte di felicità a buon mercato, troppa fretta di sperimentare e avere, perché si sia in grado di discernere sapientemente, liberi dagli abbagli del successo, dei soldi, del sesso. Di qui la sfida che consegna l’Amoris laetitia a chiunque voglia mettersi col Cristo al servizio delle famiglie: stare loro vicini senza paternalismi, fraternamente, riconoscendosi tutti discepoli dell’unico pastore, condividerne sofferenze e gioie, accompagnandole fraternamente verso una fede più matura, coerente e attiva.

La Chiesa assume un compito materno che potremmo chiamare anche “ecologico”, nel senso di aiutare i cristiani a ripulire l’anima dalla polvere del male e renderla più capace di percepire nitidamente la voce dello Spirito nella   coscienza,   luogo della responsabilità della persona che ascolta, si confronta e assume le decisioni.   Giovanni Paolo II ha un significativo passaggio su questo punto nel libro Varcare le soglie della speranza, nel quale fa riferimento a S. Tommaso e John Henry Newman, due autori distanti secoli, ma uniti dalla stessa attenzione al primato della coscienza inviolabile: «È nota la posizione di san Tommaso: egli è così coerente in questa linea di rispetto della coscienza, da ritenere illecito l’atto di fede in Cristo posto da chi, per assurdo, fosse convinto in coscienza di far male a compierlo (cf Summa Theologiae, I–II, q. 19, a. 5). Se l’uomo avverte dalla propria coscienza un richiamo, quand’anche erroneo, che tuttavia gli appare incontrovertibile, deve sempre e comunque ascoltarlo. Ciò che non gli è lecito è indulgere colpevolmente all’errore, senza cercare di giungere alla verità. Se Newman pone la coscienza al di sopra dell’autorità, non proclama nulla di nuovo rispetto al permanente magistero della Chiesa. La coscienza, come insegna il Concilio, “è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria....Nella fedeltà della coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità i problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale»[11].

Di qui il forte richiamo alla formazione della coscienza dei fedeli, accompagnandoli senza invaderli: «Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle» (AL 37).

Papa Francesco nel discorso di chiusura del Sinodo ha proposto a tutti, laici, religiosi e clero, questa missione, proponendo l’analisi dell’acrostico di famiglia:

Formare le nuove generazioni a vivere seriamente l’amore non come pretesa individualistica… ma… come l’unica via per uscire da sé, per aprirsi all’altro…

Andare verso gli altri perché una Chiesa chiusa in se stessa è una Chiesa morta…

Manifestare e diffondere la misericordia di Dio alle famiglie bisognose, alle persone abbandonate, agli anziani trascurati, ai figli feriti … ai peccatori…

Illuminare le coscienze, spesso accerchiate da dinamiche dannose e sottili …

Guadagnare e ricostruire con umiltà la fiducia nella Chiesa, seriamente diminuita a causa dei comportamenti e dei peccati dei propri figli

Lavorare intensamente per sostenere e incoraggiare le famiglie sane

Ideare una rinnovata pastorale famigliare… capace di trasmettere la Buona Novella con linguaggio attraente e gioioso e di togliere dai cuori dei giovani la paura di assumere impegni definitivi

Amare incondizionatamente tutte le famiglie e in particolare quelle che attraversano un momento di difficoltà: nessuna famiglia deve sentirsi sola o esclusa dall’amore o dall’abbraccio della Chiesa; il vero scandalo è la paura di amare e di manifestare concretamente questo amore”[12].

 

 

 

[1] Papa Francesco, Catechesi (13 maggio 2015), L’Osservatore Romano, 14 maggio 2015, p. 8.

[2] Ci piace ricordare i movimenti di spiritualità coniugale sorti negli ultimi 70 anni, come le Equipes Notre Dame (Parigi nel 1938). In Italia nel 1948 si formarono a Milano i primi Gruppi di spiritualità familiare, nati nell'ambiente dei Laureati di ACI. Dopo il Concilio si sono moltiplicati anche all'interno di movimenti più ampi: Incontro matrimoniale, Oasi di Cana, Movimento Famiglie Nuove, Famiglie dell'AC, del RNS, dei Catecumenali, Amarlui (Associazione Maria e luigi Beltrame Quattrocchi) e in particolare l'accademia INTAMS con sede a Bruxelles che sollecita gli studi sulla spiritualità coniugale.

[3] Cfr Summa Theologiae I-II, q. 31, a. 3, ad 3.

[4] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I-II, q. 26, a. 3.

[5] Dante, Divina Commedia, Inferno, Canto V, verso 103.

[6] Papa Francesco, Catechesi del 29 aprile 2015), L’Osservatore Romano, 30 aprile 2015, p. 8.

[7]   Per Maria Beltrame “Euritmia” èl’unità degli sposi(M. Beltrame Quattrocchi, Radiografia di un matrimonio - originalmente L’ordito e la trama - Ed. Fonte nel Deserto, S. Agata, Napoli 1998, 23. Cf anche AA.VV., Un’aureola per due, Effatà, Cantalupa 2004).

[8] C. T. I., Il Sensus Fidei nella vita della Chiesa, in http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20140610_sensus-fidei_it.html#_ftn78, nn. 70 e 71.

[9] Tommaso d’Aquino, Sup. III Sententiarum, d. 25, q. 2, a. 1, sol. 4, ad 3: «[Il credente] non deve dare il proprio assenso a un prelato che pecca contro la fede (...). Esso non è del tutto scusato per l’ignoranza, poiché l’habitus della fede inclina a rifiutare una tale predicazione, in quanto insegna tutto quanto è necessario alla salvezza».

[10] E. Mounier, Lettre à J.-M. Domenach, in Oeuvres complètes, Seuil, Paris 1963, p.817.

[11] «... Quanto più dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità. Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo essa perda la sua dignità: Ma ciò non si può dire quando l’uomo si cura poco di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diviene quasi cieca in seguito all’abitudine di peccare», Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano 1994, 209.

[12] Papa Francesco, Discorso a conclusione dei lavori della XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi,24 ottobre 2015.