Per un umanesimo familiare sulla scia dei Beltrame Quattrocchi


 

Riflessioni per un umanesimo familiare

quale contributo per il V° Convegno ecclesiale di Firenze 2015

 

di Giulia Paola Di Nicola & Attilio Danese,

copresidenti Associazione AMARLUI

 

Sommario:

Premessa

1.Svolta antropologica per l'umanesimo familiare

2. La coppia cuore e centro dell'umanesimo familiare

3. Per un'etica del dono reciproco

4. L'umanesimo familiare per la società

5. L'umanesimo familiare e alcune istanze del magistero

 

Premessa

Volendo individuare una definizione di famiglia come punto fermo da cui ripartire, anche per evitare pericolose conseguenze sul piano etico-politico, si può assumere la famiglia fondata sul matrimonio, a norma dell'art. 29 della Costituzione, Costituzione italiana in vigore nello spirito degli articoli 2, 3, 29, 30, 31, 37, 38 e 47 sempre della Costituzione[1]. In questa stessa direzione si è espresso il Convegno della Chiesa italiana a Palermo nel 1995: «non può dirsi famiglia qualsiasi relazione umana caratterizzata da intimità, empatia, buona comunicazione, o qualsiasi forma di convivenza sotto lo stesso tetto»; «essa, per sua natura, consiste e richiede un patto tra un uomo e una donna, sulla base della reciproca scelta (che per i cristiani è fondata sul sacramento del matrimonio) e una relazione generativa, almeno come progetto»[2]. Nella Centesimus annus già si leggeva: «Si intende qui la famiglia fondata sul matrimonio, in cui il dono reciproco di sè da parte dell'uomo e della donna crea un ambiente di vita nel quale il bambino può nascere e sviluppare le sue potenzialità, diventare consapevole della sua dignità e prepararsi ad affrontare il suo unico ed irripetibile destino»[3].

Sempre a Palermo veniva segnalato lo slogan «sempre più soli, sempre più insieme» in considerazione dei fenomeni di solitudine legati alla mancanza di figli ed alla situazione degli anziani, proprio mentre si parla tanto di solidarietà[4]. In effetti, la crescita dei nuclei monogenitoriali (in maggioranza donne con figli), legata all'aumento delle separazioni e dei divorzi, e la tendenza al figlio unico provocano una condizione di solitudine cui fa da contrappeso la solidarietà sommersa tra famiglie che si scambiano un mutuo aiuto sia all'interno dei rapporti parentali che, sul piano orizzontale, con famiglie amiche. In situazioni di malattia o di bisogno infatti scatta la solidarietà spontanea delle reti informali di aiuto solidale, anche al di là delle parentele (più al Nord che al Sud, che resta più legato in proporzione ai vincoli di sangue).

Di fronte a queste contraddizioni converrà ricominciare dalla Familiaris Consortio che già nel 1981 esortava alla costruzione di “un autentico umanesimo familiare” e indicava i valori privilegiati per farlo[5].

 

1. Svolta antropologica per l'umanesimo familiare

 

Si tratta di reinterpretare il senso originario della “communio personarum” su cui il Papa torna a più riprese specie nella Mulieris dignitatem e nella Lettera alle donne. Egli scrive: «Nella loro reciprocità sponsale e feconda, nel loro comune compito di dominare e assoggettare la terra, la donna e l’uomo non riflettono un’uguaglianza statica e omologante, ma nemmeno una differenza abissale e inesorabilmente conflittuale: il loro rapporto più naturale, rispondente al disegno di Dio, è l’«unità dei due», ossia una «unidualità» relazionale, che consente a ciascuno di sentire il rapporto interpersonale e reciproco come un dono arricchente e responsabilizzante. A questa «unità dei due» è affidata da Dio non soltanto l’opera della procreazione e la vita della famiglia, ma la costruzione stessa della storia»[6]. Lo spunto offerta dalla Lettera sulla unidualità ontologica aiuta i filosofi a fondare una antropologia umana corretta e socialmente corrispondente alle esigenze di questo “nuovo umanesimo” “a struttura” o “su base” familiare.

L'Antico Testamento resta il riferimento fondamentale per un'interpretazione della realtà coniugale. I racconti genesiaci della reciprocità ideale, compromessa dal peccato Gn 1, 26-28 (e 5,1-3), colpiscono innanzitutto per l’uso incrociato sia di ’adam, con o senza articolo, sia del singolare e plurale «li/lo creò». Seguendo il ragionamento di P.Vanzan, possiamo constatare l'equilibrata oscillazione semantica che rende l’intreccio di unità e pluralità : « Se in Gn 1,26a ’adam è senza articolo (= un individuo particolare), in 27a compare l’articolo (= nome collettivo), cui peraltro s’intreccia un ulteriore gioco linguistico: quello dei pronomi (al 27a, singolare, al 27b plurale).…A essere corretti con Dio e la sua Parola, ecco la lezione rivelata: «Elohîm disse: facciamo ’adam a nostra immagine[...][7], a immagine di ’Elohîm creò l’umanità (bara ha ’adam) a sua immagine, a immagine di ’Elohîm la creò (’ôtô bara), maschio e femmina li creò (’ôtam bara )».

Quindi non solo l’uomo, in quanto maschio - né, tanto meno, Adamo (nome proprio di persona) - ma l’umanità tutta intera nel suo insieme maschile e femminile, è copia o rappresentanza di Dio sulla terra. Infatti, se il v. 27a dice che Dio ha ’adam «a sua immagine la creò» (’ôtô bara: al singolare), subito aggiunge, al v. 27b, che «maschio e femmina li creò» (’ôtam bara: al plurale); evidenziando cosí che quella «divina rappresentanza» (selem) si articola e manifesta in entrambi, nella bisessualità (psicofisica e spirituale) autonoma e non intercambiabile»[8].

L'uomo e la donna non rappresentano quindi la divinità in maniera autarchica, ma rispetto al mistero originale da cui entrambi provengono (= pari dignità), ciascuno è chiamato a vivere e rappresentarla in maniera propria. La riflessione continua intorno all’imago Dei, che è tutta sia nell’uomo sia nella donna, ma è totale solo insieme, a compimento di una relazionalità interpersonale (che, peraltro, è fondata su quella trascendente con Dio). «Cioè, essa è tale -continua il P.Vanzan- solo perché L’Elohîm - “stranamente” uno e plurale (Gn 1,26) - ha rivolto la Parola a ciascuno/insieme, attivando perciò stesso quel “ritmo ontoteologico” (esistenziale soprannaturale) che raggiungerà il suo vertice nella dialogicità comunionale del nuovo Adamo e della nuova Eva»[9].  

Volendo restare sul piano analogico, l'unità trinitaria esige la sostan­ziale uguaglianza della natura delle tre persone non solo nel senso dell'ontologia, ma soprattutto nella dinamica del­le relazioni recipro­che. La relazione caritativa interna alla dinamica trinitaria (che costituisce l'essere, non in quanto pienezza di sé, ma in quanto libertà capace di arretrare per far essere l'altro)definisce anche l’umanesimo familiare perché qualifica la persona come dono e le relazioni personali come andirivieni di questa reciproca donazione d'essere.

Se le persone della Trinità sono «relazioni sussistenti», secondo l'espressione tomista, anche la persona umana è, per partecipazione ed analogia, relazione donativa verso l'Essere in sé, oltre sé, negli altri, in una modulazione di relazioni che le consentono di essere.

L'amo ergo sum, espressione felice con cui E. Mounier si contrap­pone all'individualismo del cogito ergo sum cartesiano, non è che un riproporre alla persona l'esperienza fondamentale della Trinità, in cui l'unità tra due persone non costituisceun terzo astratto e imper­sonale, ma un'altra persona, lo Spirito Santo. Come nella Trinità ciascuna persona non impedisce al­l'al­tra di es­sere, ma al contrario le dona l'essere, anzi non è che questo dono, analogamente la persona che risponde alla sua vocazione più pro­fonda, che è «essere in relazione per…», si trascende nel­l'amore[10].

Sempre tenendo presente il riferimento trinitario, l'unità non può essere fusione delle persone nell'annullamento delle distinzioni. Dal momento che il rapporto si nutre di differenza, l'amore non è accorpamento dell'uno nell'altro, ma -al contrario- proprio la volontà di far essere l'altro per quel che è. Come nella Trinità ciascuna persona non impedisce all'altra di essere, ma al contrario le dona l'essere, anzi non è che questo dono, analogamente la persona che risponde alla sua vocazione più profonda, che è quella di essere in relazione ad immagine di Dio, si trascende nell'amore all'altro, nel volere che egli sia. La differenza, che segna la distanza tra l'uno e l'altro, acquista uno spessore ontologico notevole dal momento che il Dio cristiano è uno e tre. Il Padre non è il Figlio e viceversa, pur essendo ciascuno pienezza di essere ed insieme un'unità. Questo non essere relativo non è dunque attribuibile solo alla creaturalità dell'uomo, ma è un connotato della persona in relazione, e quindi anche della Trinità nella quale la pienezza d'essere di ciascuno non è intaccata dal suo non essere l'altro. La positività del non essere relazionale dentro la Trinità, che qualifica l'essere come kénosi, come dono, consente nello stesso tempo di dare una connotazione positiva al non essere dell'uomo e di conseguenza in generale al limite, visto, per analogia, come possibilità di realizzare un'unità dinamica. Viene così in luce il valore positivo della diversità, nell'ottica della reciprocità, dal momento che la possibilità di essere per ciascuno passa proprio per la libertà che egli ha di poter non essere per far essere l'altro. La spinta comunionale diviene costitutiva dell'essere anche nella persona.

Avendo riconosciuto il valore della diversità nel modello divino, che segna l’ideale utopico, di conseguenza anche nella realtà creaturale la diversità è valorizzata. Una filosofia personalista e solidale che voglia fondare ontologi­camente la coniugalità quale valore centrale dell'umanesimo familiare, esige che anche la teologia «l'uomo e la donna siano singolarmente e insieme immagine di Dio»[11]. A tal fine il cristianesimo è una risorsa preziosa, come ben in­tuiva D. de Rougemont. L'unidualità antropologica nel racconto biblico della creazione[12] come pure l'uni-dualità dell'uomo-Dio è pa­ra­digma della coe­sistenza senza confusione di tutte le cop­pie bipolari che caratterizzano l'esperienza umana, a cominciare da quella maschio e femmina[13].

Nel pensiero della Chiesa la reciprocità delinea il modello ideale delle relazioni uomo-donna “a immagine di Dio” e più in generale le relazioni tra esseri umani. Scrive Giovanni Paolo II: «Il Dio dell'Alleanza ha affidato la vita di ciascun uomo all'altro uomo suo fratello, secondo la legge della reciprocità del dare e del ricevere, del dono di sé e dell'accoglienza dell'altro. Nella pienezza dei tempi, incarnandosi e donando la sua vita per l'uomo, il Figlio di Dio ha mostrato a quale altezza e profondità possa giungere questa legge della reciprocità… Lo stesso Spirito diventa la legge nuova, che dona ai credenti la forza e sollecita la loro responsabilità per vivere reciprocamente il dono di sé e l'accoglienza dell'altro, partecipando all'amore stesso di Gesù Cristo e secondo la sua misura» [14].

 

2. La coppia cuore e centro dell'umanesimo familiare[15]

 

            Oggi la famiglia è esaltata e rifiutata nello stesso tempo. È un dato di fatto però che la famiglia come valore di riferimento 'regge' e i giovani la considerano un valore fondamentale, anche per i loro progetti di vita[16]. Acquista anzi importanza come il rifugio per eccellenza soprattutto quando i sistemi divengono sempre più complessi e anonimi, dominati dalla tecnocrazia e dalla burocrazia, e la famiglia appare l'ultima spiaggia concreta per l'umanizzazione della vita. Altrimenti la società dove potrebbe attingere quell'ambiente umano essenziale e alternativo, che libera la persona dall'angoscia della pura negoziazione, dal freddo calcolo dei vantaggi, dalla valutazione asettica e razionale della realtà, dall'invadenza dello Stato?

            Nello stesso tempo però la famiglia è guardata con diffidenza, quando si tratta dell'impegno da prendere “a vita” con un tu, perché evoca insieme una iper-istituzionalizzazione dell'amore e un carico di responsabilità cui l'uomo e la donna contemporanei vorrebbero sfuggire. Si teme che l'altezza della posta in gioco, ossia la domanda di felicità che ognuno affida all'amore a partire dal periodo dell'innamoramento, possa andare in frantumi scontrandosi con i limiti della realtà quotidiana. La discrasia tra ideale e reale è evidente nella fragilità dei legami matrimoniali.   L'aspirazione a formare una bella famiglia viene scoraggiata anche dalle analisi sull'ambivalenza della vita affettiva. Certa cultura psico-sociologica contribuisce infatti a mettere in evidenza i giochi di interesse, l'economia dello scambio affettivo, le strumentalizzazioni e le perversioni sado-masochiste che intervengono a minare i rapporti più intimi, inquinando l'amore, persino quello tra madre e figlio[17].

            La scelta di stabilizzare l'amore e renderlo pubblico nel matrimonio appare a molti troppo esigente, per il fatto che reclama l'assunzione di un impegno etico da tradurre concretamente nella cura, nel lavoro, nell'organizzazione della vita in dialogo continuo con un tu, ben noto/a ma anche imprevedibile, amato/a ma anche inevitabilmente inquietante.

            Il disincanto della donna e dell'uomo contemporanei, alimentato dai mass media, frena il passaggio dello slancio dell'innamoramento alla stabilità del legame e sottrae spazio alla speranza, corrodendo quell'atteggiamento di serena fiducia nell'altro che è precondizione della promessa della continuità dell'amore. È tramontato l'ingenuo affidamento alle esaltazioni romantiche, spiritualiste, intimiste, anche se si leggono rotocalchi e romanzi rosa di evasione. Il rischio del fallimento dell'unione familiare è sempre in agguato. Tuttavia, considerando le cose in senso positivo, lo stesso timore dei rischi testimonia un aumento della coscienza dell' importanza della posta in gioco. Si registra infatti una diffusa esigenza di ottimizzazione delle relazioni uomo donna, che segna l'innalzamento del livello della domanda di felicità attraverso la qualità dei rapporti[18]. In altri termini è proprio l'esigenza di ottimizzazione della vita di coppia a provocare paradossalmente l'effetto di caduta dell'istituzione famiglia, nel senso che la sua realizzazione appare più difficoltosa, tanto più che si afferma la tendenza a vivere alla giornata e a sfuggire alle responsabilità. La difesa della propria autonomia finisce col prevalere nei singles , che rivendicano la libertà di rapporti multipli e labili, di volta in volta attivati o interrotti, seguendo l'onda dei sentimenti, delle circostanze, dei sempre possibili nuovi incontri.

            Una società ed una scienza che riconoscano la centralità dell'istituto matrimoniale per la fondazione della famiglia non devono temere di investire, da un punto di vista preventivo-formativo, nell'educazione all'amore, in termini di rispetto e di orientamento alla reciprocità (dunque alla sessualità intesa in senso lato come eticità della relazione interpersonale) in quanto si tratta di uno dei compiti principali di una società che si preoccupa del suo futuro, di una cultura che non voglia rifugiarsi dietro lo scudo del falso obiettivismo della scienza asettica, neutrale e indifferente ma infine, di fatto, strumentale. O peggio che non voglia indurre la convinzione che la patologia sia la dimensione principale e inevitabile della vita di famiglia, in ossequio alla cronaca scandalistica di violenze e stupri tra le mura domestiche.

            La donna e l'uomo che si amano e si apprestano a fondare una famiglia devono sentire tutta la dignità e la responsabilità di essere effettivamente fondatori e rifondatori perenni del legame di socialità umana che stabiliscono come coppia (ma il termine "coppia" non è privo di una certa ambiguità semantica, del resto difficile da evitare[19]). Una nuova intesa è effettivamente una micro-rivoluzione allo statu nascenti (secondo la felice espressione di Alberoni[20]) e ciò allude alla possibilità di produrre una realtà sociale non ancora esistente, con frutti inediti di socialità a raggiera, dall'ambito privato della vita personale e familiare, ai riverberi nell'impegno nella comunità, nel lavoro, nelle istituzioni della politica e della religione.

            È dalla coppia che bisogna ripartire per un umanesimo che non voglia fermarsi all'analisi delle relazioni sistemiche di comunicazione intrafamiliare, alla sociometria, all'analisi del linguaggio e all'empatia. Certo se la sociologia della famiglia isola lo studio della coppia, rischia di esaurirsi nel complesso mondo affettivo degli amanti, ma è altrettanto importante che essa colga il nucleo decisivo nella relazione uomo-donna, che fonda e decide della qualità di tutto il gruppo come centro propulsore della vita affettiva e variabile indipendente delle dinamiche relazionali tra differenze di sesso, generazione, professione, condizioni fisiche e mentali, come riconoscono in particolare psicologi sociali e terapeuti[21].

            È verò però che la domanda di felicità che le persone investono nella famiglia non può essere lasciata solo alle buone e private intenzioni dei due che si sposano, perché essa coinvolge l'impegno della società tutta e della politica. C'è da potenziare lo spazio della fantasia e della partecipazione per evitare da un parte l'invadenza capillare ed espropriatrice dello Stato e dall'altra la falsa neutralità che di fatto dà spazio al mercato dell'amore.

Nessun rinnovamento potrebbe dirsi fondato se occultasse la centralità della vita di coppia che, seguendo il suo sviluppo sulla via dell'amore, si stabilizza e matura nella formazione della famiglia, in cui si verifica la distanza tra amore romantico e solidarietà vissuta, tra proclamazione e incarnazione delle leggi, tra retorica e quotidianità. La coppia rappresenta anche il luogo di alternativa e di sperimentazione di nuove forme di socialità, ovvero: «una sorta di immenso laboratorio, nel quale si opera a poco a poco una profonda trasformazione in senso democratico dei rapporti fra le persone»[22].

Nella storia della coppia l’amore romantico ha acquistato solo col tempo uno spazio preponderante (a cominciare dal secolo XIX e poi lungo il secolo XX). Non che esso fosse sconosciuto, basti pensare alla grande tradizione dell’amore cortese nell’ambito delle corti medioevali o ai Cicisbei del ’700, ma nel senso che non poteva liberare le sue potenzialità di intimità, perché solo raramente coincideva con l’istituzione familiare[23]. L’unione-istituzione premoderna, finalizzata a scopi “superiori” (procreazione, produzione, integrazione, continuità della stirpe, cura), cede gradatamente il passo all’unione finalizzata alle persone, col tramonto delle relazioni autoritarie, delle punizioni sulla moglie e i figli e l'accento posto sui diritti, compreso quello alla felicità e all’autonomia[24]. Nella coppia orientata a sé diviene sempre più raro il matrimonio pilotato, scompare il “peso” della dote, anche se l’eventuale accoppiamento di affettività e benessere non dispiace (il “buon matrimonio”).La coppia riduce le sue funzioni (trasferite o espropriate), per esempio in campo economico ed educativo (il ruolo socializzante viene assorbito dalle istituzioni scolastiche) e ne acquisisce altre, centrate sull'affettività[25]. La trasformazione economica vi ha gran parte, in relazione ai modi e alle condizioni in cui divengono accessibili le risorse, compresa l’eredità. Soprattutto il salario individuale intacca i sistemi tradizionali di solidarietà, esaltando l'autonomia e svilendo il lavoro domestico (e la moglie casalinga).

Nonostante ed oltre i mutamenti che segnano le fasi della storia, la famiglia resta un punto di riferimento costante, basata com’è su due persone che si amano costruiscono quotidianamente il perno naturale di riferimento per tutti i membri del nucleo familiare in quanto danno il timbro qualitativo della comunicazione e quindi il LA del ritmo dell'unità di cui ciascuno può beneficiare. In quella prima relazione io-tu-noi sono da individuare risorse e riserve, affetttività e ambivalenze, progetti e condizionamenti, quasi il DNA di un programma di socialità il cui pieno sviluppo si manifesterà a distanza di anni. E' dentro le relazioni, i segreti, gli scambi di quel rapporto a due che conviene scavare per individuare sfumature di significati, comprensioni o fraintendimenti del linguaggio, germi di sfascio o di vitalità del rapporto uomo donna e della famiglia che si forma attorno a questo focolaio, bozzetto di tutte le combinazioni della vita di relazione. La famiglia deve partire dalle relazioni che le persone intessono nella vita quotidiana, innanzitutto quelle tra marito e moglie, bozzetto di socialità ideale che crea effetti di “vita buona”, a cascata, su tutte le istituzioni. Infatti, l'esigenza di una buona società in cui vivere svanisce nell'utopia e nella retorica se viene affidata solo ai megaprogetti di ingegneria istituzionale e alle macropianificazioni socio-economiche.

           Tale focolaio è anche vivaio di socialità, di tenuta delle istituzioni e di qualità del mutamento, giacché è grazie ai significati e ai comportamenti concreti che la coppia di genitori trasmette, attraverso il vissuto molto più che attraverso le parole, valori e le credenze, passando il testimone della memoria storica dei valori delle rispettive famiglie, decretando di fatto la morte, la vita, la rigenerazione delle istituzioni.

Sul solco della profonda convinzione della centralità della famiglia e di una costante tradizione, quello che è venuto sempre più in luce negli studi degli ultimi 15 anni è la dimensione della reciprocità, dalla analogia teologica sul modello trinitario   a quella più antropologica ed etica nella quale due sposi impegnano la loro vita, chiamati a rappresentare a tutti la bellezza e la fecondità dell'amore, in un cammino aperto, bisognoso di continua conversione e ri-nascita.

La reciprocità, parola chiave di una relazione rispettosa dell'inesauribilità del mistero personale, privilegia la sollecitudine verso l'altro alla definizione dell'altro, la disponibilità a mettere in questione la propria identità ai modelli universali e statici. Essere chiamati ad unirsi nel patto matrimoniale comporta che ciascuno si spenda per l'altro, si metta a suo servizio, si impegni a prendersene cura. Allo stesso modo con cui Maria è affidata a Giuseppe, suo custode, e Giuseppe è affidato a Maria, che se ne prende cura nei modi propri, parimenti ciascun essere umano è affidato ad un altro, nella solidarietà originaria universale, la cui rottura è tragicamente espressa dalla frase di Caino, “Sono forse io il custode di mio fratello?” e la cui ricomposizione è evidente nel patto matrimoniale di fedeltà “nella buona e nella cattiva sorte”[26] .                                                                     

       La reciprocità, minacciata dal peccato, può essere vista come la molla continuamente rinascente che spinge più avanti la qualità della vita. Su di essa si gioca infatti la grande sfida della famiglia oggi, giacché la donna non è più disposta a “sacrificarsi” da sola. Vuole fare la sua parte, chiedendo che l'altro faccia a sua volta la sua. Vuole dare spazio alla realizzazione di lui, sapendo che anch'egli all'occorrenza saprà fare spazio alla realizzazione di lei e che dunque ciascuno è disposto a mettere a servizio la propria vita[27].

       La riuscita del patto coniugale, condizione privilegiata di un umanesimo familiare,  dipende essenzialmente dalla fedeltà ad una vita di comunione,  a sua volta condizionata dalla prima educazione che i coniugi hanno ricevuto soprattutto attraverso la  vita d'amore dei genitori. Questi consegnano ai figli quel patrimonio di attenzione, di tenerezza, di intelligente servizio reciproco che inietta  la pace con se stessi e la responsabilità verso gli altri (non era forse convinto Paolo VI che la nostra epoca avesse bisogno innanzitutto di testimoni?). Un amore forte tra lui e lei, fedele, provato attraverso i gesti più semplici della vita quotidiana, consente ai figli quella serena sicurezza interiore che è premessa necessaria per una personalità matura ed equilibrata: «La qualità del rapporto che si stabilisce tra gli sposi incide profondamente sulla psicologia del figlio»[28].

Nessuno però può sostituirsi ai due coniugi, al lavoro lento e profondo di crescita nell'amore che essi fanno quotidianamente, a cominciare dal periodo del fidanzamento, quando la comunicazione costante e profonda, il confronto sui modelli di vita aiutano a radicare il matrimonio su basi ben più salde delle sollecitazioni erotiche verso cui spingono i massmedia.

Sulla reciprocità si gioca la grande sfida della famiglia oggi, giacché la donna non è più disposta ad “sacrificarsi” da sola. Vuole fare la sua parte, chiedendo che l'altro faccia a sua volta la sua. Vuole dare spazio alla realizzazione di lui, sapendo che anch'egli all'occorrenza saprà fare spazio alla realizzazione di lei e che dunque ciascuno è disposto a rimettere in questione la propria vita in sintonia con l'altro. La reciprocità infatti non invita alla rinuncia unilaterale, ma al sapiente dosaggio di amore altruistico e difesa del rispetto della dignità della propria e dell'altrui persona. Si tratta insieme di una domanda e di un diritto, che reclama giustizia e che sgorga dal profondo del cuore per poi tradursi in impegno combattivo, in continua ricerca di equilibri accettabili fra domande e risorse, aspettative e possibilità concrete.

Non bisogna sottovalutare l'importanza di alcune conquiste che hanno segnato la qualità della vita, tra cui il concetto di uguaglianza tra i coniugi, sconosciuto nella prima metà del nostro secolo. Ancora il Codice civile italiano del 1942 ribadiva che l’uomo è capo (art. 144: «Il marito è il capo della famiglia. La moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede opportuno di fissare la sua residenza»).

 

3. Per un'etica del dono reciproco

 

L'etica che sottende tale “nuovo umanesimo familiare” è dunque quella della reciprocità, che sottolinea lo scambio di amore e di cure nell'ottica dell' “etica del dono”. Che l’essere umano sia ontologicamente strutturato come dono lo mostra proprio il fatto che sta al mondo come maschio e femmina. Commenta G. P. II: «Il linguaggio del corpo è il contenuto costitutivo della comunione delle persone. Le persone, uomo e donna, diventano per sé un dono reciproco. Diventano quel dono nella loro mascolinità e femminilità»[29]. L'esigenza contemporanea di reciprocità tra uomo e donna, come realizzazione della felicità relazionale fondata sull'amore, è evidente sin dalla semplice analisi della pubblicità, che diffonde l'immagine di una condizione irenica, perennemente armonica, tra lui e lei. I giovani aspirano a ottimizzare il rapporto condividendo affetto, protezione, fedeltà, amicizia, l'uguaglianza nel lavoro, nella cura dei figli, nella dignità della persona, anche se queste aspirazioni sono realizzate solo in minima parte e da una minoranza. Il rispetto delle differenze implica l'accettazione del duplex psicologico che è in ciascuno, come condizione di una comprensione adeguata dell'altro e di non mascolinità per gli uomini.

La dignità ontologica dell'essere umano porta a riconoscere ciascuno come un dono, specialmente il neonato, anche se la società contemporanea sembra fare di tutto per farlo apparire come un peso. Al dono corrisponde la responsablità di cura (Jede Gabe eine Aufgabe, dicono i tedeschi), cui il papa richiama i coniugi e specialmente l'uomo, che in misura maggiore tende a sottrarsi alle responsabilità genitoriali: «L'unione coniugale comporta la responsabilità dell'uomo e della donna… Ciò vale soprattutto per l'uomo che, pur essendo anch'egli artefice dell'avvio del processo generativo, ne resta biologicamente distante: è infatti nella donna che esso si sviluppa. Come potrebbe l'uomo non farsene carico? Occorre che entrambi, l'uomo e la donna, si assumano insieme di fronte a se stessi e agli altri, la responsabilità della nuova vita da loro suscitata»[30] .

Nella famiglia, l’educazione all'etica del dono passa per la cura amorosa e responsabile, ossia attraverso il processo di canalizzazione delle ri­sorse di ciascun membro a favore degli altri e in particolare di quelle dei genitori tra loro e verso i figli, fino a che gli stessi figli siano resi capaci di divenire collaboratori dei genitori e di prendersene cura. Infatti, il circuito della vita affettiva è intrinsecamente orientato alla reciprocità donativa tra i membri, in primis i due sposi, ma poi anche, in modo e tempi diversi, i figli, parenti e così via. È importante che il bambino riconosca e apprenda la disponibilità alla cura reciproca tra madre e padre, grazie alla sintonia di fondo che lega i genitori in un vincolo etico ma anche empatico, costruito sull'impegno ma anche intriso di felicità[31].

La famiglia è il luogo della coeducazione alla gratuità del dono, nella misura in cui ciascuno apprende giornalmente a vivere con e per gli altri, secondo un modello circolare dei rapporti, in cui ciascuno dona e riceve, educa ed é educato, nella reciproca tolleranza delle manchevolezze, stando attenti a non voler ridurre l'altro a sé (come quando i figli sono solo protesi dei genitori o quando si fa pesare su di essi la propria esperienza). Se i coniugi avranno appreso tra loro l'arte del rispetto della differenza, riusciranno più facilmente a: «dare al proprio figlio gli strumenti che gli con­sentano in primo luogo di scoprire chi vuol essere, e quindi di diven­tare una persona contenta di sé e della propria vita»[32]. Tutte le tendenze egoistiche che fanno del genitore un dominatore, un ti­ranno, un disinteressato, un individualista arrendevole e alla ricerca delle vie comode, un tipo che vede nel figlio la realizzazione di grati­ficanti traguardi non raggiunti per sé (precocismo), negano questa capacità di accogliere, favorire e rispettare i bambini come persone autonome.

Perché si realizzi la donazione reciproca è indispensabile favorire l’autostima e la stima reciproca, che spinge il singolo a sviluppare spontaneamente e in maniera personale la sensibilità verso la qualità della vita, rac­cogliendo, sostenendo e potenziando tutti quegli elementi incorag­gianti che l’ambiente offre. Più che l’assistenza sostitutiva, più che la presenza fisica, ritenuta importante, ma talvolta anche ingombrante, due sposi cresciuti alla scuola delle dinamiche dell'amore donativo metteranno in atto solleci­tazioni per l’assunzione creativa di responsabilità, superando le fu­ghe nostalgiche nel passato e quelle utopiche nel futuro, sollecitando ciascuno ad assumere i suoi talenti, il suo ambiente, il suo tempo, con la capacità di orientare con senso il proprio agire[33].

Tutte le regole della convivenza, che fanno perno sulla donazione reciproca, non sono altro che un aiuto e un puntello alla vita d'amore che unisca felicità ed ethos. Con ethos non si intende la morale come insieme di prescrizioni normative, esteriori e rigide, la cui freddezza appare oggi in contrasto proprio con quella domanda legittima di felicità che esige la realizzazione di tutta la vasta gamma delle esigenze umane, quanto l'ordine e la sapienza nel soddisfare quelle esigenze nella maniera migliore possibile e nel rispetto degli altri, dalla cui felicità dipende anche la propria.

Nella dinamica della donazione interpersonale l'io e il tu costruiscono sempre nuove modalità di rapporto evitando le cadute nelle dialettiche della disuguaglianza sado-masochistica, dell'annullamento di sé nell'altro, dell'assorbimento dell'altro in sé, atteggiamenti di cui sono rappresentative le figure tipo di Narciso, che annega nell'amore di sé e per l'incapacità di amare la ninfa Eco, e don Giovanni, che reclama e consuma l'amore delle altre, finendo anch'egli col distruggere se stesso. Su questo nodo strategico della eticità del rapporto affettivo nella coppia si misura la maturità della persona, la sua fedeltà ad un progetto, la sua capacità di utilizzare sapientemente le risorse di cui dispone e in ultima analisi la felicità della persona.

Non di rado il matrimonio genera nei giovani — e specie nelle ragazze — la paura di perdere la propria personalità, annullata nell'altro, sul piano psicologico, spirituale ed anche su quello concreto dell'autonomia lavorativa e finanziaria. Oggi si tende ad evitare la rinuncia alle istanze della soggettività, pur mantenendo l'impegno di coppia; si vuole essere capaci insieme di autonomia e di comunicazione, di compartecipazione e di libertà di scelta, di dialoghi e di silenzi. Si constata perciò l'ambizione a restare due persone distinte pur se legate in un rapporto di fedeltà, a rifiutare la re­ciprocità come di­pendenza e bisogno di compensare i propri limiti. Di qui l'esigenza di realizzare rapporti soddisfacenti evitando di annegare nell'altro, mantenendo una distanza di protezione e rispetto (le riflessioni filosofiche sul pudore sono significative in proposito), che impedisce all'uno di assorbire tutta la vita dell'altro in sé e di inscriverne l'identità dentro la propria.

L'etica del dono reciproco esige anche una comprensione adeguata del valore della differenza, quella di genere innanzitutto, ossia dell'interpretazione simbolica del proprio corpo, nella femminilità e nella maschilità, in modo da generare la consapevolezza della risorsa che la differenza rappresenta per ciascuno, al di là delle interpretazioni tradizionaliste, stereotipate e gerarchiche.

Il rispetto della differenze si apprende soprattutto in famiglia, dove l’affetto evita che i gesti siano assistenzialistici (provvedere al pane e al tetto). Nella famiglia l’anziano, il bambino, l’immigrato, il disoccupato, l’alcoolizzato, il malato di mente non sono mai solo un caso, un numero di pratica burocratica, un problema. Se la coscienza può essere definita “il luogo della differenza”, la famiglia educa all’ospitalità delle differenze quando ciascuno, nel confrontocoglie lo scarto tra la propria identità e ciò che le sfugge, non in termini penalizzanti e di­scriminanti, ma di arricchimento[34]. Infatti: «Soltanto il rispetto, rivelandoci qualcosa di sacro, cioè di inviolabile in qualsiasi circostanza (il che risulta percepibile persino senza reli­gione positiva), ci preserverà anche dal profanare il presente in vista del futuro, dal voler comprare quest’ultimo a prezzo del primo»[35].

Nei rapporti tutte le conoscenze relative alle differenze (anche di razza, di religione, di cultura) possono essere di aiuto solo se si rinegoziano continuamente e sanno scomporsi e ricomporsi di fronte al primato del tu che si ha di fronte, il cui mistero personale è sempre più ricco e va sempre al di là dei sistema di riferimento disponibili.

L'etica del dono esige altresì la fedeltà alla parola d'amore rivolta all'altro, con cui ciascuno impegna la propria credibilità rispetto a se stesso, al tu e alla società. Al contrario, la moltiplicazione dei rapporti che l'epoca contemporanea favorisce, implica la ri­nuncia alla creazione di un rapporto profondo e stabile, parallelamente alla rinuncia alla tenuta del proprio io nella continuità dell'impegno con e per l'altro. Alla costruzione attenta e paziente del “noi” si sostituisce il gioco delle attrazioni e delle repulsioni dei volti simili, solo temporaneamente attraenti, ma che restano sostanzialmente l'un l'altro indifferenti. Quest'esito nichilista della crisi della società contemporanea va di pari passo con la crisi della coppia e della sua capacità di generare un mondo a misura di persone.

            La fedeltà ad un progetto di vita e al tu con cui tale progetto si costruisce, lungi dall'essere immobilismo, esige continuità e creatività, e dunque reiterate azioni di fiducia, in una rifondazione perenne, bene indicata dall'espressione "sposarsi più volte nella vita", come antidoto alla noia della routine, alla caduta di interesse e alla rinuncia, all'attrattiva di nuovi incontri e inattese sirene, alla differenza delle diverse fasi della vita a due che si prolunga in maniera sorprendente, passando per condizioni inedite, dal fidanzamento alla nascita dei figli, alla loro crescita, alla solitudine a due dell'invecchiamento (la coppia anziana sarà sempre più abituale, visto il calo della natalità, la contrazione del periodo centrale della vita e il prolungamento della fase matura e quella del pensionamento). Fasi della vita a due cui corrispondono diversi modi di intendere il rapporto e di costruire la fedeltà alla promessa di donazione reciproca, ritessendo i fili di una intesa, riproponendone le condizioni della comunicazione in linguaggi sempre nuovi.

Sul piano dei valori, la donazione reciproca implica la convergenza verso una comunanza di ideali nei quali le differenze possano incontrarsi. Nella vita d'amore, infatti, i valori “alti” divengono accessibili se vissuti concretamente, specie quelli più esigenti, generalmente riservati a situazioni eroiche come la rinuncia, la donazione di sé, l'obbedienza, la povertà. Tutte virtù che reclamano l'intesa e la donazione tra persone, piuttosto che gli ideali individualistici dell'”anima bella”. Mirare ad uno stesso impe­gno significa rafforzare il le­game, completando la di­mensione naturale dell'affettività con quella della condivisione ideale. In questo senso, il dono sembra implicare una terza dimensione, quasi una nuova creatura frutto dell'unità, sbocco degli investimenti affettivi, intellettuali, spirituali di ciascuno, separatamente e all'incrocio del loro rapporto. Nella coppia, il figlio non è che la manifestazione oggettiva in una terza persona, che allude simbolicamente all'opera, al frutto dell'impegno dei due, all'impossibilità che una relazione tra persone resti sterile (che ci sia o no il figlio). Una relazione mancante del terzo, ferma ad uno schema binario, è una somma di solitudini, priva di quella scintilla di vita espressa, non senza un alone di mistero, nel termine reciprocità.

        4. L'umanesimo familiare per la società

 

Ripensare e rifondare adeguatamente la famiglia come modello per l'umanesimo appare l'unica via possibile per una rifondazione solidale della società. Dal modo di pensare i rapporti interpersonali interni al modello io-tu nella coppia, scaturisce il modo di pensare la socialità e dunque i contenuti, i metodi e gli obiettivi di una visione antropologica impegnata. In altri termini l'ethos relazionale e dialogico che guida il progetto di unità tra l'uomo e la donna è paradigmatico della socialità in generale. Perciò bisogna esplicitare quale riferimento etico-antropologico si assume nel trattare di famiglia, perché sia evidente il “verso dove”, ossia l'orientamento che con l'aiuto della statistica, della demografia e delle scienze umane si può dare ai policy makers che vanno a legiferare sulla e per la famiglia. Se si ricercano punti di riferimento chiari e condivisibili, sarà più facile mettere in moto interventi mirati agli scopi, predisporre adeguati strumenti di sostegno ai fidanzati e agli sposi, curare la patologia, prevenire i fallimenti, coniugare le necessità, legate ai sistemi e alle regole, ai valori insopprimibili della dimensione umana della vita, avendo sempre cura di non espropriare, ma anzi salvaguardare e potenziare la "poesia" dei rapporti di coppia.   

            Nella realtà di fatto l'ideale della reciprocità è contraddetto dai valori dominanti della nostra società, nella quale la donna, a causa della maternità, si trova spesso in situazioni di disagio. Se una madre  dedica il suo tempo giornalmente alla cura dei figli, finisce ben presto col comprendere che il suo “valore sociale” è  dimezzato; che, specie se l'unità col marito non è ottimale, ella pagherà cara la “colpa” di aver messo al mondo i figli; che l'ambiente sociale riterrà che spetta a lei, d'ora in avanti, alzarsi di notte, non dormire, essere sempre e comunque responsabile, nel bene e nel male, del comportamento dei figli, essere avvilita da una lavoro che non concede spazi alternativi ad interessi, ferie, interruzioni e sonno, specie se non ci si può permettere la collaboratrice domestica; che le sarà ricordato, direttamente o indirettamente, che non è lei la titolare di quei diritti legati ad una definizione della cittadinanza centrata sul lavoro economicamente produttivo («L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro», non dunque sulla solidarietà), che  esclude o sottovaluta la cura.  Sa inoltre che proprio per aver fatto la scelta della famiglia, il mondo circostanze tenderà a  riversare su di lei i problemi dei bambini (chi invita a cena una coppia con bambini fastidiosi, affitta loro la casa, anche solo per il mare; quanto ci si preoccupa di agevolare adeguatamente la famiglia, dal punto di vista  fiscale e dei servizi?).

            È vero che il costume sta rapidamente cambiando, specie se si tiene conto che ancora lungo la prima metà del Novecento, come risulta da testimonianze plurime, era diffuso il timore maschile di una femminilizzazione generale, un dandismo che si riteneva stravolgesse la natura[36].Ancora una decina di anni fa (forse ancora oggi in certi ambienti), che il marito aiutasse la moglie veniva ritenuta una svirilizzazione umiliante, salvo per i lavori pesanti e per le spese. Il contributo dei mariti alla cura dei figli era bassissimo e aumentava solo quando il bimbo era grandicello e poteva essere mostrato in pubblico.  Purtroppo la realtà è ancora viziata da questo pregiudizio. Se pensiamo che quasi dovunque nel mondo ancora oggi le donne vengono caricate del doppio lavoro, se pensiamo che esse generano e si occupano dei figli, dei quali però è attribuita ai soli padri la titolarità (la prevalenza della genealogia patrilineare rappresenta di fatto, sia pur simbolicamente, un esproprio), se facciamo riferimento ai dati sulla violenza dentro e fuori del matrimonio, se pensiamo al mondo del lavoro, con i rischi di recessione, le molestie sessuali, la disuguale carriera,  confermiamo la distanza tra l'ideale della pace e il travaglio di una guerra sul campo che ogni giorno sconfigge i più deboli. Né possiamo dimenticare le ragazze solleticate a venire in Italia con l'inganno e poi abbandonate alla strada, l'incitamento e lo sfruttamento della prostituzione, le violenze sui corpi di tante donne e bambini, tutte vittime spesso sconosciute di una guerra quotidiana.  Per educare le nuove generazioni alla pace per un buona società, occorre che le relazioni tra l'uomo e la donna  consegnino ai figli quel patrimonio di amore, di tenerezza, di intelligente servizio che inietta  la stima di sé e la responsabilità verso gli altri.  «In questo compito, decisivo e delicato, nessuna madre deve essere lasciata sola. I figli hanno bisogno della presenza e della cura di entrambi i genitori… La qualità del rapporto che si stabilisce tra gli sposi incide profondamente sulla psicologia del figlio» (così G. P. II nel recente Messaggio per la giornata della pace 1995, n. 6).

            Sta nella discrasia tra proclamazione, che il più delle volte si rivela pura retorica, e  abbandono di fatto,  che si colloca la frustrazione di una grande fetta del mondo femminile e la conseguente tentazione di abdigare, optando  per soluzioni più rinunciatarie e veloci, come le convivenze, il divorzio, l'aborto. Ma da questi stessi scacchi della storia, dall'aver sofferto in modo particolare le forme dell'ingiustizia, viene anche forse in modo particolare alle donne la forza di sentirsi ed essere risorsa di pace per la società di oggi. Ad esse viene riconosciuta la sensibilità e l'intelligenza di cogliere e prevenire le situazioni di discriminazione, le quali certamente sono più evidenti nei Paesi sottosviluppati (è un atto di giustizia rafforzare il network   con le donne di tutto il mondo, perché si accelleri l'ora della liberazione per quante sono meno avvantaggiate dalla nascita), ma che sono presenti in modo diverso nelle società occidentali, in cui gli scambi di de­naro dominano la gran parte delle attività sociali, quando quasi tutto il consenso è comprato e venduto e il lavoro è svolto in funzione della produzione e del guadagno. In tal caso la libertà proclamata, anche quando è giuridicamente salvaguardata, è di fatto superficiale ed ingannatoria. Scriveva S. Weil: «Allo stesso modo in cui l’oppressione è analoga allo stupro così il dominio del denaro sul la­voro, spinto al grado in cui il denaro di­viene il movente del lavoro, è analogo alla prostituzione»[37]. Le vie della ricerca di una società buona appaiono artificiose se non cominciano dalla reciprocità nella coppia uomo-donna, dove si costruisce il bozzetto di una socialità ideale, nella donazione di sé e nella fiducia nella risposta positiva del partner. L'arte del tessere i rapporti orientandoli verso la reciprocità, innanzitutto nella coppia e poi anche nel mondo circostante, fa della donna l'artefice e la produttrice del  bene più prezioso che la società oggi domanda. Ciò vale per tutte le sfere della vita sociale, come risulta evidente dalle recenti iniziative in cui famiglie intere  uniscono gli sforzi per contribuire al risanamento economico del Paese e alla solidarietà internazionale, arrivando là dove le buone intenzioni e le leggi non riescono ad arrivare. Così è per l'operazione «La famiglia protagonista dell'economia» che coinvolge famiglie disponibili a consumare meno, migliorare il sistema alimentare, contribuire all'equilibrio ambientale e risparmiare denaro per alimentare progetti sociali, adozioni a distanza, interventi di solidarietà. Le famiglie che aderiscono all'appello sono invitate a rivedere i propri consumi, per poter ritrovare armonia con la natura, con gli altri popoli e con se stessi, ad accettare di annotare gli spostamenti di spesa e a far confluire la documentazione al coordinamento tecnico dell'operazione[38].

            Ciò è possibile se l'unità della coppia lo consente, la quale a sua volta si alimenta della capacità di risorgere da tutti i microtraumi del non amore quotidiano, di uscire vittoriosa anche dalle situazioni di apparente fallimento, grazie alla forza dell'amore sapiente. Qui si gioca la grande partita della vita, nella fiducia di poter ricominciare, di poter dare amore anche quando non lo si è ricevuto, di rinfocolare rapporti di reciprocità attingendo ad una fonte segreta, che rende possibile una tale “magia”. Laddove la guerra è la resa al nichilismo distruttore della violenza, la  pace suppone che prevalga la speranza in una vita nuova e nella possibilità di rigenerarla.

Il principio della “sottomissione reciproca”, che la M. D. evidenzia, pare a noi come un germe di mutamento che deve estendersi, oltre il matrimonio, a tutte le dimensioni della vita di relazione, a cominciare dalla riformulazione dell'interpretazione simbolica del mondo, perchè non si crei una scissione tra la famiglia e gli altri mondi e perchè non sia solo il matrimonio il luogo in cui è possibile vivere concretamente l'uguaglianza uomo-donna, in contrasto con le altre istituzioni. Questa è la sfida del futuro: reciprocità in famiglia, nel lavoro, nella cultura, nella Chiesa, dovunque sia possibile modellare la vita umana sul principio originario del «maschio e femmina li creò» e quindi sulla unidualità antropologica, a immagine della unitrinità di Dio.

 

5. L'umanesimo familiare e alcune istanze del magistero

 

Scriveva il papa nella Laborem exercens: «Nell'insieme si deve ricordare ed affermare che la famiglia costituisce uno dei più importanti termini di riferimento, secondo i quali deve essere formato l'ordine socio-etico del lavoro umano» (L.E., 10). Si tratta allora di riscoprire un'antropologia capace di sotenere un umanesimo familiare, che «non distoglierà gli uomini dal loro rapporto con Dio, ma ve li condurrà più pienamente»[39]. «Si rende, pertanto, necessario ricuperare da parte di tutti la coscienza del primato dei valori morali, che sono i valori della persona umana come tale»[40].

La Lettera alle famiglie già citataattestava la ricchezza del patrimonio del cristianesimo attorno alla famiglia, nei suoi tesori più preziosi, pur nella consapevolezza che: «Le sole testimonianze scritte…non bastano. Ben più importanti sono quelle vive. Paolo VI ha osservato che “l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni”. È soprattutto ai testimoni che, nella Chiesa, è affidato il tesoro della famiglia»[41].

Sempre nella Lettera alle famiglie il papa si era fatto interprete di un'antropologia teologica di tipo comunionale, su base analogica, in quanto partecipazione alla vita trinitaria. La famiglia veniva presentata nell'ottica di un personalismo comunitario, che interpreta la persona come capace di esistere in comunione, in quanto dono per gli altri[42] , a partire dal rapporto di coppia in cui ciascuno è dono, che deve condividere perché resti tale[43] , in modo da poter dire “mio-tuo-nostro”. La comunione esemplare si estende anche agli altri membri della famiglia: «Nel matrimonio e nella famiglia— recitava la familiaris consortio —, si costituisce un complesso di relazioni interpersonali _ nuzialità, paternità-maternità, filiazione, fraternità— mediante le quali ogni persona umana è introdotta nella “famiglia umana” e nella “famiglia di Dio” che è la chiesa»[44].

La famiglia è la comunità nella quale tutti sono legati tra loro da profondi vincoli di affetto e di appartenenza, che si radicano nel passato, si rigenerano continuamente nel presente e si perpetuano nei figli, ma nella quale ciascuno sa altrettanto veritieramente che la sua genealogia si radica primariamente in Dio, nel senso che ciascuno è membro di una famiglia umana, ma innanzitutto è erede del Regno di Dio, "figlio di re" si potrebbe dire, rivestito della massima dignità cui un essere umano possa ambire.

Gli sposi vengono incoraggiati a vedere costantemente la presenza di Gesù come sposo di ciascuno e della famiglia nel suo insieme, aiuto, sostegno, nutrimento, fonte dell'amore, capace di una fedeltà senza fine anche quando viene abbandonato e respinto: «Gesù si presenta come l'uomo respinto. Così Egli si identifica con la moglie o il marito abbandonati, con il bambino concepito e rifiutato: “Non mi avete accolto”! Anche questo giudizio attraversa la storia delle nostre famiglie, cammina attraverso la storia delle nazioni e dell'umanità. Il “non mi avete accolto” di Cristo coinvolge anche istituzioni sociali, Governi e Oranizzazioni internazionali »[45] .

La Lettera si presenta così come una richiesta di amore “sino alla fine” (cf Gv 13,1), sulla misura di Gesù che supplica di non uccidere l'amore, con riferimento alla vita del bambino nel grembo materno: «Qui proprio ci troviamo agli antipodi del “bell'amore”. Puntando esclusivamente sul godimento, si può giungere fino ad uccidere l'amore, uccidendone il frutto»[46]. Perciò il Papa non manca di ricordare come il giudizio finale misurerà con l'amore l'operato di ciasun membro della famiglia (Mt 25, 41-43). La menzogna di una civiltà malata viene contrapposta alla civiltà dell'amore che resta affidata a famiglie capaci di vivere nella verità.

Per distinguere l'amore dalle solleticazioni egoistiche e massmediali, G. P. II parla del “Bell'Amore”, con riferimento a Maria, la Madre del “Bell'amore”, del Dio che viene ad abitare in una famiglia. L'idea di verità viene così coniugata con la bellezza, sottolineando che solo un certo amore ha i connotati della dignità dei figli di Dio. Il Bell'Amore infatti esprime l'armonia non solo col vero, ma anche col bello e, in fin dei conti, persino con l'utile, proprio in quanto radicato nell'ethos della persona. Vi fa accenno il papa, con riferimento al quarto comandamento che impone ai figli di onorare i propri genitori (un comandamento piuttosto trascurato oggi), con la promessa del prolungamento dei giorni: «Onorare non significa mai “prevedi i vantaggi”. È difficile, tuttavia, non riconoscere che dall'atteggiamento di reciproco onore, esistente tra i membri della comunità familiare, deriva anche un vantaggio di varia natura. L'“onore” è certamente utile, come “utile” è ogni vero bene»[47] .

Alle famiglie è affidata la realizzazione della civiltà dell'amore, sia nel vissuto tra i coniugi che nella educazione dei figli: «I genitori…sono i primi e principali educatori dei propri figli ed hanno anche in questo campo una fondamentale competenza… ogni altro partecipante al processo educativo non può che operare a nome dei genitori, con il loro consenso e, in certa misura, persino su loro incarico»[48]. Questo principio resta a difesa dalle invadenze di qualsiasi organizzazione, scolastica, sociale, politica, ecclesiale. La famiglia fondata sull'amore protegge la persona dalle strumentalizzazioni di qualsiasi tipo e dalle distorsioni entro paradigmi individualisti, tecnicisti, utilitaristi, positivisti, perché educa ad una “umanizzazione del mondo”[49] . Essa protegge anche da un amore ridotto all'esercizio di una sessualità “libera”, che coincide con la manipolazione e lo sfruttamento[50] e va in senso contrario alla dignità della persona. Questa concezione menzognera dell'amore è diffusa piuttosto dai mass media, che, seguendo imperativi commerciali, insistono nel presentare un amore falsamente liberante, nutrito di pornografia e violenza, e preparano la strada al “padre della menzogna» (Gv 8,44). Per queste ragioni: «la Chiesa è consapevole che la sua presenza nel mondo contemporaneo e, in particolare, che il suo contributo e sostegno alla valorizzazione della dignità del matrimonio e della famiglia sono strettamente legati allo sviluppo della cultura»[51].

La cultura come si è già detto legata alla reciprocità uomo-donna nella consapevolezza dell'etica del dono per fondare un nuovo umanesimo, oltre l'umanesimo classico che aveva privilegiato solo l'individuo.

 

[1] Per un approfondimento sulle valenze etico-politiche mi permetto di rinviare ai miei lavori  Riscoprire la politica, Città Nuova, Roma 1989 e Cittadini responsabili. Questioni di etica politica, Dehoniane, Roma 1992, per un’interpretazione multidisciplinare del matrimonio:  G. P. Di Nicola - A. Danese, Amici a vita. La coppia tra scienze umane e spiritualità coniugale, Città Nuova, Roma 1997.

[2]CEI, Il Vangelo della carità per una nuova società in Itlia,  Ave, Roma  1997, 549-550.

[3] Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n. .39.

[4] CEI, Il Vangelo della carità per una nuova società in Itlia,  cit., 236-238; cf. anche G. Rossi,  Sempre più soli…sempre più insieme, Vita e Pensiero, Milano 1995.

[5] Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n.7.

[6] Giovanni Paolo II, Lettera alle donne, 28.VI.1995, n..8, in G.P. Di Nicola -A. Danese (eds), Il papa scrive, le donne rispondono, EDB, Bologna 1996, p. 77.

[7] « Su questo “strano” plurale - che, rischiando d’intaccare l’unità di Dio, i biblisti spiegano in vari modi, ma generalmente “minimizzandone” la portata - le teologhe costruiscono suggestive prefigurazioni trinitarie, forse un po’ eccessive e tirate, ma non prive di fascino. In ogni caso pare innegabile un’intenzionalità kerygmatica, e quindi una rivelazione, sia nel “salto” dell’agire di Dio con l’adam - creato (bara ripetuto tre volte) a somiglianza di ’Elohîm (mentre nelle opere precedenti “ciascuna è secondo la sua specie”) -; sia nell’alludere che proprio l’unidualità antropologica è, per analogia, somiglianza dell’unitrinità divina (la triplice ripetizione di selem); sia nei vari parallelismi biblici in cui trapela analogo monoteismo dinamico, come per es. in Sal 33,6: «Con la Parola di Jahvè furono fatti i cieli / e con lo Spirito della sua bocca li ornò» (notando che, nelle due parti del versetto, lo Spirito corrisponde alla Parola ed entrambi sono uguali e distinti rispetto a Jahvè)»( P. Vanzan, Prefazione  a G.P. Di Nicola, Uguaglianza e Differenza. La reciprocità uomo-donna, Città Nuova, Roma 1988, nota 11, 18-19) .

[8] P. Vanzan, Prefazione , cit. , 19.

[9]  Ibid. , 21.

[10] «Qual è la forma suprema della partecipazione se non l'amore? E che cosa attesta (nel senso più forte del termine) «il movimento dell'amore, in Dio e fuori di Dio», se non lo Spirito che è Amore?» (A. Marc, Denis de Rougemont, un homme à venir, in Aa. Vv., Denis de Rougemont, «Cadmos», n. 33 [1986], 25-46, 33).

[11]  G. P. Di Nicola, Uguaglianza e Differenza. La reciprocità uomo-donna, Città, Nuova, Roma 1988,  240.

[12] Cf Giovanni Paolo II, Lettera alle donne, n.9, in G. P. Di Nicola  - A. Danese,.Il papa scrive…cit.

[13] Cf D. de Rougemont, L'Un et le Divers , La Baconnière, Neuchatel 1970, , 27-28.

[14] Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae,  n.76. 

[15] I contenuti di questo saggio si rendono più comprensibili in continuità con i precedenti lavori di Giulia P. Di Nicola: Uguaglianza e differenza. La reciprocità uomo donna, Città Nuova, Roma 1988; Per un'ecologia della società. Problemi di sociologia, Dehoniane, Roma 1994; Il linguaggio della madre. Aspetti sociologici e antropologici, Città Nuova, Roma 1994.

[16]  Cf. le inchieste  curate da G. P. Di Nicola,Tempo libero e minori a rischio, RDR, L'Aquila 1990 (nella quale oltre il 72% di adolescenti si dichiara soddistatto della famiglia) eLa famiglia vista dagli adolescenti, Demian, Teramo 1993,  che confermano questa tenuta di un'istituzione che non cessa di rappresentare l'orizzonte di senso umano della vita.

[17] Già Mounier aveva analizzato la complessità del sentimento materno ne aveva messo in guardia dalle sue cadute (E. Mounier, Trattato del carattere, Paoline, Alba 1990 ).

[18] Generalmente la trasformazione delle relazioni intrafamiliari viene così descritta: autoritaria-democratica; familista-individualista; stabile-instabile; sacra-secolare; rurale-urbana; continuità-mobilità; conflitto-accomodazione. Cf. E.W.BURGESS-A.J.LOCKE, The family-from institution to companionship, N.Y.American Book 1963.

[19] Non si può negare l'evocazione debole e sessuale del termine, specie se usato nel senso di "accoppiamento" di contro alla pregnanza etica del termine coniugalità. Su questa riserva cf. anche E. SCABINI-V. CIGOLI, Le problematiche della coppia e del matrimonio, in A.VV., Primo Rapporto sulla famiglia in Italia , Milano 1989, pp. 128-29. Viene sottolineato che è da solo 30/40 anni che si trattano direttamente i problemi della coppia e dunque si è appena entrati nella maturità rispetto ad una tradizione che tratta più spesso argomenti relativi all'individuo (psicologia) o alla famiglia (sociologia), lasciando lo studio della coppia alle zone di confine tra l'una e l'altra (p. 131). Per la comprensione del  modello di coppia emergente facciamo  riferimento alle opinioni degli italiani emerse nell'indagine campionaria IRP, ricerca condotta su 1500 casi, promossa dall'Istituto di Ricerche sulla Popolazione (diretta da A. Golini e A. Piperno), i cui risultati si trovano in R. PALOMBA (a cura di), Vita di coppia e figli,  Firenze 1987. Si tratta di un tipo di studio sul microsociale indispensabile per comprendere i mutamenti oltre i dati oggettivi dell'ISTAT.

[20] Cf. F. ALBERONI, Statu nascenti, il Mulino, Bologna 1968; cf. anche ID., Innamoramento e amore. Nascita e sviluppo di una dirompente, lacerante, creativa forza rivoluzionaria,  Garzanti, Milano 1979.

[21]Del resto, non è tanto l'istituto matrimoniale il problema centrale del mutamento, quanto le relazioni interne alla coppia (l'85% degli italiani ritiene che la vita di coppia ha subito profondi mutamenti).

[22]  G. Campanini, Potere politico e immagine paterna, Vita e Pensiero, Milano, 1985, pp.142 - 143;  Aa.Vv., La famiglia crocevia della tensione tra pubblico e privato, Vita e Pensiero, Milano, 1979.

[23] Cf D. de Rougemont, L’amore e l’Occidente, tr. it. Rizzoli, Milano, 1977 e S. Lilar, L’amore. Storia e problematica, tr. it. Paideia, Brescia, 1966; J. Flandrin, Il sesso e l’Occidente, tr. it. Mondadori, Milano, 1983.

[24] Flandrin come Shorter, descrive il sorgere dell’individualismo in seno alla famiglia come ricerca di autorealizzazione e liberrtà (cf J. L. Flandrin, Familles, parenté, maison, sexualité dans l’ancienne société,  Librairie Hachette, Paris, 1976, tr. it. La Famiglia, Comunità, Milano, 1979, p. 110).

[25] Cf T. Parsons - R. Bales et alii,  Family, Socialisation ancd Interaction Process, free Press, Glencoe 1955, tr. it. Famiglia e socializzazione, Mondadori, Milano 1974. Per E. Shorter si tratta di «distruzione del nido», causata da questa espropriazione della funzione socializzante (Famiglia e civiltà cit., p. 264). Per Donati, la famiglia italiana «continua ad accentuare il processo di privatizzazione delle scelte, dei sentimenti, delle aspettative, in una direzione che si può chiamare “economica” in senso lato, per opposto a quella solidaristica e comunicativa» (cfP. P. Donati, L’emergere della famiglia auto-poietica, in Aa. Vv., Primo rapporto sulla famiglia in Italia, Paoline,  Milano 1989, p. 30. Si vedano anche i successivi rapporti, curati dallo stesso autore).

[26] Gn 4, 9. Su queste tematiche rinvio a  G. P. Di Nicola - A. Danese, Amici a vita. La coppia tra scienze umane e spiritualità,  cit., 99-105.

[27] Già Giovanni XXIII  ha sottolineato che  le donne non avrebbero più tollerato di essere trattate in maniera strumentale (cf Lett. enc. Pacem in terris , 22 ).

[28] G. P. II, Messaggio per la giornata della pace 1995, n. 6. «Nell'educazione dei figli ha un ruolo di primissimo piano la madre. Per il rapporto speciale che la lega al bambino soprattutto nei primi anni di vita, essa gli offre quel senso di sicurezza e di fiducia senza il quale gli sarebbe difficile sviluppare correttamente la propria identità personale e, successivamente, stabilire relazioni positive e feconde con gli altri. Questa originaria relazione tra madre e figlio ha inoltre una valenza educativa tutta particolare sul piano religioso, perché permette di orientare a Dio la mente e il cuore del bambino molto prima che inizi una formale educazione religiosa» (Ibidem).

[29] Giovanni Paolo iI, Uomo e donna lo creò. Catechesi sull'amore umano, Lib. Ed. Vat., Città del Vasticano (Roma) 1985, p. 54.

[30] G.P. II, Lettera alle famiglie, Roma 1994, n.12.

[31] Nel campo della bioetica A. Savignano adotta lo stesso criterio nel suo libro: Bioetica mediterranea. Etica della virtù e della felicità, ETS, Pisa 1995.

[32] B. Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, tr. it. Milano 1987, 67. «Nessuno educa nessuno — nessuno educa se stesso — gli uomini si educano tra loro, con la mediazione del mondo» (P. Freire, La pedagogia degli oppressi, tr. it. Milano 1972, 94).

[33] Fondamentale richiamo alla re­sponsabilità ha rappresentato il libro  di H. Jonas, Il principio responsabilità,  Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1990, che fa da contrappunto a quello di E. Bloch, Das Prinzip Hoffnung, Frankfurt a. M. 1959. Cf A. Danese, Cittadini reponsabili. Questioni di etica politica, Dehoniane, Roma 1994.

[34] Cf F. Crespi, Le vie della sociologia, il Mulino, Bologna 1985, 30.

[35] H. Jonas, op. cit., 286.

[36] Così commenta il «Corriere della Sera»: «Siamo in un microcosmo monosessuale in cui il senso del genere maschile non esiste più. Anche i pochi uomini presenti… sembra che si avvolgano di questa atmosfera femminile, ci appaiono trasformati come se qualche cosa si attenuasse e si smussasse in loro, nella loro figura, nella loro voce, nei loro gesti, nel loro stesso argomentare» (cf «Corriere della Sera», 28 Aprile 1908).

[37] S. Weil, Ecrits cit.,  53. Simone Weil ha in comune con Péguy, Mounier e Maritain l’atteggiamento antiborghese, che diviene spesso polemico, contro il denaro. Tale tendenza è comune alla cultura francese degli anni Trenta, che al borghesismo con­trappone il popolo.

[38] Tale coordinamento  ha il seguente indirizzo: Bilanci di giustizia, Mag Venezia, via dell'Ongaro, 2, 30175 Marghera (Venezia).

[39] Giovanni Paolo II, Familiaris consortio,  n. 8.

[40] Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 8

[41] Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n.23.

[42] Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 7

[43] Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 10.

[44] Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 15.

[45] Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 22.

[46]Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 21.

[47] Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 15.

[48]Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 16.

[49]Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 13

[50] Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 19.

[51] Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 20.


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