autore

Giovanni Giorgio docente di Filosofia teoretica presso la Pontificia Università Lateranense di Roma e presso l’Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti, di cui è stato Preside dal 2006 al 2010.

 

Premessa           

 Parto da una considerazione di base, che mi pare irrinunciabile. Il Concilio Vaticano II ha rappresentato, probabilmente più di ogni altro Concilio precedente, un momento di consapevole autocomprensione della Chiesa nella sua identità (forma) e nel suo ministero (funzione). Ponendomi a questo livello, vorrei evitare una sterile analisi che sottoponga l’evento conciliare ad una inutile disputa che opponga frammento a frammento, citazione a citazione, senza un quadro complessivo. Vorrei evitare anche di muovermi sulle coordinate di un altro sterile dibattito, quello che oppone chi sostiene la discontinuità del Concilio rispetto al passato e chi sostiene invece la continuità. Il Concilio ha volato più in alto. La Chiesa si è trovata consegnata a se stessa dalla storia vissuta nel mondo a fianco dell’umanità. Ha cercato di rileggere e capire se stessa e il suo compito storico rispetto al mondo, andando alle radici di ciò che la costituisce: l’evento salvifico della rivelazione di Gesù, il Cristo. Ogni lettura che si fermi al di sotto di questo livello, tradizionalista o rivoluzionaria che sia, si muove al di sotto di ciò che il Concilio è stato. In questo sforzo la Chiesa ha trovato una forma pastorale di comprendere se stessa che, a giudizio di chi scrive, può essere letta come la cifra sintetica del Concilio Vaticano II sufficientemente condivisa. Essa aggiornava una autocomprensione basata su di un prevalente modello istituzionale[1]. Tale forma pastorale assumeva sostanza eccelsiologica[2] particolarmente nelle due categorie che, più delle altre, hanno voluto disegnare la sagoma della Chiesa: quella di corpo di Cristo, che evidenzia la viva articolazione interna della Chiesa e il legame al suo Signore, e quella di popolo di Dio, che evidenzia piuttosto la presenza storica della Chiesa nel mondo, in un servizio che dall’un lato non rinuncia all’ascolto, e dall’altro non rinuncia ad una autorevolezza sapiente, esperta di umanità.

            Detto questo, non mi soffermerò in alcun modo su tesi teologiche in senso stretto, né prenderò in esame lo scenario storico all’interno del quale l’evento conciliare è accaduto, se non per quanto sarà strettamente necessario. Se ne può trovare abbondante letteratura[3]. Non tenterò nemmeno di accompagnare ogni passo con una moltiplicazione di citazioni di questo o quel documento del Concilio. Lo scopo di questo studio è ben più circoscritto. Vuole ricostruire dai documenti e dalle memorie diocesani a disposizione, come la forma pastorale della Chiesa, proposta come cifra del Vaticano II, sia stata recepita inizialmente nella vita della Chiesa locale di Teramo-Atri[4]. La ricezione integrale di un Concilio, infatti, implica un tempo ben più congruo di qualche anno. Non senza considerare come la storia o, meglio, la vita della Chiesa locale possa, o forse debba, valere come luogo teologico[5]. Qualche tempo fa Augusto D’Angelo sottolineava come «il problema della ricezione del messaggio del Vaticano II andasse ancora affrontato in sede storiografica»[6]. Questa ricerca vorrebbe iniziare a colmare questa lacuna, per quanto è nelle mie possibilità. Non sono infatti né un teologo, né uno storico. Ho ricevuto questo incarico dal Vescovo Mons. Michele Seccia, in occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo dell’indizione del Concilio Vaticano II. Il mio personale legame con padre Abele Conigli, di cui sono stato l’ultimo sacerdote diocesano ordinato, mi ha ulteriormente motivato ad accettare. Con la competenza di cui sono capace ho cercato di dare il meglio. Ad altri il compito dei necessari ulteriori approfondimenti.

 

 

            1. Un modello obsoleto per un fatto nuovo: l’episcopato di Stanislao Battistelli

 

            1.1. Breve ambientazione storica

 

            Facendo seguito alla Lettera Enciclica di Giovanni XXIII del 1° luglio 1962, il Vescovo Stanislao Battistelli[7] emette in data 1° settembre 1962 alcune Disposizioni per la solenne apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II[8]. Non sono tanto importanti per l’ordine – sì: l’ordine! – di tenere una solenne novena in onore dello Spirito Santo in tutte le Parrocchie delle due Diocesi di Teramo ed Atri dal 29 settembre alla domenica 7 ottobre, quanto per il fatto che questa disposizione dà l’idea che qualcosa di grande stava per avvenire. Non diversamente il vescovo Battistelli si ripete qualche tempo più tardi quando dà le indicazioni da osservarsi in sua assenza in occasione della  Ripresa del Concilio Ecumenico Vaticano II. Si tratta, secondo le sue stesse parole, di una «opera grandiosa che interessa il mondo intero, anche quello che non è illuminato dalla luce della vera Fede, e non è animato dalla Carità di Cristo»[9]. Probabilmente è difficile sopravvalutare queste parole, e la sensazione di trovarsi a partecipare ad un evento che ha una portata storica che va ben al di là della Chiesa stessa. Nella lettera pastorale per la Quaresima del 1964[10], così si esprime: «il mondo pur così distratto tra il movimento vertiginoso della vita odierna, agitato e preoccupato da questioni di partiti e da ideologie contrastanti […], guarda con interesse lo straordinario avvenimento che da tre anni si svolge a Roma. […] qualche cosa di grande e di misterioso, si sta compiendo»[11]. Ancora, quando Battistelli dà le indicazioni per la sua assenza in occasione della quarta sessione del Concilio, parla di esso come «del grande avvenimento, che tutto il mondo, anche non cattolico, ed anche infedele o ateo, attende con interesse che non è solo curiosità»[12].

            Al Concilio il vescovo dedicherà ben tre lettere pastorali, che qui presento. Ma la sensazione generale è che Battistelli non colga in tutta la sua portata ciò che sta avvenendo sotto i suoi occhi. E questo nonostante Battistelli rappresenti un vescovo che segna una discontinuità con la storia recente della diocesi di Teramo-Atri. Almeno nel senso che rappresenta per Termo il primo vescovo autoctono del XX secolo. La provenienza dei vescovi teramani risultava geograficamente quella centrosettentrionale e si inseriva, a partire dall’unità d’Italia, in un processo che il Parisi non esita a chiamare esplicitamente di ‘colonizzazione’[13] da parte delle regioni settentrionali nei confronti delle altre del paese. Il processo riguardava innanzitutto la società civile, ma coinvolgeva di riflesso anche la Chiesa. Tale fenomeno risulta essere in parabola discendente alla fine del pontificato di Pio XII, il quale nominerà, appunto, Stanislao Battistelli quale vescovo della diocesi aprutina nel 1953. Questi aveva svolto il suo ministero preepiscopale nel Santuario di San Gabriele dell’Addolorata, ad Isola del Gran Sasso, nella diocesi di Teramo. Il santuario, nella storia della religiosità popolare abruzzese del XX secolo, rappresenta, a giudizio del D’Angelo, «un luogo in cui si compongono e rielaborano gli aspetti tradizionali della pietà popolare e le condizioni della modernità»[14]. La sua nascita e il suo sviluppo avvengono, infatti, in un periodo, quello della modernizzazione, che sconvolge profondamente i ritmi e le cadenze della società abruzzese nel suo passaggio da realtà essenzialmente rurale a entità in cui l’aggregazione urbana e l’emigrazione rischiano di tagliare ponti e radici di ampie fasce di popolazione con l’ambiente di riferimento e di identità tradizionale. E proprio per questo suo ruolo il santuario, punto di riferimento della vita religiosa particolarmente teramana, sarà oggetto di attenzione del regime fascista. Dalla metà degli anni Trenta, «il santuario diviene il luogo di elaborazione in cui il binomio nazione-religione deve subire il tentativo di strumentalizzazione del regime: si registra la volontà di utilizzare la pietà popolare come strumento atto a veicolare consenso al fascismo e a determinare una maggiore coesione nazionale come segno di appartenenza e di identità collettiva»[15]. Tuttavia i padri passionisti sono riluttanti a prestarsi a questa strumentalizzazione, tanto è vero che nel 1941 il giornale «L’Eco di San Gabriele» – fondato da Stanislao Battistelli – subisce la sospensione delle pubblicazioni. E questo in una generalizzata acquiescenza al regime da parte del clero teramano, che aveva abbracciato il nuovo corso senza troppe esitazioni. Ne sia segno il cambiamento di linea nel settimanale diocesano «L’Araldo Abruzzese», che, fortemente filopopolare fino al 1923, rinuncia ad esprimere valutazioni politiche e si limita ad occuparsi di ‘interessi religiosi’[16]. Al di là di tutto questo si deve comunque registrare che il disorientamento che nasce dal conflitto mondiale e dalla caduta del fascismo, in una condizione umana di disagio e bisogno, porta ad una esaltazione e valorizzazione della fede cristiana. In questo clima il santuario di San Gabriele si costituisce come uno dei canali privilegiati di orientamento dei fedeli verso il papa e la Chiesa romana. Soprattutto nel tempo nuovo in cui a dominare la scena è la paura del bolscevismo. L’atmosfera di contrapposizione ideologica unita al processo di secolarizzazione e agli sconvolgimenti provocati da una modernizzazione accelerata, favorivano una certa tendenza alla disarticolazione civile e religiosa in tutto il Paese.

            È in questo clima generale che, nel 1953, Battistelli viene nominato vescovo di Teramo e Atri, forte della sua esperienza passionista e della sua esperienza episcopale a Pitigliano. Teramo veniva ritenuta una sede difficile da sempre, ed è per questa ragione che i vescovi che vi giungevano erano, con rarissime eccezioni, vescovi di seconda nomina. Battistelli ha già vissuto in diocesi, ne conosce bene il clero, ha avuto un ruolo non secondario nello sviluppo del santuario di San Gabriele che si è proposto come struttura fortemente innovativa nel tessuto diocesano e regionale, «col suo ruolo di mediazione tra devozione tradizionale e modernità»[17]. Egli era stato il fondatore della rivista «L’Eco di San Gabriele» nel 1913 e nel santuario era stato superiore dal 1919 al 1922 e poi ancora dal 1928 al 1931. La scelta caduta su un ecclesiastico esperto alla guida della diocesi consentono di leggere, in generale, il ministero episcopale di Battistelli come segnato proprio dallo stile del santuario: in una situazione sociale difficile mantenere con fermezza il riferimento tradizionale alla fede. Ma di fronte alle sfide aperte dal Concilio questa tradizione, che pure ha inciso nella vita religiosa della diocesi, sembra non essere più sufficiente. Battistelli, e molti altri vescovi italiani con lui, restano al di qua di ciò che il Concilio sembra chiedere, rispondendo alla crisi della Chiesa rispetto alla modernità, con strumenti che non vanno al di là di correttivi amministrativi e di risposte dogmatiche attinte dalla cultura ereditata dalla propria formazione. Se ne può avere conferma sia dai Vota predisposti dal vescovo in preparazione al Concilio[18] che dalle osservazioni da lui presentate unitamente ad altri vescovi[19], queste ultime del tutto marginali. In generale, fin dal tempo della preparazione del Concilio, e poi anche in seguito, si evidenzia nel vescovo di Teramo «un approccio più giuridico che pastorale ai problemi che venivano evidenziati nella vita della Chiesa a confronto con la modernità»[20]. Probabilmente questo giudizio andrebbe un po’ sfumato, ma non si può fare a meno di condividerlo se si fa riferimento alle lettere pastorali dedicate da Battistelli al Concilio. Il primo segnale è meramente cronologico: il Concilio è iniziato nell’ottobre del 1962, ma Battistelli attende il 1964 per dedicarvi un documento. Egli fa parte di quella ristretta pattuglia di vescovi italiani che fanno prevalere la dimensione locale della Chiesa, con i suoi problemi, all’evento di portata mondiale che si sta celebrando a Roma. La lettera pastorale del 1963, proclamando un Anno diocesano per le vocazioni[21], è dedicata all’allarme suscitato dalla carenza di clero e dallo scarso successo nel reclutamento di seminaristi. Vediamo, dunque le lettere pastorali degli anni seguenti.

 

 

            1.2. La Lettera pastorale per la S. Quaresima del 1964: I due primi decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II

 

            Di fronte alla evidente consapevolezza della portata storica dell’evento del Concilio Vaticano II, non si può dire che, almeno da quanto a me risulta, il Vescovo si sia messo sulla stessa lunghezza d’onda. La portata così vasta e profonda del Concilio esigeva, e probabilmente esige ancora, un tempo di ascolto e di metabolizzazione che Battistelli non potette avere. E forse anche uno sfondo teologico diverso che solo allora si andava consolidando[22]. Si nota come rispetto alla forma pastorale egli ragioni con altre categorie che, alla luce del Concilio, appaiono obsolete. Nella lettera pastorale del 1964 presenta i due primi documenti del Concilio: la Costituzione dogmatica Sacrosantum concilium sulla liturgia e il decreto Inter mirifica sui mezzi di comunicazione sociale. Della Costituzione egli coglie immediatamente la normatività, ma lo spirito che la anima mi pare resti alquanto  occultato. La domanda alla fine della lettera è la seguente:

 

«Qual è il nostro dovere, cari Sacerdoti e diletti fedeli, verso leggi così gravi, dettate dall’autorità dell’Episcopato di tutto il mondo, adunato in Concilio Ecumenico, e solennemente approvate dal Sommo Pontefice Paolo VI, al termine della Seconda Sessione? Dobbiamo ricevere tali disposizioni, e tutte le altre che successivamente saranno emanate dal Concilio, confermate dalla suprema autorità del Papa, con spirito di viva fede […]. Il buon cristiano, e molto più il Sacerdote, si guarda dal criticare o minimizzare le prescrizioni del Concilio, anche se (in materia di Liturgia) sembra che si differenzino da consuetudini inveterate, o dal nostro modo di vedere. […] È dovere dei Parroci e di tutti i Sacerdoti, porre in atto le modificazioni o innovazioni stabilite dalla Costituzione sulla Liturgia, senza epicheie o interpretazioni»[23].

 

La modello istituzionale della Chiesa fa da sfondo a queste considerazioni, come pure quando si mette l’accento sul ruolo del sacerdote nel «suo ufficio di padre e di maestro»[24], sulla adeguatezza degli spazi sacri e del decoro del tempio, sull’attenzione da avere circa le immagini dipinte o scolpite, sulla cura del canto sacro, naturalmente gregoriano e polifonico. Ma almeno una cosa viene percepita con chiarezza e subito: il popolo non deve restare più spettatore di uno spettacolo che gli accade davanti e di cui non capisce quasi niente, ma deve diventare attore dell’azione liturgica. Battistelli parte da una preoccupazione vivamente sentita:

 

«è doloroso vedere talvolta, nei giorni festivi, folle che gremiscono le Chiese per la Messa di precetto o per tradizionali funzioni, assistendo ai sacri riti in atteggiamento distratto ed annoiato, estranei a ciò che si compie sull’Altare, anche nei momenti più solenni. E poi uscire dalla Chiesa, con la fretta di chi ha soddisfatto (Dio sa come …) ad un dovere di convenienza e di abitudine, senza riportare un pensiero di miglioramento nella vita ordinaria, forse troppo presa da desideri e preoccupazioni di interesse e di divertimento! E questo avviene perché il popolo che interviene alle sacre funzioni, crede di essere semplice spettatore e non attore dell’azione liturgica, che ammira, ma non si cura di comprendere»[25].

 

Da queste parole sembra che il Vescovo non sia nemmeno sfiorato dall’idea che forse proprio la forma liturgica vigente impedisce al popolo di essere attivamente partecipe, secondo quanto auspicato da Sacrosantum concilium, 14. Ma più avanti il tono cambia, poiché il Vescovo sottolinea come «i fedeli debbono poter seguire con facilità le cerimonie sacre, udire comodamente la parola del Sacerdote, rispondere alle sue preghiere»[26]. È l’inizio di quella che sarà la riforma più evidente nella vita della Chiesa post-conciliare, la riforma liturgica, la quale, per quanto capisco, può offrirsi anche come cifra più generale. Come infatti i laici sono chiamati ad una partecipazione attiva nella liturgia, così saranno chiamati, come si vedrà, ad una partecipazione attiva al ministero della Chiesa verso il mondo, ad una vera e propria corresponsabilità[27]. Sulla riforma liturgica i documenti riportati sul Bollettino Diocesano Aprutino lungo gli anni Sessanta sono innumerevoli e a diversi livelli di autorità: dal Santo Padre, alla Conferenza Episcopale Italiana, alla Conferenza Episcopale Abruzzese e Molisana, al Vescovo, agli uffici di curia. In generale i documenti si esprimono a favore di un’azione di riforma prudente che eviti dall’un lato spericolate fughe in avanti, dall’altro altrettanto pericolose inerzie al cambiamento[28]. Sicuramente si tratta di ciò che è stato più visibile e, paradossalmente, anche ciò su cui forse non si sono avuti problemi rilevanti. Anche se la riforma, come è noto, non è arrivata fino in fondo.

            L’altro documento su cui si concentra l’attenzione del Vescovo Battistelli è Inter mirifica. Mi pare che non si possa cogliere lo spirito con cui questo documento fu recepito se non si tiene conto del clima dei tempi e dello scontro ideologico che era in atto. Si tenga conto che la Seconda guerra mondiale era terminata da appena quindici anni e la guerra fredda imperava. Del clima arroventato se ne può avere un’idea dal documento Il grave ed urgente problema della Stampa Cattolica[29], del 1965. Il documento vescovile si apre con il richiamo di alcuni brani tratti da interventi degli ultimi Pontefici sull’argomento, da Leone XIII a Paolo VI. Il Vescovo è consapevole della forza che può avere la stampa cattolica, capace di entrare in ogni casa e di formare la mente dei lettori, offrendo orientamenti sicuri, serietà di giudizi e chiarezza di indicazioni. Molto più di radio e televisione, «il giornale, quotidiano, settimanale o comunque periodico, è il mezzo più comune per le comunicazioni sociali, ed alla portata di tutti, per la grande facilità della diffusione»[30]. Non meno agguerriti, però, appaiono i nemici della Chiesa, propagatori delle «funeste teorie del laicismo, e specialmente del comunismo e del marxismo»[31]: «la stampa di partito o apertamente ostile alla Religione, è divulgata con ardore e con insistenza anche nelle campagne e nei casolari, e strombazzata con feste clamorose e reclamistiche»[32]. Il ‘buon prete’ non può più limitarsi ai suoi libri di teologia dogmatica e morali, «supposto naturalmente che si continui, con gli anni, lo studio della dogmatica e della morale, iniziato sui banchi della scuola in Seminario. […] Il mondo cammina; le idee si allargano; gli errori spuntano, qua e là, nel campo della dottrina speculativa ed in quello della vita pratica»[33]. In tal senso il giornale cattolico e, per la Diocesi di Teramo-Atri, il settimanale diocesano «L’Araldo abruzzese» – che nel 1964 festeggiava il suo 60° dalla fondazione, richiamato nella lettera pastorale – rappresenta un punto di riferimento irrinunciabile per una informazione corretta, per una adeguata valutazione di idee ed avvenimenti, e per un aggiornato lavoro di apostolato. Dunque «l’ARALDO deve entrare in ogni casa»[34]. E, in effetti, vi entrava, se si arrivava proprio in quegli anni ad una tiratura che in più di qualche occasione sfondò il tetto delle diecimila copie.

            Queste indicazioni che fanno riferimento prevalentemente al capitolo II del Decreto Inter mirifica, si basano sui contenuti del primo capitolo dello stesso documento, recante norme per il retto uso dei mezzi di comunicazione sociale. Nel clima di scontro ideologico appena schizzato, la lettera pastorale del 1964 vede la cura della Chiesa non rivolta solo alla santità della dottrina dogmatica, ma anche a «quella della morale, che è frutto della verità di cui [la Chiesa] è depositaria e maestra. Essa deve e vuol dirigere i suoi fedeli nella via della bontà e della virtù»[35]. In questa prospettiva la Chiesa non può disinteressarsi delle mirabili scoperte della intelligenza umana «che incidono in forme impressionanti e radicali sul costume dei popoli»[36]. E, sia pure in una generale valutazione positiva dei nuovi mezzi di comunicazione sociale come la radio o la televisione[37], non si può non vedere che

 

«tante volte dolosamente avviene, che l’uomo, dimenticando la legge di Dio ed i principi anche più elementari della moralità, guardando solo ad interessi economici o politici, ed anche col pretesto della libertà dell’arte da ogni freno che ne impedisca il deviamento a motivo di scandalo, prepara e diffonde trasmissioni cinematografiche e televisive, che non solo danno spettacoli di nauseante immoralità nei locali che ovunque sono aperti, ma li introducono anche nelle famiglie, a profanare il santuario domestico e ad iniettare i germi della corruzione nell’animo innocente ed ingenuo dei fanciulli, sotto lo sguardo forse noncurante dei genitori e degli anziani»[38].

 

Per questo il Vescovo, pur consapevole di apparire reazionario, invoca senza mezzi termini la censura, la quale «basata sui sacri principi della moralità cristiana […] ha non solo il diritto, ma il dovere di impedire tutto ciò che essendo in contraddizione con la dottrina di Cristo, costituisce un vero pericolo per le anime»[39]. Ho volutamente riportato qualche citazione per rilevare quanto distante sia la modalità di comunicazione odierna della Chiesa da quella di allora, cinquanta anni fa, pochi o molti che siano. Nessun Vescovo occidentale, tranne forse qualche tradizionalista estremo, si spingerebbe oggi ad usare toni così perentori.

           

 

            1.3. La lettera pastorale per il 1965: I laici nella Chiesa

 

            Intanto i lavori del Concilio andavano avanti e nella III Sessione, il 21 novembre 1964, venivano emanati la Costituzione dogmatica Lumen Gentium sulla Chiesa e i Decreti Orientalium Ecclesiarum sulle Chiese orientali cattoliche e Unitatis redintegratio sull’ecumenismo. Per la diocesi di Teramo-Atri, con tutta evidenza, il documento più significativo era la Lumen Gentium[40]. Quanto il modello istituzionale della Chiesa influenzasse la lettura del documento conciliare emerge immediatamente nella lettera, allorché il vescovo Battistelli riferisce che la Costituzione «non ha trattato solo argomenti che riguardino la dottrina su questa Società perfetta istituita da N. S. Gesù Cristo»[41]. Come è noto la Chiesa si considerava società perfetta nel senso che non era subordinata a nessun’altra e nulla le mancava di ciò che è richiesto per la sua completezza istituzionale. Questa nozione tende per se stessa a mettere in evidenza la struttura di governo come l’elemento formale di una Chiesa espressa primariamente nelle sue strutture visibili, di cui si sottolineano specialmente i diritti e i poteri degli organi gerarchici. Rispetto ad essi il laicato non sembra avere la stessa rilevanza, se il vescovo Battistelli può scrivere: «con uno sguardo ampio ed affettuoso, il Concilio ha numerato le schiere dei credenti, figli della S. Chiesa: uomini e donne di varie e differenti condizioni sociali, che con i Sacerdoti ed i Religiosi formano anche essi la Chiesa; il laicato accanto al Sacerdozio»[42]. C’era bisogno di dirlo! La novità di prendere in considerazione il laicato è tale che il Vescovo espressamente dichiara: «è la prima volta per quanto si sappia, nella storia bimillenaria della Chiesa, che un Concilio Ecumenico tratti esplicitamente ed ampiamente del Laicato»[43]. A contrario queste affermazioni ci rendono edotti di come era pensata la relazione tra chierici e laici, con i secondi in posizione di minorità rispetto ai primi[44]. Il clericalismo o l’anticlericalismo era il necessario corollario di questa situazione. Pur senza rinunciare alla struttura gerarchica della Chiesa, i laici finalmente vengono riconosciuti nella loro dignità. Battistelli rivolge a ciascuno di loro l’esortazione di San Leone Magno: ‘Conosci, o cristiano, la tua dignità!’.

            Chi sono i laici? Il Vescovo è costretto ad escludere di «prendere queste due parole [laici e laicato] nel senso deteriore che ad esse viene dato nel linguaggio ordinario»[45]. La rilevazione dello scivolamento semantico della terminologia verso un significato laicista riverbera, implicitamente e ancora una volta a contrario, una qualche diffidenza dei chierici nei confronti del laicato. Vorrei ricordare che i comunisti e i laicisti – più i primi che i secondi – non abitavano ‘altrove’, ma ingrossavano le schiere del popolo di Dio nella nostra terra teramana. Alcuni sacerdoti molto anziani o oramai defunti mi hanno ripetutamente raccontato della difficoltà nella quale si trovavano, allorché dovevano muoversi, per esempio, tra la Scilla della scomunica ai comunisti, secondo il decreto della Congregazione del Sant’Uffizio del 1º luglio 1949, e la Cariddi della partecipazione proprio dei comunisti (i propri fedeli, a volte gran parte dei propri fedeli!) alla vita ecclesiale. Che fare? Svuotare le chiese? Improponibile. Qui si vede tutta la fatica che la Chiesa di base ha dovuto compiere per andare oltre se stessa, per essere più autenticamente se stessa. Chi sono dunque i laici? «Noi diamo il nome di Laici ai fedeli, uomini e donne, di ogni categoria e cultura, non in opposizione ma in necessaria distinzione dal Sacerdozio propriamente detto»[46]. Sicché sacerdozio e laicato formano l’unico popolo di Dio, «che in unione di fede e di amore, dà le sue energie per l’affermazione e la dilatazione del Regno di Dio nel mondo»[47]. La posizione subalterna in una visione istituzionalista della Chiesa tuttavia rimane.

 

Prima di dare conto di questa tesi vorrei ricordare tuttavia alcune circostanze storiche del nostro territorio che rendevano, almeno in alcuni casi, pressoché obbligata questa situazione. Penso soprattutto alle zone interne della diocesi di Teramo. Esemplarmente mi richiamo all’Alto Vomano, dove sono stato parroco all’inizio del mio presbiterato. I sacerdoti più anziani mi raccontavano di situazioni sociali oltremodo difficili. In non rari casi sono stati i preti a lottare al fianco delle popolazioni per avere l’acqua corrente nelle case e fognature funzionanti, per avere l’allaccio alla linea elettrica pubblica, per avere un campetto di calcio in terra battuta, su terreni della parrocchia, ovviamente. Il prete era punto di riferimento non solo religioso, ma anche sociale. Non raramente era tra i pochi che sapeva leggere e scrivere, o che poteva ‘scendere a Teramo’, se aveva un mezzo di locomozione. E non sempre lo aveva. Questo riferimento sociale discendeva dai tempi dell’unità d’Italia, quando il legame tra trono borbonico e altare era stretto e la struttura della Chiesa, in diocesi e parrocchie, spesso suppliva, specie in zone disagiate, alla presenza dello Stato[48]. La Seconda guerra mondiale era finita da soli quindici anni. Né si può dimenticare l’attenzione ai più poveri. Commovente, in tal senso, è la testimonianza di don Corrado De Antoniis (1926-2012), parroco di Tortoreto paese, comune sul mare Adriatico. Egli scriveva nel suo diario: «28 Maggio 1961. Oggi termina la refezione scolastica per i bimbi della scuola elementare. Durante l’anno scolastico è stato possibile assistere 45 alunni con un pasto caldo giornaliero mercé la fornitura dei generi alimentari da parte dell’AAI = aiuti internazionali e un contributo del Comune per le spese di gestione. È stata una provvida iniziativa a favore dei ragazzi provenienti da famiglie povere. L’assistenza dei ragazzi provenienti da famiglie bisognose ci ha dato l’occasione di fornire oltre che una buona alimentazione per un sano sviluppo fisico anche la possibilità di una ordinata socializzazione. I benefici concreti di questa attività vanno individuati, nell’immediato, alla solidarietà con le famiglie economicamente disagiate e carenti nel compito educativo, e nel futuro, una speranza di crescita sociale»[49]. Si può notare come non ci sia alcuna preoccupazione di proselitismo cattolico, quanto piuttosto la consapevolezza di contribuire alla crescita sociale del popolo. Più o meno quello che volevano anche i comunisti, pur se in senso più vistosamente emancipatorio delle classi proletarie.

 

La visione subalterna del laicato si fa evidente laddove si mettano in sinossi le affermazioni di Lumen gentium, 33 e quelle di Mons. Battistelli, che pure si richiama al predetto testo. La chiamata dei laici ad un apostolato che sia partecipazione alla stessa missione salvifica della Chiesa, diventa dovere di apostolato. E mentre la costituzione dogmatica sottolinea che «i laici sono particolarmente chiamati a rendere presente e operosa la chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per mezzo loro», questa specifica vocazione laicale viene ridotta a supplenza del prete, poiché «i fedeli sono chiamati a rendere presente e attiva la Chiesa stessa, specialmente in quei luoghi ed in quelle circostanze ove non può agire l’opera del Sacerdote»[50]. Anche l’Azione Cattolica vive il suo apostolato «come cooperazione all’apostolato sacerdotale»[51]. Un corto circuito in tal senso si nota ancora quando nella lettera il Vescovo si occupa del capitolo V della Costituzione sulla Vocazione universale alla santità nella Chiesa. Dichiara errata la teoria che vuole l’umile e numerosa schiera dei laici doversi accontentare di arrivare ad un livello non troppo alto di perfezione. Ma subito dopo afferma che «specialmente l’osservanza dei consigli evangelici di perfezione […] dà al mondo mirabile esempio di santità»[52]. Gli sposi, insomma, restano un gradino sotto. Queste evidenti frizioni di mentalità e di modelli ecclesiali non vogliono disconoscere il tenore della lettera, incentrata sull’apostolato laicale particolarmente nella famiglia e nella vita sociale e civile, su una partecipazione attiva dei fedeli laici alla liturgia, e, più in generale, sul fatto che l’ora dei laici sembra scoccata, secondo le parole di Paolo VI pronunciate a Frascati il 1° settembre 1963, che chiudono la lettera pastorale[53].

 

 

            1.4. La lettera pastorale per il 1966: Nella luce del Concilio Ecumenico Vaticano II

 

            Nella solennità dell’Immacolata del 1965 il Concilio si conclude. La enormità dell’evento e le sue conseguenze per l’autocomprensione della Chiesa e del ministero presbiterale, vengono così vividamente rappresentate nel diario di don Corrado De Antoniis, presbitero dall’agosto del 1950:

 

«Dicembre 1965. Il Concilio Vaticano II è terminato l’8 dicembre. Un avvenimento di grande rilievo per la chiesa e per il mondo. […] La chiesa non è un museo da conservare ma un terreno da coltivare, privilegiando l’impegno di evangelizzazione. […] risultato è una chiesa non chiusa in difesa ma che si rimette in moto, in stato di missione per un rinnovamento effettivo della chiesa tra due argini: tradizione e rinnovamento nella spirito e nella forma. Pur se ammirato per l’eccezionalità dell’evento storico, confesso di non essere in grado di esprimere un parere personale, mi pare di essere abbagliato, di essere fortemente scosso, ma pieno di speranza di vedere una nuova chiesa in cammino disponibile ad aprire un dialogo costruttivo col mondo. Ho la sensazione che si dovrà passare da un atteggiamento di dominio, di giudizio di condanna, di controllo, ad uno diverso, di ascolto, comprensione, di perdono, di servizio – dovremo imparare l’atteggiamento del pubblicano più che quello ambizioso del fariseo. La Gaudium et spes ci indica di rivalutare la dignità dell’uomo e della sua attività per la difesa della giustizia e della pace. Come sacerdote sono entusiasta del rinnovamento della ‘LITURGIA’. Non sarà solo un cambiamento esteriore: altare mensa, lingua italiana, cerimonie ma gradatamente dovrà portare i credenti ad una partecipazione convinta, ad un vissuto interiore alimentato dalla parola di Dio. Da oggi dovrò essere non più prete funzionario o cerimoniere bensì animatore evangelico e testimone»[54].

 

Trovo questa testimonianza di don Corrado, ancora una volta, commovente e lucida ad un tempo. Più standardizzata e collocata entro gli argini di un modello istituzionale di Chiesa la lettera pastorale di Stanislao Battistelli[55]. Non che non si colga «il mirabile e straordinario avvenimento, che per alcuni anni ha attirato a sé l’aspettativa e l’attenzione di tutto il mondo, anche non cattolico, non cristiano e non credente»[56], ma lo si riconduce entro coordinate imparate a memoria. Certo, il Concilio ha messo in movimento tutto il popolo cristiano, ma per «attuare le norme»[57] che ha dato, ricordando all’uomo che si agita Dio stesso «e le norme infallibili e insostituibili della Sua legge»[58]. La fede in Dio e nella Chiesa «ci ricorderà il grave dovere di obbedire alle sue leggi, di seguire le sue direttive, di farle onore, di fronte al mondo beffardo od ostile»[59]. E la Gaudium et spes? Di fronte alla avvertita squalificazione che la Chiesa subisce dal mondo, viene ribadita come societas perfecta: essa «pur necessariamente formata di elemento umano, sia nei gregari che nei dirigenti [!], si differenzia per la sua natura e per il fine che vuol raggiungere, da qualunque altra società; è il Regno di DIO sulla terra, in preparazione, figura e promessa, del Regno di DIO che sarà la Chiesa nel Paradiso, unita al suo Sposo glorioso per l’eternità. Era tanto necessaria questa nuova [?] visione della Chiesa, oggi in cui da molti si guarda ad essa come ad una società qualunque, forse di minore importanza di altre»[60].

 

 

            1.5. Quali sono le novità nella struttura di governo della diocesi e nella prassi ecclesiale?

 

            Da quanto finora riportato si può concludere che il vescovo Battistelli, pur partecipando all’evento che avrebbe profondamente cambiato il volto della Chiesa, non mi pare ne ebbe una consapevolezza che ne fosse all’altezza. Questo non significa, d’altra parte, che sotto l’episcopato di Battistelli la Chiesa locale abbia vissuto un periodo di stanca, tutt’altro[61]. Il modello istituzionale di Chiesa, insomma, aveva prodotto i suoi frutti, ma aveva fatto il suo tempo. Se si guarda allo Stato delle diocesi di Teramo e Atri al 30 giugno 1963[62] si nota una struttura istituzionale fedele al dettato del Codice di diritto canonico del 1917, in cui le cariche erano ricoperte integralmente da sacerdoti diocesani. La Curia giuridica (vicario generale, cancelliere e vice), il Consiglio di amministrazione, il Tribunale, il Capitolo e il Seminario, le Foranie e le Parrocchie costituiscono lo scheletro della Diocesi. La Chiesa di Teramo e Atri è in grado di trovare all’interno del proprio clero competenze anche specializzate come quelle giuridiche o economico-amministrative. Certo la complessità dei rapporti con le pubbliche amministrazioni e con la società civile nel 1960 non può essere paragonata a quella odierna. Ma è rilevante che nemmeno cinquanta anni fa, tanti o pochi che siano, la diocesi avesse una struttura profondamente differente da quella attuale. La Curia pastorale era del tutto assente, come era ovvio in quel tempo. Non che la preoccupazione pastorale mancasse, ma certo la mentalità cattolica largamente dominante, non ne faceva un problema. L’iniziativa pastorale era interamente nella mani del vescovo che, tuttavia, si serviva di sacerdoti da lui incaricati, per occuparsi di questo o quell’ambito. Il vicario generale del tempo, don Domenico Taraschi, era per molti la persona di maggiore riferimento pubblico. Affianco a lui mi pare che debbano essere richiamati almeno due nomi: don Gaetano Cicioni (1879-1962) era delegato per la catechesi, l’insegnamento della religione cattolica e «L’Araldo Abruzzese». Era accompagnato in quegli anni dal lavoro del giovane don Gabriele Orsini, che gli successe operativamente del settore della catechesi, con esiti favorevoli[63]. Furono introdotte le settimane catechistiche per la formazione dei catechisti (la prima ebbe luogo dal 24 al 40 settembre 1956), guidate da esperti salesiani, e, per ogni parrocchia una vera e propria scuola catechistica. Esisteva una vera e propria Commissione esaminatrice diocesana che si portava in ogni parrocchia per gli esami di catechismo. Molta attenzione veniva data anche all’insegnamento scolastico della religione. Di questi anni è la costituzione di una commissione di ispezione delle scuole elementari, formata esclusivamente da sacerdoti, come anche l’indizione nelle scuole del ‘concorso Veritas’, onde incitare gli studenti ad uno studio approfondito della religione. Don Gabriele Orsini successe a don Gaetano Cicioni anche nella direzione de «L’Araldo Abruzzese», settimanale diocesano con buona diffusione sul territorio, un foglio giornale autorevole nel panorama di allora. L’latro nome da ricordare è quello di don Camillo Morriconi (1886-1967), il quale si occupava delle missioni, nel senso che provvedeva alla sensibilizzazione per le raccolte di somme da inviare alle Pontificie Opere Missionarie. Ma ciò non significa affatto che l’impegno diocesano fosse limitato a questo. Negli anni del Concilio, ancora sotto l’episcopato di Battistelli, almeno tre sacerdoti della diocesi partirono per le terre di missione, come si diceva allora: don Enrico Pepe[64], don Annibale Ferrari[65] (1919- 1995) e il giovane don Benito Di Pietro[66], tuttora impegnato in Brasile. La sensibilità missionaria era insomma cosa viva in diocesi. E Battistelli non si oppose mai. L’Azione Cattolica[67] e le Acli erano le associazioni laicali presenti in diocesi, espressioni dirette della Chiesa. Delle loro vicende si dirà più avanti. L’unità che si respirava nella Chiesa diocesana era una unità fondata su una obbedienza piuttosto burocratica nei confronti del vescovo. Sarebbe stato inopportuno e sconveniente che un sacerdote avesse criticato il vescovo, figuriamoci un laico. L’autorità era chiara e definita. La Chiesa era raccolta piuttosto staticamente attorno al suo pastore.

            In questa situazione, la prima novità nella struttura di governo della diocesi, frutto inequivocabile del Concilio, è l’erezione del Consiglio presbiterale con decreto del vescovo del 15 novembre 1966. È composto da 14 membri, eletti dal clero diocesano e regolare, così ripartiti: 10 dal clero della diocesi di Teramo; 2 dal clero della diocesi di Atri, 2 dal clero regolare delle due diocesi. Questo in obbedienza a Christus dominus, 28 e a Presbyterorum ordinis, 7, nonché al motu proprio di Paolo VI Ecclesiae Sanctae del 6 agosto 1966, documenti richiamati nel decreto. Si avvia, almeno sulla carta, una modalità più condivisa del governo della diocesi.

            Ma in diocesi si avviava anche la riforma liturgica, che, specie per la messa in italiano, creò qualche disagio ai sacerdoti, obbligati d’ora in avanti a preparare l’omelia[68]. Certo non bastava rendere gli altari mensa in modo che il sacerdote fosse rivolto in faccia al popolo. Profittando della necessità di lavori nella chiesa di Cavatassi, don Corrado annota, nel dicembre 1966, i lavori effettuati

 

«per costruire l’abside e la sagrestia e sistemare l’altare per permettere al sacerdote di celebrare non più come orante solitario, ma come guida e moderatore. La struttura cambia volto, si allunga creando un nuovo spazio e comodità per i fedeli. Col pavimento ed altare in marmo il luogo sacro è più rispondente alle norme liturgiche, all’igiene e alla dignità della dimora di Dio tra gli uomini. Però non posso cullarmi che il mio compito sia assolto; col rinnovamento della struttura deve procedere il rinnovamento delle coscienze. Devo incentivare la partecipazione attiva alle celebrazioni e al canto. Le nostre assemblee sono mute e passive; tra sacerdote e fedeli esiste un diaframma atavico, è necessario insistere ed incoraggiare a partecipare»[69].

 

Quanta consapevolezza in queste parole. E aggiunge nell’ottobre del 1967 che le indicazioni del Concilio sulla liturgia «rispondono ai criteri di coinvolgimento dei presenti all’azione liturgica, perché cresce il senso di comunità»[70]. Si potrebbe dire, in una parola, che proprio questo è stato il frutto più rilevante del Concilio che comincia a vedersi in diocesi a livello di base: la partecipazione attiva dei laici non solo alla liturgia, ma alla intera vita della Chiesa, ha rappresentato la crescita del senso di comunità nella Chiesa e l’affermarsi di una condivisione corresponsabile del ministero della Chiesa verso il mondo. Una comunità non amorfa, ma articolata come corpo armonico di Cristo. Una comunità viva che vive con il mondo la storia comune – e più direttamente locale – che tocca in sorte, riuscendo a trovare in essa il percorso di un cammino di salvezza, guardando a Cristo dietro e avanti a sé. Una comunità di ministeri e carismi diversi, in cui nessuno può fare a meno dell’altro.

            Ancora, a proposito dell’introduzione del nuovo rito delle esequie, così scrive nel novembre 1968 il nostro presbitero di riferimento:

 

«Il rito nuovo viene concesso ‘ad experimentum’ ma come sempre sarà definitivo. Scompare il tumulo, i drappi neri con teste da morto, tutto l’apparato esteriore di candele e luci, il dies irae, libera me Domine, ecc., sostituire il colore nero col colore viola. Sono pienamente d’accordo con questo sfoltimento di pompa esteriore […] per incoraggiare una preghiera di fede nella risurrezione e nel  ritorno della creatura al suo Signore; dare ai parenti la possibilità di meditare sul mistero e indicare i modi di suffragio per l’anima. Scompare l’uso del catafalco assente cadavere e la relativa assoluzione, segno di una finzione mai da me digerita, viene introdotta una preghiera di intercessione detta preghiera dei fedeli e la veglia funebre nella casa del defunto. Anche il saluto finale di ‘commiato’ non è un addio ma un saluto augurale per l’incontro con Cristo; il defunto viene consegnato alla Chiesa di Dio. Perché il nuovo non appaia come un rifiuto del passato ma come evoluzione graduale di modi più comprensibili dovrò fare catechesi sulla morte e sulla celebrazione»[71].

 

Non ho conosciuto i vecchi riti, ma, in generale, si deve riconoscere che lo sforzo fatto per la riforma liturgica portò dei frutti notevoli. Anche perché, come detto, tranne qualche eccezione, non ebbe che un generale gradimento. Nella Seconda Istruzione per l’esatta applicazione della Costituzione sulla S. Liturgia, il Consilium rileva con soddisfazione che «da questo inizio di riforma si sono cominciati a raccogliere frutti abbondanti, secondo quanto attestano numerose relazioni di Vescovi, che confermano anche come la partecipazione dei fedeli alla sacra Liturgia, e in particolare al santo Sacrificio della Messa, si sia ovunque accresciuta, e sia diventata più cosciente e più attiva»[72].

            Tutto questo porta aria nuova[73] e «la esigenza di rivedere e programmare tutta la […] azione pastorale per aggiornarla alle indicazioni del Concilio […perché sia] adeguata alle esigenze del nostro tempo»[74]. Un settore che viene particolarmente curato è quello catechistico. Si vuole un servizio di catechesi parrocchiale e di pastorale scolastica[75] che tenga conto del mutato atteggiamento conciliare nel presentare la proposta cristiana, come pure della riforma scolastica in corso[76]. Nell’agosto del 1964 si tiene a Roma un convegno nazionale sul tema ‘Pastorale e Scuola secondaria’. Nel settembre dello stesso anno vengono proposte in diocesi due giornate di studio, svoltesi presso il seminario diocesano, aperte a tutti gli operatori della pastorale catechistica e scolastica. Nel documento conclusivo si ravvisa l’urgente necessità di aggiornare l’azione pastorale, nella parrocchia e nella scuola, ai fini di una presentazione sintetica e positiva del messaggio cristiano. Scemano i toni dottrinari, attardati su posizioni difensive e moralistiche, per proporre invece uno studio diligente e una contemplazione affettuosa della parola di Dio, che diventi luce nel cammino della vita, per scoprire la presenza del Signore in tutti gli avvenimenti della storia vissuta come individui e come comunità. Per i catechisti è importante il richiamo allo studio non solo della Bibbia, della liturgia e dei testi dei Padri e del Magistero della Chiesa, ma anche delle scienze umane, per una intelligente e fruttuosa pedagogia catechistica[77].

            Segno di questo fermento e del desiderio che alla fine si raggiungesse la base della Chiesa, è la missione cittadina, organizzata a Teramo nel marzo del 1966[78]. Sarà predicata da otto padri passionisti. Negli auspici del vescovo essa doveva produrre un rinnovamento di coscienza e di vita secondo la indicazioni del Concilio Vaticano II.

            Ma con le date della riforma liturgica ci siamo portati già nel 1968. In diocesi era già arrivato da poco più di un anno il nuovo vescovo Abele Conigli. Al tempo in cui egli ha presieduto la diocesi di Teramo-Atri ci tocca ora volgere l’attenzione.

 

 

            2. La ricezione dell’evento conciliare sotto l’episcopato di Abele Conigli

 

            2.1. La figura di Abele Conigli: vescovo padre e non più principe

 

            Abele Conigli, trasferito a Teramo il 16 febbraio 1967, prende possesso delle diocesi di Teramo e Atri nell’aprile successivo. Proviene dal clero della diocesi di Modena, nella cui provincia aveva avuto i natali, a Spilamberto, il 19 gennaio 1913. È morto il 14 marzo 2005. Ordinato sacerdote a Modena il 24 agosto 1935, prosegue gli studi di teologia nella Pontificia Università Gregoriana, dove consegue la licenza nel 1939. Diviene docente di filosofia nel seminario diocesano e insegnante di religione cattolica nelle scuole statali. È molto attivo nella FUCI modenese, di cui è assistente dal 1935. Segretario degli arcivescovi Giuseppe Antonio Bussolari (1926-1939) e Cesare Boccoleri (1940-1956), nel 1957 e nominato delegato dell’arcivescovo Giuseppe Amici (1956-1976) che poi lo sceglie quale vicario generale. Eletto vescovo della diocesi di Sansepolcro (Ar) il 7 maggio 1963, viene consacrato il 9 giugno dello stesso anno. Entra in diocesi il 15 giugno. In diocesi si occupa subito della riforma liturgica, segue con grande attenzione gli ambiti della catechesi e delle comunicazioni sociali, favorisce lo sviluppo di specifici ambiti pastorali per i giovani, le famiglie, il mondo della scuola e università e quello del lavoro. Promuove anche la costruzione di nuove strutture pastorali nei quartieri di recente urbanizzazione. Nel 1966 riforma l’organizzazione del Seminario Vescovile e favorisce la nascita di una comunità presbiterale, tra le prime in Italia, alla quale affida la parrocchia della cattedrale. L’11 dicembre 1966 riunisce per la prima volta il Consiglio pastorale diocesano, dopo aver istituito il Consiglio presbiterale. Stimola inoltre la costituzione di un gruppo di sacerdoti diocesani che nel 1967 partono missionari per il Brasile. Il 21 giugno 1965 approva canonicamente, come associazione di fedeli, il gruppo “Seguimi”, di cui è cofondatore insieme al clarettiano padre Anastasio Gutiérrez, al quale aderisce anche don Agostino Vallini, poi vescovo e attualmente cardinale vicario del papa per la diocesi di Roma. Attualmente il gruppo ha sede a Roma ed è presente in Italia e all’estero[79]. L’apertura verso le nuove esperienze religiose laicali porta Conigli a dedicare attenzione anche alle esperienze di Nomadelfia, promossa da don Zeno Saltini, e Gioventù Studentesca, fondata da don Luigi Giussani. Tra il 1963 e il 1965 partecipa a tutte le sessioni del Concilio Vaticano II, con pochi interventi, ma qualificati, come alcune osservazioni sulla conferenza episcopale nazionale fatte in sede di discussione della Gaudium et spes. Sicuramente si rivela tra i vescovi italiani più attivi nell’avviare immediatamente nella propria diocesi le riforme conciliari, a partire da quella liturgica.

            Nel suo primo saluto, il 25 febbraio 1967 così si esprime: «vorrei proprio essere il vostro Padre e sentirvi figli»[80]. E fu proprio così. Don Giovanni Saverioni firmò un articolo su «L’araldo Abruzzese» del 7 aprile 1967 dal titolo Da vescovo principe a vescovo padre: una specie di salto mortale. Il ventennio di Abele Conigli a Teramo e Atri sarà ricordato come «il ventennio del ‘Padre’»[81]. La sua prima ‘conversazione’, come amava chiamare le sue lettere, con i suoi ‘cari sacerdoti’ è del 15 giugno 1967. Niente di particolare, ma già da questo primo documento ufficiale, si legge il riferimento al Concilio. Profittando della pubblicazione sul Bollettino diocesano di alcuni documenti che interessano la liturgia, rileva che

 

«ciascuno di noi deve prendere accurata coscienza di quanto è in essi contenuti, assimilare bene ogni cosa, attuare colla più scrupolosa diligenza. È il Concilio, che continua nel suo dialogo colla Chiesa e col Mondo. Dobbiamo essere molto attenti a quella voce e trasmetterla con fedeltà ai nostri fedeli. La nostra mediazione tra noi ed il nostro popolo è assolutamente indispensabile. Senza questa nostra azione, paziente e costante, le grandi idee del Concilio resteranno in gran parte lettera morta»[82].

 

Come si evince, non si parla di ‘doveri’ o di ‘norme’, ma, come sempre meglio si vedrà, di una assimilazione sincera e partecipe di ciò che la Chiesa è andata maturando di se stessa.

            Questa assimilazione tuttavia non sarà né facile né indolore, né per il vescovo, né per il clero diocesano, né per i laici. Nell’incontro con i sacerdoti avuto a Giulianova il 5 giugno 1973, in occasione dei suoi dieci anni di episcopato, padre Abele rileva, non senza un certa amarezza ironica:

 

«Mi sono convinto sempre di più che i Vescovi dovrebbero essere, se non della stessa diocesi, nella quale sono chiamati a prestare il loro servizio pastorale, almeno della stessa regione. Si guadagnerebbe molto tempo. […] un povero diavolo che ha un’altra estrazione, una diversa mentalità, che non conosce niente dell’ambiente nel quale è chiamato a lavorare, si trova inevitabilmente in un serio imbarazzo. […] Ho commesso degli errori piuttosto grossi. […] Alcune impostazioni di fondo, a giudicarle col senno di poi, potevano essere meglio valutate e vagliate: per lo meno si poteva attendere e non avere fretta. […] Altro errore: avere voluto calare – forse troppo arbitrariamente – a Teramo quello che aveva condotto a buoni risultati nella diocesi toscana, dalla quale venivo. E questi errori li ho pagati tutti. Ad uno ad uno»[83].

 

Sì, bisogna riconoscere, in generale, che Abele Conigli ha ragione in questa considerazione critica, almeno da quello che si legge dai documenti di archivio e si raccoglie dalle memorie delle persone che ho intervistato. Egli veniva catapultato in una realtà diocesana che molto timidamente aveva cominciato a muovere i primi passi in direzione del Concilio, ma in cui la mentalità nuova faticava non poco ad affermarsi. La sua forte iniziativa e l’infaticabile aiuto, almeno per i primissimi anni, del suo segretario don Battista Gregori, morto prematuramente il 28 giugno 1969[84], spingevano fortemente per quella che però da più di qualcuno fu vissuta quasi come una imposizione del Concilio[85]. Penso a figure autorevoli come don Fioravante D’Ascanio (1931-1985) indimenticato arciprete di Motorio al Vomano, don Bruno Trubiani (1915-2001), colto arcidiacono della Cattedrale di Atri, don Pietro Marcellusi (1914-2002), capace oratore dalla ferrea dottrina, per non citare che qualche nome. La ricerca sincera di rinnovamento non raramente era accompagnata da un senso di perplessità, se non proprio di disorientamento in alcune fasce del clero diocesano, come anche in alcuni settori del laicato, legati a riferimenti di fede più tradizionali. Alcune iniziative, come la soppressione per qualche tempo della processione del Cristo morto nel pomeriggio del venerdì santo a Teramo, sono rimaste nella memoria collettiva della città, quasi come delle ferite[86]. Ma gli entusiasmi e la voglia di bruciare le tappe erano altrettanto evidenti. In ogni caso questa generalizzata effervescenza costrinse tutti ad una presa di coscienza che ha segnato una svolta nella vita diocesana, non senza lasciare la sensazione di una qualche incrinatura dell’unità della diocesi. Faccio mie le parole di Domenico D’Antonio, storico dirigente delle Acli teramane, che mi paiono particolarmente felici: «la comunità ecclesiale [diocesana] perse la sua tranquilla identità; fu costretta a rimettere in discussione certezze e tradizioni secolari; fu costretta ad interrogarsi sul suo passato e sul suo futuro»[87].

            Ma procediamo con ordine, come avrebbe detto lo stesso Padre Abele. Una questione che mi pare rilevante e che penso possa portare una certa chiarezza, è la periodizzazione della iniziale ricezione del Concilio nella diocesi di Teramo-Atri[88]. A me sembra che si possano incontrare due date più significative delle altre, poiché segnano momenti di svolta decisivi: la prima data è il 1970, anno in cui viene costituito il Consiglio episcopale; la seconda è il 1977, poiché nel dicembre di quell’anno vengono celebrate per la prima volta le Giornate diocesane. Mi sembra che attorno a queste due date si possa coagulare il progressivo formarsi di una coscienza ecclesiale che avvia la ricezione nella base ecclesiale[89] del modello di Chiesa voluto dal Concilio. Come detto, non senza difficoltà.

 

 

            2.2. Dal 1967 al 1970: la nascita della curia pastorale

 

            Il 15 settembre 1969 Abele Conigli invia a tutti i sacerdoti e religiosi delle due diocesi «e anche a molti laici» un documento[90] nel quale sottopone alcune questioni agli interlocutori, cercando risposte sia per quanto riguarda le cause, sia per quanto riguarda i possibili rimedi. A questa consultazione diocesana viene data grande rilievo anche sul settimanale diocesano, che esce con un titolo che riempie tutta la prima pagina: Il vescovo consulta tutta la diocesi[91]. In essa rileva come l’azione pastorale da lui promossa in «questi anni è stata una pastorale di assaggio, di sollecitazione a partecipare, di tentativi, di prove. […] Ora mi sembra giunto il momento di dare al nostro impegno un quadro ben definito di programmi, di tempi e di metodi di realizzazione. Dobbiamo deciderci a lavorare con responsabile continuità su tutti i fronti dell’attività pastorale moderna, secondo le grandi linee tracciate dal Concilio»[92]. In effetti i primi due anni di episcopato Abele Conigli li dedica a capire come le cose vanno e funzionano in diocesi, pur se da subito mostra di che pasta è fatto, nel senso che le sue convinzioni le esprime con franchezza. L’unico gesto di un qualche rilievo è l’allargamento del Consiglio presbiterale, già voluto da Battistelli, ai vicari generali delle due diocesi come membri di diritto con un decreto del 15 aprile 1967. Nello stesso decreto stabilisce «che il ‘Consiglio presbiterale’ sia presieduto dal Vescovo, che per i consigli e la collaborazione, lo ritiene normale ed efficace aiuto nel governo delle Diocesi»[93], ribadendo da subito una collegialità di azione che sarà il punto qualificante della sua impronta pastorale. Il 12 marzo 1968 si procederà alle nuove elezioni dei dieci membri del clero secolare e dei due del clero regolare. Il 26 marzo successivo il Consiglio si riunisce. In quella occasione, il vescovo «chiede ai membri una schietta, cordiale, fraterna collaborazione, che dovrebbe esprimersi in un’azione positiva di stimolo, e non in un’azione negativa di freno»[94].

            Per il resto Abele Conigli trova una situazione ecclesiale che rispecchia il modello istituzionale di Chiesa vigente fino a quel momento, e sul quale la lettera di consultazione cui qui si fa riferimento fornisce utili elementi. La situazione sociale, di contro, è in fermento. Da una indagine che la Conferenza Episcopale Italiana promosse e pubblicò nel 1967[95] risulta che negli anni Sessanta la popolazione diocesana è in aumento rispetto al censimento nazionale del 1961. Si contano circa 214.000 abitanti. Si riscontra anche un inizio di inurbamento, soprattutto per Teramo. Ma nell’intera diocesi solo il 7% delle parrocchie è al servizio della popolazione urbana, mentre il 93% è diffusa sul territorio, segnato ancora da una economia prevalentemente rurale, cui si dedica il 41,1% della popolazione attiva. Nel territorio della diocesi nel 1966 il 27,6% degli abitanti è già dedito all’industria, il 7,6% al commercio, il 7% all’artigianato, il 16,7% ai servizi[96]. Da questi succinti riscontri si può rilevare come l’opera di Abele Conigli si sia svolta in un quadro sociale in trasformazione, che da rurale andava assumendo via via le sfide che la modernizzazione poneva davanti. Le parrocchie sono quasi sempre affidate al clero secolare. Con una certa riluttanza vengono affidate a religiosi. Nella maggior parte dei casi il numero di abitanti per parrocchia varia tra i 500 e i 2.500, anche se ne figurano un buon numero che ne hanno meno di 200. I sacerdoti residenti in diocesi nel 1966 sono 158. Rispetto ai numeri delle altre diocesi regionali il clero aprutino si ferma ad una formazione di base, pur se in generale era di una buona qualità umana e obbediente nei confronti del vescovo. Solo 7 sono laureati in scienze ecclesiastiche (il 4,4%), mentre 6 lo sono in altre materie (il 3,7%). La stragrande maggioranza di essi (86%) ha un’età al di sotto dei 60 anni.

            La cifra di una azione pastorale segnata dalla partecipazione si evidenzia dalla lettera richiamata, nella quale padre Abele rifiuta di far calare le decisioni dall’alto, scegliendo invece la strada di un colloquio con tutti i fedeli: «il documento, che viene messo nelle mani di tutti i miei diocesani, preti e laici, vuole essere una traccia di discussione. Tutti sono invitati a prendere la parola»[97]. Ed effettivamente questo accade. Raccoglie ed esamina «307 risposte individuali. Preti, Laici, Religiosi, alla spicciolata o a gruppi hanno preso parte viva, e spesso molto interessante, al colloquio, che avevo cercato di instaurare. […] Voglio notare, perché mi sembra un’indicazione molto promettente, che le risposte individuali dei laici sono state 123»[98]. Mi pare che il tono usato dal vescovo indichi una certa soddisfazione per la riuscita di questo coinvolgimento. La lettera pastorale che ne deriva trova grande risonanza sul settimanale diocesano che la riporta integralmente sulla prima e la quarta pagina del numero del 22 febbraio 1970. Il coinvolgimento fu tanto più efficace per il fatto che anche questioni non sollevate in modo esplicito sono state comunque oggetto di osservazioni da parte degli interlocutori. Proprio questo coinvolgimento mi pare importante segnalare. Sembra che la auspicata comunionalità ecclesiale del Vaticano II cominci a prendere una forma reale, e non meramente cartacea. Del resto nella parte introduttiva della lettera pastorale Abele Conigli rileva dall’un lato che «nel rinnovamento pastorale della nostra attività diocesana ci deve essere posto per tutti»[99], e dall’altro che «è la nostra chiesa che vogliamo rinnovare e non qualche struttura, invecchiata e superata da tempo»[100]. A contrario si ricava, ma non è una novità, che l’attività pastorale diocesana fosse fino ad allora affidata solo a pochi preti, come era nel costume del tempo e nel diritto canonico. Conigli insiste:

 

«ci vogliamo rinnovare, e a livello di individui e di comunità, secondo le grandi linee del Vaticano II. […] Non si tratta di rattoppare un tessuto vecchio; non possiamo accontentarci di qualche ritocco alla nostra vita diocesana, ma desideriamo diventare uomini nuovi; vogliamo cambiare la ‘mentalità’ per cambiare il modo di operare; ridiventare giovani, per riprendere con maggiore slancio il cammino e raggiungere quella pienezza e quella maturità, che il Signore aspetta da noi»[101].

 

            Il tono è quasi epico. Il che fa pensare che il vescovo avesse fretta di risultati[102], e che era disposto a più di qualche forzatura per raggiungerli. Si chiede più avanti: «discorso nuovo vuol dire anche discorso di rottura? Sì, ma nella comunità e con tutta la comunità (almeno per quanto riguarda il nostro desiderio)»[103]. Sembra che il clero collocato nei posti di vertice, i più diretti collaboratori che il vescovo ha trovato, gli siano di impedimento per un rinnovamento da lui prospettato come radicale. Le espressioni sono esplicite e dure. Anche se al sottoscritto sembra di poter leggere nel comportamento di questi sacerdoti la richiesta di una gradualità di intervento, che provocasse il minor trauma possibile. Questa situazione, del resto, sembrava piuttosto diffusa se è vero che don Battista Gregori poteva scrivere sul settimanale diocesano, a proposito dei movimenti di contestazione presenti anche nella Chiesa italiana, come il problema che questi movimenti pongono

 

«è l’indifferentismo, l’immobilismo di fronte alla realtà rinnovatrice della Chiesa. Comunità parrocchiali, associazioni, sacerdoti, laici che vivono come se il Concilio non fosse mai esistito, che trascurano questo passaggio dello Spirito santo o che anzi negano la validità del rinnovamento della Chiesa come qualche cosa di anomalo, proprio di menti esaltate alla ricerca della novità per la novità, che puzza ‘di protestantesimo e di eresia’, riconosciamolo con umiltà: è qualche volta anche la nostra realtà»[104].

 

Senza che Conigli abbia proposto esplicitamente la questione, sono giunte ben 176 risposte che hanno affrontato di propria iniziativa il tema della curia diocesana. Dalle risposte pervenute padre Abele Conigli rileva che «non pochi hanno osservato che si è costituita nel passato una specie di monopolio da parte di alcune persone o gruppi, per cui tutta l’attività diocesana ha subito un orientamento non sempre giusto»[105]. Con questa lettera egli sembra voler scavalcare questa specie di cortina, rivolgendosi direttamente alla base, per avere da essa indicazioni sulle cause e sui rimedi per le varie questioni sul tappeto. Appare determinato nel perseguire il rinnovamento della Chiesa locale. Sembra utopistico per padre Abele «pretendere di rinnovare la Chiesa senza concretamente impegnarsi a rinnovare questa Chiesa nella quale siamo inseriti»[106], anche a rischio di essere accusato di esercitare un metodo dittatoriale mascherato da una democrazia soltanto apparente[107]. Senza mezzi termini spiega che il rinnovamento deve toccare tutti i settori della vita diocesana, nessuno escluso. E

 

«perché questo rinnovamento diventi una realtà, ai posti di maggiore responsabilità dovremo mettere degli uomini nuovi. […] non possiamo iniziare nessuna opera di rinnovamento se non costruiamo un discorso nuovo che non riguardi soltanto la frangia, la periferia o la vernice, ma il modo di impostare la vita cristiana e la pastorale nel mondo d’oggi. Questo esige un ricambio di persone, almeno nei posti chiave della vita diocesana»[108].

 

            E così accade, perché con decreto dell’11 febbraio 1970, rinnova gli organi della curia: il nuovo vicario generale è don Nicola Di Matteo (1910-1998)[109], che prende il posto di don Domenico Taraschi; il nuovo cancelliere vescovile è don Rolando Crocetti, che poi lasciò il sacerdozio, al posto del canonico Giulio Di Francesco (1925-1993); il nuovo direttore dell’ufficio amministrativo è don Mario Piunti al posto del canonico Arturo Mazza, poi esonerato per diversità di vedute con il vicario episcopale per l’economia. La nomina è triennale, dato che «una diocesi, nella quale i posti di maggior rilievo siano diventati dei feudi, non potrà mai funzionare»[110]. Ma la novità più rilevante è il decreto di nomina dei vicari episcopali «per meglio provvedere all’unità del ministero pastorale nelle Diocesi di Teramo ed Atri»[111], a norma di quanto stabilito dal decreto conciliare Christus dominus, 27. Nei suoi intenti la nuova organizzazione della curia, composta di vicari episcopali, favorirà il coordinamento tra i vari settori della pastorale di cui essi sono responsabili al vertice, con ordine e continuità. Essi sono: don Edgardo Rossi, per l’apostolato dei laici; don Paolo Pallini, per la liturgia; don Antonio Mazzitti, per la catechesi; don Domenico Papirii (1918-2008), per le missioni; don Domenico Taraschi, per i religiosi e le religiose; don Berardo Marrocco (1920-2006), per i problemi economici diocesani[112]; il canonico Giulio Di Francesco, per l’assistenza religiosa agli ospedali delle due diocesi. Don Edgardo Rossi dalla riunione del 4 gennaio 1971 fu sostituito da don Giovanni D’Onofrio (1931-2001). Don Edgardo Rossi, che simpatizzava per la sinistra[113], insieme a don Battista Gregori accompagnò padre Abele nella nuova diocesi di Teramo, suscitando più di qualche malumore nel clero teramano, poiché questa scelta fu letta come un implicito giudizio non lusinghiero nei confronti di esso. Si dedicò pressoché integralmente al movimento aclista, di cui fu sostenitore infaticabile, fino al momento in cui fu da esso allontanato dagli stessi dirigenti, a motivo di una relazione con colei che poi diventerà sua moglie. Fu tra i diversi preti che in quegli anni chiesero la riduzione alla stato laicale, non senza un dispiacere profondo di padre Abele, che riceveva un secondo duro colpo dopo la morte prematura di don Battista Gregori, suo segretario.

 

«Il vicario episcopale vuole […] esaltare la esigenza di un decentramento effettivo – di cui specie le piccole diocesi avvertono la importanza come risposta alla […] volontà di partecipazione e di dinamismo dei tempi moderni. Il vicario episcopale deve pertanto promuovere un coordinamento efficiente tra i settori che lavorano nel medesimo campo, superando la crisi del rigetto e scavalcando le frizioni che si possono incontrare tra organismi che rifiutano un indirizzo unitario, un controllo non ispettivo, ma promotore di un inderogabile impegno comune. È una nuova strada che la diocesi ha imboccato»[114].

 

L’elemento rilevante di queste nomine è che per la prima volta viene a costituirsi una curia di carattere pastorale che coadiuva il vescovo con piena autonomia di iniziativa. «Questi incaricati formano, insieme al Vicario Generale, la Curia. Sono pienamente responsabili del loro settore ed hanno piena libertà di lavoro, in collaborazione colle persone che ritengono più capaci del Clero e del laicato»[115]. Questo è sicuramente un punto di svolta rispetto al passato. Ad una curia giuridica viene ad affiancarsi una curia pastorale che, nella gerarchia dei valori, assume il posto predominante: il pastorale non è più sottoposto al giuridico, ma  questo è a servizio di quello. Agli ambiti pastorali già segnalati si andranno poi aggiungendo anche il settore della pastorale per le vocazioni, curato da don Gabriele Orsini, e il settore della pastorale per il lavoro, curato da don Valentino Riccioni. Ancora, a partire dal 1974, si costituirà la Caritas diocesana[116], assumendo un profilo distinto rispetto all’ufficio missionario. Il suo direttore sarà per lunghi anni don Ivo Di Ottavio. Una ulteriore novità, sempre connessa con l’organizzazione diocesana, sarà la mutata figura del vicario foraneo. Questi, non più legato alla sede, «sarà nominato dai componenti la Vicaria; l’incarico durerà tre anni. Più che una figura giuridica, avrà una funzione pastorale»[117].

            Si deve dire, per concludere, che il Consiglio episcopale in più di qualche caso avrà compiti sovrapposti a quelli del Consiglio presbiterale e anche al Consiglio pastorale. Questo non aiuterà i rapporti tra i tre organi, e creerà una certa confusione. Ma, al di là di questo, con l’andare degli anni l’idea e la prassi di una curia pastoralmente organizzata si stabilizzerà definitivamente, fino alla complessa elaborazione odierna. Il Bollettino Diocesano Aprutino dal 1978 registrerà con regolarità le relazioni annuali dei responsabili dei vari settori pastorali circa l’attività promossa. Nel 1978 compaiono i seguenti settori: catechesi e scuola, liturgia, missioni e caritas, vocazioni, religiosi, famiglie, lavoro, comunicazioni sociali, laici[118].

 

 

            2.3. Dopo il 1970: il volto di una chiesa in cambiamento

 

            Il passaggio da un modello istituzionale ad un modello pastorale di Chiesa, sia pure a tappe alquanto forzate, orientava chiaramente l’azione di padre Abele Conigli. In questa ottica generale vanno inquadrate le questioni che ci si trova a dover affrontare. Non si tratta, infatti, semplicemente di cambiare alcune strutture, cosa che pure ci vuole, ma di far atterrare il Concilio nella vita dei fedeli. E questo è decisamente più complesso da realizzare, oltre che difficile da valutare. Certo l’immagine che la Chiesa diocesana offre di se stessa subisce un cambiamento, se nel 1979 don Gabriele Orsini, sociologo e attento osservatore della realtà locale, poteva scrivere quello che segue:

 

«Nelle diocesi di Teramo e Atri si assiste ad una situazione ecclesiale in trasformazione: da una Chiesa percepita come insieme di sacerdoti, religiosi, suore e associazioni cattoliche, ad una Chiesa-Comunità che si articola in una pluralità di comunità più piccole animate da spirito evangelico. È evidente ancora l’immagine di una Chiesa come istituzione culturale, dotata di un certo potere sociale, giuridicamente strutturata, col sistema delle parrocchie concepite più come realtà territoriali che come realtà ecclesiali, ritenuta necessaria per solennizzare alcuni momenti della vita personale e comunitaria attraverso i sacramenti e le feste dei Santi. Emerge tuttavia un’immagine di Chiesa-Comunità che si concretizza nei movimenti ecclesiali, nei gruppi giovanili ed anche in alcune comunità parrocchiali»[119].

 

Se questa era la coscienza maturata nel 1979, dopo una dozzina di anni di episcopato di Abele Conigli, e non è poco, mi pare che con la consapevolezza storica che può offrire uno sguardo più distante si possa raccogliere qualche ulteriore elemento che qui appresso propongo. Dividerò i paragrafi tenendo conto abbastanza da vicino dei settori della pastorale che Abele Conigli aveva individuato nella costituzione del Consiglio episcopale.

 

            Liturgia e religiosità popolare – Il punto di leva per il cambiamento è rappresentato comunque dalla liturgia[120]. Il rinnovamento liturgico, si dice nella lettera pastorale del 1970, ha prodotto un grande vantaggio spirituale e comunitario, specie per quanto riguarda la celebrazione eucaristica. Ma questo resta insufficiente. Alcune direttive impartite da qui in avanti avviano un cambiamento nella prassi pastorale sacramentale delle parrocchie, oggi divenuta normalità[121]. Vengono abolite a partire dalla Pasqua del 1970 tutte le classi nei matrimoni e nei funerali: «ogni sacerdote cercherà di preordinare una cerimonia molto dignitosa, ma uguale per tutti»[122]. Il battesimo, precedentemente amministrato negli ospedali in cui aveva luogo il parto, deve essere amministrato in parrocchia. Nelle parrocchie molto popolose il battesimo verrà amministrato solo una volta al mese, di domenica e con molta solennità. In quelle piccole il parroco ha più discrezionalità. A partire dallo stesso anno la prima comunione dovrà essere amministrata dopo la terza elementare e la cresima dopo la quinta[123], slegando al contempo la formazione catechistica dai due sacramenti. Il matrimonio dovrà essere celebrato nella propria parrocchia, per tradizione quella della sposa, e dovrà essere preceduto da un corso di preparazione, che verrà fatto a livello diocesano e di zona. I funerali saranno celebrati con il nuovo rito, senza eccezioni. Sono abolite le messe parate e quelle contemporanee, mentre si darà molto spazio alle concelebrazioni. Conclude padre Abele: «se vogliamo veramente rinnovarci, secondo lo spirito del Vaticano II, non abbiamo via di scelta. Mi direte: sarebbe meglio praticare una certa gradualità. Rispondo: il Concilio è finito da un pezzo ed il tempo della gradualità è già passato»[124]. Chi vive nella diocesi di Teramo-Atri potrà facilmente riconoscere che quello che oggi viene considerato normale nella prassi pastorale, dalla catechesi ordinaria ai corsi in preparazione al matrimonio all’amministrazione dei sacramenti, deriva da queste indicazioni vincolanti date allora[125].

            Ma tutto questo cosa ci permette di vedere in controluce? L’affermarsi dell’idea che la parrocchia non è tanto e solo una istituzione giuridica, quanto una comunità di fedeli che si ritrova per celebrare il mistero pasquale nella liturgia. La comunità parrocchiale diventa il luogo privilegiato di una vita comunitaria che si esprime nei sacramenti celebrati, facendo sì che «il senso della comunità parrocchiale fiorisca soprattutto nella celebrazione comunitaria della messa domenicale» (Sacrosantum concilium, 42). E la comunità, con la riforma introdotta, non si limita ad assistere, quanto a diventare protagonista dell’azione liturgica. Vale la pena di ricordare che le donne italiane, a partire dal 1968, ricevono facoltà di poter svolgere il compito di lettrici nell’assemblea liturgica. D’altra parte questa nuova situazione, e particolarmente la possibilità di celebrare messa nella lingua italiana, impegnò i sacerdoti in un maggiore coinvolgimento. Il sacerdote usciva dalla sua solitudine sacrale. Prima se sbagliava non se ne accorgeva nessuno, ora no. L’obbligo dell’omelia impegnava ed impegna ad una adeguata preparazione. Come si esprimeva in quei giorni Andrea Spada, «il sacerdote è completamente allo scoperto sull’altare, candelabro che tutti vedono e giudicano facilmente anche in chiesa. Gli è chiesto molto di più, non certo di meno»[126].

            In tale ottica vanno viste le riserve che padre Abele manifestava nei confronti di non poche forme di religiosità popolare tradizionale. Certo è difficile dare una definizione, sia in termini scientifici che empirici, di cosa sia la religiosità popolare. In generale, appoggiandomi alle considerazioni di Gabriele Orsini, mi pare si possa dire che essa costituisce «un insieme di espressioni legate alla vita cioè alle esigenze personali dei membri appartenenti ad una determinata comunità, i quali scoprono i valori per l’esistenza dalla memoria storia e dalla tradizione del proprio ambiente sociale»[127]. Essa, nel culto, nella pratica e nei comportamenti non coincide con la religiosità ufficialmente proposta dalla Chiesa. La questione non è nuova. Così si esprime ancora Gabriele Orsini:

 

«nei primi anni del XX secolo la religiosità teramana era costituita principalmente dalle feste patronali, dall’organizzazione delle confraternite a scopo prevalente di culto, da pellegrinaggi a piedi a chiese e santuari per ottenere divini favori. L’istruzione religiosa si riduceva alla preparazione dei bambini alla prima Comunione e alla Cresima e a roboanti panegirici in occasione delle feste patronali. I sacerdoti stessi in genere non erano in grado di tenere l’omelia domenicale o altre forma di istruzione religiosa al popolo. Mancando una istruzione, la religiosità popolare facilmente assumeva forme spontanee a volte devianti. Lo stesso culto dell’Eucaristia, che era molto sentito, si esprimeva apparentemente in forme appariscenti. Più che alla Messa sacrificio si dava importanza alla ‘Messa parata’ che appagava di più la vanità dei fedeli. Devozioni, tridui, novene e processioni deformavano lo spirito liturgico e raggiungevano punte emotive molto alte in riti propiziatori per ottenere la liberazione dai mali più temuti, per le quali si ricorreva ai Santi ritenuti specialisti contro questo o quel male. Si avevano così abusi nel culto, deviazioni e facile ricorso alle processioni (in un paese della provincia se ne organizzavano 26 all’anno). Era molto sentita la devozione del Rosario attorno al focolare o per i defunti, ma spesso si trasformava in un mero ritualismo. L’unica associazione consentita era quella delle Confraternite, presenti quasi in ogni paese e intitolate al SS. Sacramento, alla Madonna e ai defunti ma non sorrette da una qualche spiritualità»[128].

 

Il quadro, come si vede, non era affatto incoraggiante. Ci volle l’opera di diversi vescovi per incanalare, piano piano, queste molteplici espressioni religiose in forme più aderenti alla liturgia della Chiesa, non sempre con successo[129]. In questo cammino che parte almeno dal 1924, anno del Concilio Plenario Abruzzese, si inserisce anche l’opera di Abele Conigli, il quale, probabilmente con più energia di altri, insistette su questo punto, non senza creare più di qualche disappunto. Tali aspetti costituivano una parte non marginale della vita di fede[130]. Ma senza mezzi termini egli sostiene che «in molte manifestazioni di fede prevale il feticismo»[131]. Soprattutto le feste patronali erano nel mirino. Non raramente aveva dovuto constatare la parte assolutamente marginale dell’aspetto religioso della festa[132]. Il caso già richiamato della soppressione per qualche anno della processione del Cristo morto a Teramo la dice lunga, sia sulla volontà del vescovo, sia sulla forza di una tradizione popolare, che non può essere modificata per decreto. Infatti la processione fu ripristinata. A tal proposito mi pare di poter dire, in uno sguardo più generale, che nella misura in cui matura nella comunità cristiana il proprio «essere Chiesa», si producono anche forme di espressione di questa identità che si distaccano da forme ereditate dal passato, che funzionano a livelli meno maturi di consapevolezza.

 

            La evoluzione del laicato e i lontani – In questo quadro si può innestare il discorso intorno all’apostolato dei laici. In generale il rapporto tra laici e chierici era segnato da un diaframma atavico, come si esprimeva don Corrado De Antoniis, e da una situazione di evidente dipendenza dei primi dai secondi. Il Concilio, proponendo una ecclesiologia centrata sulla categoria di ‘popolo di Dio’, invitata a cambiare l’immagine di una Chiesa piramidale con quella di una Chiesa comunione[133]. Ma lo ‘svezzamento’ dei laici, se così mi posso esprimere, non era cosa facile. Dopo secoli di subordinazione non era semplice assumere immediatamente il ruolo di protagonisti nella vita della Chiesa. D’altra parte anche i chierici erano chiamati ad una vistosa svolta di mentalità, che necessitava di una maturazione non facile[134]. Il rapporto tra chierici e laici, comunque, rappresentava la questione del postconcilio. Si reclamavano laici adulti, liberi ed operanti nella Chiesa, come si esprimeva don Battista Gregori in un suo intervento[135]. Il tema tuttavia non era nuovo, almeno per l’Azione Cattolica, visto il convegno nazionale degli assistenti svoltosi a Roma nel luglio del 1966, ove si sottolinea come il Concilio abbia «ridato al laico […] tutto il suo rilievo e la pienezza della sua attività e delle sue responsabilità. Non più da una parte la Chiesa intesa come pura gerarchia con compiti meramente attivi, e dall’altra il laico, in funzione meramente passiva»[136]. Alberto Aiardi (1935-2012), allora presidente dell’Azione Cattolica diocesana, quando parlò al clero diocesano in un memorabile ritiro il 09.04.1968, in cui, per la prima volta, un laico offriva le proprie riflessioni al clero, invitò gli stessi preti ad aiutare i laici ad uscire da uno stato di minorità e da un complesso di inferiorità nei confronti del clero.

            La situazione che Abele Conigli trova è quella di una Azione Cattolica che sta ripensando se stessa a livello nazionale e locale[137]. Quelli del postconcilio sono gli anni in cui l’Azione Cattolica nazionale, proprio ad un secolo dalla sua nascita, andò maturando la cosiddetta ‘scelta religiosa’, descritta così da Alberto Monticone:

 

Per scelta religiosa dell’ACI si intende l’inizio di un nuovo modello di associazionismo ecclesiale, alla luce del Concilio, al servizio della comunità ecclesiale e dei suoi Pastori, affidato con metodo democratico alla responsabilità dei laici, radicato nelle realtà locali, avente come finalità primaria la formazione di laici cristiani lungo l’arco di ogni età e conseguono la loro azione nella Chiesa e nella società in forma aggregata. Essa intese gettare un ponte tra l’appartenenza alla città di Dio nella sua concretezza locale e la partecipazione da cristiani alla città dell’uomo, anche questa individuata nella specificità di tempo e di luogo. La scelta religiosa abbandonò negli anni ‘60 il collateralismo politico con il partito della DC, pur riconoscendo in esso il riferimento ai valori umani sorretti dall’ispirazione cristiana, lo sforzo di mediazione per la laicità della politica la presenza di donne e uomini formatisi nella stessa ACI. Contribuì a distinguere l’ambito ecclesiale da quello politico partitico, mirò a liberare la Chiesa da coinvolgimento in politica, affermò il valore della laicità cristiana esercitata in forma individuale e collettiva. In sostanza fu la scelta associativa per un laicato conciliare e per una cittadinanza, cristianamente ispirata e laicamente declinata[138].

 

L’Azione Cattolica diocesana, volendo essere al passo con i tempi, andava maturando la «disponibilità a ripensare modalità e strutture, per meglio adeguarle alle nuove esigenze»[139]. Con l’assemblea diocesana del 5 novembre 1967 sembrava fosse iniziato un periodo nuovo[140]. Ma anche dopo l’approvazione del nuovo statuto[141], si ha comunque l’impressione che l’associazione fatichi non poco a trovare una direzione chiara[142]. Il riscontro di queste incertezze e di un generalizzato malumore nei confronti dell’associazione si ha nelle risposte al già richiamato questionario della fine del 1969. Qui il giudizio più severo che viene raccolto è che l’azione apostolica dell’Azione Cattolica risulta «troppo compromessa con partiti politici»[143]. Se si pensa che Alberto Aiardi, dopo aver ricoperto diversi incarichi a livello locale, dal 1972 al 1992 sarà deputato della Repubblica, anche con incarichi di governo, non si potrà dire che questo giudizio sia lontano dalla verità. Saranno quelli, del resto, gli anni della fine del collateralismo con la Democrazia Cristiana[144]. Ma, oltre a questo, si sottolineano anche carenze nei dirigenti, che si richiedono più competenti, come anche nei preti, i quali sono chiamati ad un nuovo modo di stare tra i laici. Non si deve poi dimenticare che le tessere raccolte nelle varie parrocchie, più di qualche volta, non corrispondevano a numeri effettivi. Alberto Aiardi cercò di promuovere un rilancio dell’Azione cattolica nella varie foranie della diocesi[145], ma, a quanto è possibile ricostruire, con scarso successo. In questa situazione, Abele Conigli volle dare un chiaro segno di discontinuità. Il 27 marzo 1968[146] aveva già avvicendato il delegato vescovile in carica, don Tiberio Varani (1916-2001), con don Giovanni D’Onofrio, il quale, da lì a poco, assumerà l’incarico di vicario episcopale per un settore che viene battezzato ‘apostolato dei laici’, sulla base del documento conciliare Apostolicam actuositatem, succedendo a don Edgardo Rossi. Il responsabile laico di questa nuova realtà resta comunque Alberto Aiardi, presidente diocesano dell’Azione Cattolica attivo fino al 1972, anno della sua elezione alla Camera dei deputati. Con questa nuova nomenclatura, quella di ‘apostolato dei laici’, si vuole sottolineare che l’Azione Cattolica è solo «una delle tante esperienze associative nella vita di una diocesi»[147]. Il nome non era nuovo. Riprendeva un’idea di Pio XI, rivista profondamente alla luce del Concilio: «Pio XI definì l’apostolato proprio dell’Azione Cattolica una ‘partecipazione dei laici all’apostolato gerarchico della Chiesa’. Il Concilio Vaticano Secondo ha superato questo concetto definendo l’apostolato dei laici una ‘partecipazione alla missione salvifica della Chiesa’ [LG 31]. La vocazione all’apostolato, per i laici come per tutti gli altri membri della Chiesa, è una cosa sola con la vocazione della Chiesa»[148]. Tra Pio XI e il Concilio, si inseriscono Pio XII e Giovanni XXIII che preferirono parlare di ‘collaborazione’ dei laici. L’apostolato dei laici in diocesi è ora articolato in ragazzi, giovani e adulti, puntando ad una formazione che non sia meramente ‘spirituale’, ma guardi all’uomo intero. Bisogna però riconoscere che i progetti dell’apostolato dei laici restarono piuttosto sulla carta. Né don Edgardo Rossi, dedicato pressoché interamente alle Acli, né don Giovanni D’Onofrio dopo di lui, furono capaci di promuovere qualcosa di significativo. Ma qualcosa accadde, e di rilevante, poiché il settore dell’apostolato dei laici avrebbe compreso in sé inedite realtà ecclesiali.

            Infatti proprio in quegli anni si andavano diffondendo anche nella diocesi teramana le prime formazioni spontanee[149] di quelli che prima saranno chiamati ‘movimenti ecclesiali’ e poi diventeranno i ‘gruppi ecclesiali’ o, con una espressione meno felice, le ‘aggregazioni laicali’. Abele Conigli conosceva già Gioventù Studentesca, che poi evolverà in Comunione e liberazione, ma a fianco ad essa ci saranno i focolarini, i neocatecumenali, i corsi di cristianità, e così via[150]. Questi si affiancavano a realtà già esistenti come gli scouts, la S. Vincenzo de’ Paoli, e, naturalmente, l’Azione Cattolica e le Acli. Qualche anno dopo si arrivarono a contare circa una trentina di sigle in diocesi[151]. Non si può nascondere che in questi gruppi nuovi, al di là di qualche problema che pure davano[152], si vedevano autentiche esperienze di fede. Si tratta di «comunità decisamente cristiane»[153], rileva il vescovo. Con questa consapevolezza, li favorisce senza riserve. Ne sia di esempio l’ordinazione di colui che poi diventerà il Card. Angelo Scola. Questi, entrato da adulto nel seminario diocesano milanese, lascia la diocesi ambrosiana[154] e arriva a Teramo. Qui viene ordinato presbitero il 18 luglio 1970 da padre Abele Conigli, conosciuto quando questi era vescovo a Sansepolcro, diocesi nella quale si era formato il primo gruppo toscano di Comunione e liberazione. Ma anche al di là di questo caso particolare, i nuovi gruppi ecclesiali rappresenteranno, in questo tempo, l’autentica novità nell’ambito del laicato. In questi gruppi lo spirito del Concilio alligna fortemente: un ascolto e un confronto continuo con la Parola di Dio; celebrazioni liturgiche, non solo sacramentali, curate e partecipate; una testimonianza nel mondo sincera e credibile; un impegno sentito all’interno delle parrocchie. Per diverse parrocchie questi gruppi rappresenteranno il serbatoio di molto del laicato attivo nei più diversi ministeri. E sarà anche da questi gruppi, in diversi casi, che si attingeranno i membri dei primissimi consigli parrocchiali[155], attraverso i quali si promuoverà con maggiore convinzione ed energia la responsabilità dei laici nella vita della comunità parrocchiale. In questi gruppi si respira, con diverse enfasi su questo o quell’aspetto, un reale e potente soffio dello Spirito, non senza qualche rischio di chiusura su se stessi. Padre Abele se ne lamenta quando scrive che «manca ancora una piena comunicabilità tra i gruppi. Non si combattono, anzi si rispettano, ma sono ancora un po’ chiusi in se stessi: io penso che questo si spieghi col fatto che ciascun gruppo è talmente convinto della validità del suo lavoro individuale ed apostolico che riesce con difficoltà a vedere altre forme di impegno cristiano»[156]. Non raramente questi gruppi non sono tanto nelle parrocchie quanto a fianco della parrocchie[157]. D’altra parte questo non deve far pensare che le parrocchie non avessero risorse laicali in se stesse, tutt’altro. Ma certo sarà grazie ad essi che intere parrocchie, pressoché esclusivamente nelle cittadine e nei paesi più popolosi, saranno stimolate ad un rinnovamento contagioso e vivace. In ambito rurale il laicato resta invece legato a forme più tradizionali di partecipazione.

            All’interno di questo generale rifiorire del laicato cattolico va anche inserita la vicenda ulteriore dell’Azione Cattolica diocesana, della cui situazione si è detto qualcosa più sopra. Inserita nel più vasto mondo dell’apostolato dei laici, essa di fatto andò via via indebolendosi, fino quasi a disgregarsi. Rimase presente, dalle informazioni raccolte, quasi in situazione di diaspora. La sede venne spostata presso la parrocchia del Cuore Immacolato di Maria di Teramo, di recentissima erezione, sotto il parroco don Giovanni Iobbi (1912-1978). Qui sopravviveva un vivace settore ragazzi, attorno al quale si aggregava il resto. Come detto più sopra l’apostolato dei laici, tuttavia, non decollò. Ne sia segnale il fatto che nel marzo 1972 ebbe luogo a Giulianova un incontro tra coloro che erano coinvolti nell’apostolato dei laici, in rappresentanza delle varie realtà ecclesiali. L’incontro fu introdotto ancora da Alberto Aiardi. Nell’articolo di resoconto[158] don Valentino Riccioni, vicino all’esperienza del Cammino neocatecumenale, e in generale vicino alle nuove esperienze, specie giovanili, riscontra come a fronte di una invocava unità, le strutture vecchie non aiutano. Il vino nuovo esige otri nuovi. Comunque sia, da più parti si reclama che l’Azione cattolica venga ricostituita. In particolare lo reclama un articolo apparso su «L’Araldo Abruzzese», a firma di Tommaso Sorgi[159]. In seguito a questa sollecitazione, Abele Conigli ricostituisce l’Azione Cattolica nel 1974. Dietro consiglio dello stesso Tommaso Sorgi, la presidenza fu affidata ai coniugi Attilio Danese e Giulia Paola Di Nicola, vicini al movimento dei focolari, grazie ad una deroga richiesta alla direzione nazionale per l’incarico affidato ad una coppia, con l’assistenza di don Davide Pagnottella[160], giovane sacerdote che Abele Conigli scelse anche perché laureato. Nell’immediato, ancora su deroga della direzione nazionale, si evita il tesseramento e ci si spende in una intensa opera nei tre ambiti di ragazzi, giovani e  adulti/famiglie. L’Azione Cattolica faticò un poco a ritrovare la propria identità. Tuttavia ci si mise subito all’opera[161], e, dopo diversi anni di lavoro, i risultati furono evidenti[162]. A partire dal 1980, sotto la presidenza di Gino Mecca, attuale direttore de «L’Araldo Abruzzese», i rapporti più intensi con la direzione di Roma permettono di assumere in toto la metodologia rinnovata propria dell’Azione Cattolica per una più consapevole identità laicale.

            Collegato all’Azione Cattolica, ma non solo, nell’ambito dell’apostolato dei laici, viene costituito anche un Centro diocesano per la famiglia, presieduto dai coniugi Danese, con l’assistenza di don Paolo Di Mattia. «Furono organizzati periodicamente e in coincidenza con i tempi forti dell’anno liturgico, momenti formativi, giornate di studi, in contri di spiritualità sui temi allora molto dibattuti del divorzio e dell’aborto»[163], con ricadute anche su televisioni locali e con una rubrica su «L’Araldo Abruzzese». Questo fu importante in un tempo in cui il dibattito sul divorzio in Italia diventò davvero febbrile con articoli continui sul settimanale diocesano.

            Mi pare infine importante sottolineare come grazie a tutte queste realtà il tema della evangelizzazione non restò un pio desiderio scritto sulla carta, ma diventò, sia pure entro i limiti della loro azione, qualcosa di effettivo[164]. Negli anni Settanta la Chiesa italiana metteva a tema ‘Evangelizzazione e sacramenti’, ma la situazione della diocesi presentava un panorama non incoraggiante, come emerge da una inchiesta affidata a Tommaso Sorgi[165]. Siamo negli anni successivi al Sessantotto e, più in generale, in un tempo in cui la secolarizzazione si afferma in maniera sempre più massiccia e diffusa, con punte di vero astio nei confronti della Chiesa, pure in qualche misura responsabile di questa situazione, secondo le note espressioni di Gaudium et spes. Intere folle di cristiani abbandonano la Chiesa e vanno a formare quelli che si chiameranno ‘i lontani’: «è questo il problema forse più grave della nostra pastorale. […] È un problema molto complesso […] questa umanità che si allontana, che non si interessa più a quello che diciamo, che ormai non capisce più il nostro linguaggio»[166]. I risultati dei referendum sul divorzio e sull’aborto ce ne convinceranno definitivamente. Ad essi padre Abele rivolge particolarmente il suo sguardo, cercando un dialogo aperto, fondato sul rispetto della persona e delle idee, pure, in certi casi, profondamente divergenti. Non pochi di coloro che entrano a far parte dei gruppi ecclesiali appartengono proprio ai ‘lontani’.

            Una questione contigua con quella dei ‘lontani’ era quella dei giovani, alla faticosa ricerca di una dimensione di fede ad essi congeniale[167]. La loro contestazione altro non era se non la rivolta contro schemi, comportamenti e verità ritenute fino ad allora indiscutibili, presentandosi non raramente come una frusta morale della società[168]. Si ricordano ancora in città di Teramo le ‘messe dei giovani’, quelle beat con la chitarra elettrica e la batteria, promosse da don Valentino Riccioni, da alcuni incomprese[169], ma dai giovani certo apprezzate[170]. Essi rappresentavano la testimonianza più evidente della interruzione della trasmissione tradizionale della fede: si reclamava un’adesione adulta e personale[171], non più garantita da un ambiente culturale dall’un lato legato a schemi mentali oramai obsoleti, dall’altro sempre più secolarizzato.

            L’esito, anche formale, di questo risveglio del laicato cattolico si avrà con la costituzione del Consiglio dei Laici, poi Consulta dei Laici, il quale inizia i suoi lavori il 14 dicembre 1980. Esso nasce soprattutto come strumento di comunicazione e comunione tra le associazioni laicali presenti in diocesi. Così si esprime Attilio Danese:

 

«A 10 anni di distanza dalla fondazione della Consulta [dei laici] in Italia, la nascita del nostro Consiglio dei laici, si pone come fatto nuovo e importante per la vita delle nostre comunità. La tensione all’unità e alla comunione tra associazioni, gruppi e movimenti diversi è un segno, è uno stile che contribuisce a costruire la Chiesa; l’esercizio del protagonismo attivo dei laici esalta la dimensione della laicità nella Chiesa, e la dimensione della laicità qualifica il ruolo del consiglio dei laici rispetto agli altri organismi di partecipazione ecclesiale (Consiglio presbiterale e Consiglio pastorale). Collocandosi tra essi come luogo di mediazione creativa secondo il dono proprio dei laici è luogo di osmosi tra le strutture di partecipazione ecclesiale e al realtà di ogni associazione o movimento»[172].

 

Al di là della effettiva utilità pastorale dell’organismo, mi pare sia significativo rilevare che esso sicuramente è servito per una reciproca conoscenza delle persone che componevano gruppi e movimenti ecclesiali, promuovendo relazioni più consapevoli e rispettose, come pure la coscienza di una comune appartenenza diocesana.

 

            La catechesi e l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole – Da quanto ho potuto raccogliere, mi pare di poter dire che l’attenzione alla catechesi e all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole sia stata una preoccupazione presente e costante nella pastorale diocesana anche prima del Concilio. Certo i metodi erano quelli nozionistici e mnemonici di allora, quando si usava il catechismo di San Pio X, e il catechismo si manteneva prevalentemente legato ai sacramenti di comunione e cresima, generalmente celebrate insieme. Di più del resto non sembrava necessario fare, poiché era diffusa una mentalità e una cultura fortemente segnata dal cattolicesimo, sia nelle famiglie che nella società. Nessun comunista, negli anni Cinquanta o Sessanta si sarebbe sognato di non sposarsi in chiesa o di non far battezzare i bambini, almeno nella nostra terra. Ma la secolarizzazione muterà via via questa situazione. Con le nuove indicazioni date da padre Abele in uno spirito conciliare e più consapevole dei tempi mutati, la catechesi ai fanciulli e ai ragazzi vorrebbe slegarsi dalla celebrazione dei sacramenti che chiudono la iniziazione cristiana[173]. Mi pare di poter dire che, rispetto a prima, qualche risultato aggiornato ci sia stato. Padre Abele riconosce di avere «l’impressione che da qualche tempo l’Ufficio Catechistico diocesano stia impostando, in senso pienamente conciliare, la sua attività»[174]. Affidato a don Antonio Mazzitti, uno dei presbiteri diocesani più coinvolti dal Concilio, l’ufficio si è dato da fare anche nella formazione sistematica e continua sia dei catechisti[175] che degli insegnanti di religione[176], per i quali, già allora, si auspicava una migliore formazione con titoli accademici, obiettivo cui piano piano si è poi giunti dopo il concordato del 1983[177]. Presto sarebbero arrivati i nuovi catechismi della CEI[178] e lo scenario preconciliare sarebbe definitivamente cambiato.

            D’altro canto proprio questo importante impegno per la catechesi e l’insegnamento della religione cattolica, almeno per fanciulli e ragazzi, dice anche un’altra cosa. Che la famiglia, anche nella diocesi di Teramo-Atri, andava perdendo la funzione di luogo tradizionale di trasmissione della fede. Prima alla famiglia si affianca la scuola, che, tuttavia, rimaneva abbastanza collegata con i valori trasmessi dalla prima. Ma l’avvento dei nuovi mass media, come cinema, radio e televisione, e, dagli anni Ottanta, il computer, cambiano lo scenario. Essi – prima di tutto la televisione negli anni Sessanta – vanno a costituire vere e proprie nuove agenzie educative, che non si affiancano, ma sostituiscono il ruolo genitoriale. In particolare il mutato ruolo della donna, a seguito del cammino di emancipazione, riduce di fatto gli spazi educativi familiari. La catechesi degli adulti appare sempre più decisiva.

            Ma la catechesi degli adulti rimane episodica e circoscritta alle omelie domenicali, divenute obbligatorie. Solo i movimenti e le associazioni ecclesiali sembrano dare segnali seri in questo ambito, con una catechesi sistematica e continua. Cominciano in questi anni anche i corsi di preparazione al matrimonio per fidanzati, «una preparazione che le circostanze della vita moderna rendono sempre più inderogabile»[179]. L’impianto di essi, ancora oggi sostanzialmente in essere, si deve al lavoro di don Domenico Ciampani, incaricato dal vescovo a tal fine. L’iniziativa parte dalla città di Teramo con un corso pilota. La bozza di programma «prevede per alcuni mesi ogni domenica, delle lezioni da parte di sacerdoti, coppie di sposi, medici e sociologi»[180]. Viene suggerito che la cosa venga gestita non dall’ufficio catechistico o da quello dell’apostolato dei laici, ma dagli stessi parroci della città, per evitare che sembri qualcosa di imposto dall’alto. Da allora i corsi sono diventati una tradizione nella diocesi di Teramo-Atri, svolti generalmente in ambito foraniale, tranne che nelle cittadine più popolose.

 

            Missioni e carità – Due fatti caratterizzano questo tempo: la missione in Burundi e la nascita della Caritas diocesana. Già sul finire del 1967 Abele Conigli «in uno slancio si fiducia nell’azione dello Spirito Santo»[181], si è impegnato con il vescovo di Bujumbura in Burundi, Africa Centrale, ad assumere come propaggine lontana della Diocesi di Teramo-Atri una parrocchia locale, quella di Ryarusera. In verità, questo slancio, da più di qualche parte, era stato interpretato come un colpo di testa di padre Abele. In effetti non c’era stato alcun coinvolgimento della base, se non dopo la decisione. Altri erano preoccupati del fatto che altre missioni di religiosi, anche abruzzesi, avrebbero potuto essere danneggiate dall’iniziativa. Contro queste critiche, i fatti che possono essere ricostruiti dicono il contrario. In effetti le somme raccolte per le Pontificie Opere Missionarie non subirono diminuzioni. E le libere offerte raccolte via via per il Burundi, grazie alla sensibilità di molti parroci, furono tali da non gravare in alcun modo sul bilancio della diocesi. Anzi l’iniziativa in Burundi risultò più direttamente coinvolgente per la diocesi, contribuendo a creare una mentalità nuova, non solo nei laici, ma anche nei presbiteri. Non che prima la sensibilità missionaria fosse inferiore, come visto[182]. A tal proposito, in una lettera di aggiornamento ai sacerdoti, asserisce Abele Conigli che «è troppo facile ridurre la propria opera nel fare o raccogliere un’offerta e mettere così il cuore in pace. L’offerta non rappresenta nulla se non ha valore di segno, se non indica cioè che noi siamo convinti in profondità che il nostro essere cristiani ci impegna in forme di fraternità solidale, per tutta la Chiesa, in modo particolare per quella più bisognosa di aiuto»[183]. E, in effetti, la presenza di un presbitero diocesano in Burundi, rendeva tutti ben più direttamente consapevoli di ciò che comportava una missione, condividendone i passi via via compiuti. Nel 1971, dopo un viaggio di permanenza di circa un mese in Burundi[184], padre Abele poteva affermare che «qualche cosa abbiamo fatto. Il Catecumenato (che funge ora da Chiesa) è terminato. Ora […] si sta coprendo la casa parrocchiale. Subito dopo verrà la volta del Dispensario [sanitario]. Per tutte queste opere abbiamo raccolto in diocesi quasi a sufficienza»[185]. Nelle Linee di lavoro pastorale 1971-72[186], il primo ‘programma pastorale’ steso dal Consiglio episcopale dei vicari da poco nominati, si afferma che

 

«meta dell’attività missionaria diocesana è quella di creare una coscienza missionaria, nella convinzione che non vi può essere una chiesa locale matura e responsabile che non sia anche missionaria, cioè aperta verso le frontiere del mondo, disponibile ad offrire il suo contributo al nascere della Chiesa in regioni lontane. L’impegno per il Burundi si inserisce in questa prospettiva, come un aiuto a recepire l’idea missionaria non solo come opera di evangelizzazione, ma come contributo alla integrale promozione umana, toccando quindi gli aspetti sociali che sono strettamente uniti all’annuncio missionario»[187].

 

E si aggiunge che l’incontro avuto da don Giuseppe De Dominicis (1934-2008), il primo prete diocesano andato permanentemente in Burundi, nelle varie riunioni foraniali ha consentito di avere una informazione di prima mano più chiara, ed una visione più realistica delle necessità e delle attese della parrocchia diocesana in Burundi. A don Giuseppe De Dominicis si affiancarono successivamente anche don Enzo Chiarini e don Lino Rampazzo, che poi lascerà il sacerdozio, una volta trasferitosi in Brasile. Non sempre le cose andarono per il verso giusto. Nell’incontro con i sacerdoti in occasione del decennale di episcopato, il vescovo fa una autocritica su come le cose erano state gestite. La piccola comunità presbiterale non sempre era stata coesa e in pieno accordo sulle linee di fondo. Una certa confessata ingenuità nell’affrontare le situazioni aveva prodotto ad un certo punto quasi un avallo di «sistemi di oppressione razziale e tribale»[188]. Questo aveva provocato dei rapporti tesi con il vescovo locale. La situazione ad un certo punto precipitò. Così ne parla Abele Conigli: «gli avvenimenti dello scorso maggio non ancora saputi, l’atteggiamento ecclesiastico di fronte ai nostri sacerdoti, la impossibilità di condurre avanti qualsiasi tipo di discorso per la elevazione di quella povera gente, decisioni gravi che ci coinvolgevano come comunità teramana, prese in Burundi senza un previo accordo col vescovo di Teramo. Ci hanno costretto a dire: basta!»[189]. La situazione nel paese, del resto, si fece incandescente, tanto che fu proposto il ritiro integrale di tutti i missionari cattolici[190]. Dopo qualche tempo, tuttavia, ritroviamo ancora a Ryarusera don Giuseppe De Dominicis[191]. La missione era ripartita[192]. Nonostante qualche ombra, si deve dire che, in generale, questa iniziativa ha contribuito alla crescita della coscienza missionaria, costituendo negli anni un impegno concreto nel quale molti si sono coinvolti, anche con la partecipazione a campi di lavoro in loco. La presenza delle iniziative a favore del Burundi continuamente richiamate sul settimanale «L’Araldo abruzzese»[193] di questi anni lo conferma appieno.

            La Caritas avviò i suoi lavori nell’anno pastorale 1974/75, con la nomina a suo direttore di don Ivo Di Ottavio. Interventi precedenti, come per esempio la raccolta di fondi nel 1968[194], per i terremotati della Sicilia, erano state iniziative estemporanee e non sistematiche. Il primo impegno del neodirettore fu quello di mettersi in contatto con il presidente della Caritas italiana don Giovanni Nervo per chiedere indicazioni pratiche. Intanto anche nelle altre diocesi della regione ecclesiastica nascevano man mano le Caritas diocesane, mentre la Conferenza episcopale abruzzese-molisana proponeva come delegato regionale l’allora direttore della Caritas di Pescara don Antonio Valentini, che provvedeva ad organizzare alcuni incontri a livello regionale. All’inizio il lavoro della Caritas diocesana consistette nell’inviare lettere circolari ai parroci della diocesi per invitarli a istituire le Caritas parrocchiali, a celebrare l’avvento di fraternità e la quaresima di carità, utilizzandone i sussidi, e a coordinare la raccolta di offerte in aiuto alle popolazioni colpite da disastri di origini naturali o belliche, sia in Italia che all’estero. Un altro impegno costante, mantenuto fin dai primi anni dal direttore e dai collaboratori, è stato quello di partecipare ai convegni delle Caritas diocesane, organizzati annualmente dalla Caritas nazionale. Nei primi anni la Caritas diocesana non ebbe una sede propria, dato che fu l’ultimo organismo pastorale ad essere istituito. Usufruiva dell’ospitalità dell’Ufficio missionario, con il quale ha sempre mantenuto rapporti di stretta collaborazione, pur nei distinti ruoli e impegni pratici. Da allora in poi la Caritas è molto cresciuta, diventando un luogo di emersione e di coscienza dei problemi connessi con la vita delle fasce più povere della società.

 

            Il sociale: lavoro, politica, cultura – La pastorale del lavoro, in generale, era allora demandata alle Acli, diretta espressione della Chiesa italiana. Padre Abele fin da subito fu vicino alle Acli, e partecipò all’incontro di studio a carattere provinciale, che si tenne a Civitella del Tronto il 5 marzo 1968[195] con tutti i sacerdoti assistenti delle Acli, circa quaranta. Le Acli della provincia di Teramo furono commissariate per un paio di anni in questo tempo, ma questa situazione non inficiò affatto la loro attività, che anzi, si aprì al territorio. Annota Giovanni Saverioni che «da qualche mese le Acli di Teramo stanno uscendo dal piccolo cerchio degli iscritti e dei circoli»[196], con una vivacità di iniziative varie, come la mensa per gli operai, la scuola sociale, le giornate dell’apprendistato, ecc. Anima del movimento di questi anni è Domenico D’Antonio, vice commissario provinciale. Fu affiancato da don Edgardo Rossi, quale assistente. Da parte sua Abele Conigli aveva un motivo in più per occuparsi delle Acli poiché ricopriva la carica di vescovo delegato della Conferenza episcopale regionale per la pastorale del lavoro.

            Bisogna dire che in Italia, e non solo, il mondo del lavoro era particolarmente in fermento. Era il Sessantotto. Gli echi di questa effervescenza giungevano anche in diocesi[197]. In un articolo di Giovanni Verna si riporta l’incontro avuto presso il circolo Acli di Atri, nel quale era stato presentato, alla presenza di Padre Abele, il documento dei vescovi italiani I cristiani e la vita pubblica[198]. In questa circostanza venne in chiaro che l’unità politica dei cattolici attorno alla Democrazia Cristiana non era un fatto evidente: «l’unità è un fatto esclusivamente contingente, che non è la cosa migliore, ma l’episcopato ha ritenuto pericolosa la mancanza di questa unità in relazione agli avvenimenti e ai mutamenti politici che si svolgono sulla scena nazionale»[199]. Si aggiunga che in quegli anni andavano sorgendo in Italia quelli che vennero chiamati ‘gruppi spontanei’[200], ovvero gruppi di laici che sottolineavano la propria autonomia, specie in politica, ponendosi spesso in dialettica con l’episcopato italiano. Questi gruppi – se ne contavano tra i mille e i duemila in Italia – si vivono adulti e si occupano prevalentemente di questioni sociali, allora fortemente sentite. Nel dicembre del 1968 Livio Labor, presidente nazionale delle Acli, fu ospite a Teramo[201] e insieme a padre Abele presentò nell’aula consiliare del Comune di Teramo un documento dei vescovi abruzzesi sul lavoro. Il titolo dell’articolo de «L’araldo abruzzese» che lo riporta suona chiaramente: A servizio dei lavoratori e non al servizio di un partito[202].

            In questo clima, a seguito dello storico congresso di Torino del giugno 1969, si compirà la cosiddetta ‘svolta socialista’ delle Acli[203]. Sotto la presidenza di Livio Labor le Acli si esprimono, infatti, in maniera decisa per la fine del collateralismo con la Democrazia Cristiana e fanno passare il principio che il voto degli aclisti deve essere libero. Tale principio fu ribadito anche a livello provinciale teramano, nel Documento delle Acli teramane sul ruolo del movimento negli anni ‘70[204]. Le Acli teramane erano intanto uscite dal periodo di commissariamento, durato circa due anni, ed avevano eletto il nuovo Consiglio provinciale, con a capo Domenico D’Antonio. Nel congresso elettivo la mozione finale ribadisce le scelte dell’autonomia, del voto libero e della fedeltà alla Chiesa[205]. La scelta delle Acli, che rivendicano una piena autonomia dalla Democrazia Cristiana, prima di allora identificato semplicemente come ‘il partito dei lavoratori cristiani’, crea un vero e proprio terremoto nel mondo cattolico italiano. L’anno successivo il nuovo presidente Emilio Gabaglio, dopo una serie di incontri con i massimi rappresentanti della Conferenza Episcopale Italiana, interrompe i colloqui e lancia la ‘ipotesi socialista’, rifiutando sia il marxismo che la costruzione di una società capitalistica. Inutile dire che il fatto ottenne una grande eco sulla stampa nazionale. I rapporti tra Conferenza Episcopale Italiana e Acli si congelarono nel maggio del 1971, con una dura presa di posizione della prima. In questo clima padre Abele si allinea con le scelte nazionali, non senza una sincera amarezza per quello che rappresentava un vero e proprio strappo. Nella lettera pastorale del 1970, abbondantemente richiamata, viene presa una decisione importante. Così padre Abele si esprime:

 

«considero le Acli attuali un gruppo di cristiani che, nella loro piena responsabilità, agiscono nel campo sociale, nello sforzo di animarlo in conformità all’insegnamento cristiano. Hanno, quindi, un’attività assolutamente autonoma; e le loro decisioni le impegnano come gruppo, senza che l’Autorità Ecclesiastica si senta menomamente impegnata o compromessa. Gli Aclisti, insomma, sono responsabili ‘in proprio’ di tutta l’azione sociale che svolgono a titolo di Movimento. Per questo non hanno più un Assistente, come invece lo hanno altri Movimenti o altre Associazioni, che sono in diretta collaborazione con l’Autorità Ecclesiastica. […] Sono convinto che questa autonomia nelle scelte opinabili del sociale, riconosciuta alle Acli, favorirà il loro progresso e, insieme, la crescita del mondo del lavoro»[206].

 

Insomma le Acli non sono più diretta espressione della Chiesa, anche se l’ispirazione cristiana non venne mai meno. Tuttavia, senza appoggio diretto della Chiesa, le Acli furono ‘sfrattate’ dalle parrocchie, dove generalmente avevano sede i circoli. Il compito dell’azione pastorale diocesana nel mondo del lavoro sarà organizzata diversamente. Concretamente fu delegato come vicario episcopale per il mondo del lavoro don Valentino Riccioni. In un suo articolo di denuncia sul settimanale diocesano, rilevava come Siamo lontani dal mondo del lavoro[207], ove il ‘noi’ indica i cattolici teramani. Nonostante questo intervento, e altri che qui non richiamo, non mi pare che la sua azione sia stata particolarmente incisiva, almeno da quello che è possibile ricostruire. Come pure non mi pare che il Movimento Cristiano Lavoratori, nato come scissione di parte delle Acli, sia stato particolarmente presente nella diocesi. Padre Abele comunque rimase sempre particolarmente sensibile a questi problemi[208]. Di tutta questa situazione padre Abele ne soffrì, ma continuò a rimanere vicino all’associazione, come dimostra la sua partecipazione ai vari congressi provinciali delle Acli di Teramo di quegli anni. Le Acli, del resto, mantennero la propria ispirazione cristiana[209] e rimasero un sicuro punto di riferimento per il territorio, specie a partire dal decentramento, di poco successivo, nei quattro distretti della provincia: Teramo, Giulianova, Atri, Nereto.

            Per quel che attiene al mondo della politica, Abele Conigli cercò di evitare un collateralismo evidente con la Democrazia Cristiana. Delle vicende dell’Azione Cattolica si è detto. Per il resto i rapporti con gli uomini politici di quegli anni sono stati cordiali e amichevoli, pur se Conigli si relazionò a loro in quanto amministratori, cercando di rimanere fuori da problemi partitici. «Ho fatto ricorso a tutti, senza privilegi, quando avevo bisogno e quando si trattava di fare il bene della Diocesi»[210]. La questione della iniziale disgregazione dell’unità partitica dei cattolici era comunque una questione sentita[211].

            La presenza nel mondo culturale viene assicurata in diversi modi. Qualche parola bisogna spenderla a favore della FUCI, la cui presenza nell’università della città, almeno fino al 1976, ebbe una vivacità non marginale. Sotto la regia di Berardo Tassoni, e con la presenza di docenti come don Gabriele Orsini e Tommaso Sorgi, si riusciva ad assicurare un punto di riferimento. Dopo fu il tempo di Comunione e liberazione prevalentemente.

            Oltre a ciò, a fianco a cicli di conferenze pubbliche tenute presso l’aula magna della Camera di Commercio, un ruolo stabile fu svolto dal settimanale diocesano. Certo, con l’avvento dei nuovi media, il giornale, che per tanti anni aveva costituito il luogo di formazione dell’opinione pubblica, vedrà scemare la sua importanza. Negli anni Settanta, tuttavia, i giornali rivestono ancora un ruolo apprezzabile. In ragione di ciò nella lettera pastorale del 1970 si fa cenno anche di cambiamenti in vista per il settimanale diocesano. I problemi sollevati in merito sono diversi. Ma Abele assicura che «tutti questi aspetti e problemi li stiamo studiando da alcuni mesi con un gruppo di persone. Siamo ormai vicini alla conclusione e speriamo di potervi presentare quanto prima un giornale rinnovato, rispondente al desiderio dei più»[212]. In effetti assumerà la direzione l’atriano Giovanni Verna (1937-2011), storico giornalista di Rai Tre Abruzzo, il quale darà un impianto nuovo e più moderno al giornale. La nomina suscitò scalpore in tutta Italia, perché era la prima volta che un laico assumeva la direzione di un settimanale cattolico. Fu un atto coraggioso che poi aprì in Italia le porte delle direzioni dei settimanali diocesani a tanti laici[213]. Nonostante questo, però, si deve ammettere che, sia per un mutato clima culturale, sia per l’impostazione editoriale del giornale, la tiratura del settimanale scese intorno alle mille copie. Ma restò comunque un punto di riferimento importante per il territorio.

            Nel senso della promozione della cultura cattolica si muove anche la Pia Associazione Laicale «Centro Giovanni XXIII», la quale viene eretta in persona morale con decreto del 20 aprile 1968. L’art. 2 dello Statuto recita che «scopo dell’Associazione è la collaborazione all’attività culturale e catechistica dei sacerdoti per la diffusione della dottrina cristiana in qualsiasi ambiente della società»[214]. Essa raccoglie l’eredità della Opera della Regalità che un paio di anni prima aveva aperto a Teramo la ‘libreria cattolica’, situata in Largo Proconsole[215] e poi trasferita in via della Verdura, sotto l’episcopio. Da allora la libreria cattolica della città di Teramo, espressione visibile della associazione, resterà un punto di riferimento importante per tutta la diocesi.

 

            Ospedali e sanità in genere - Per l’assistenza spirituale ospedaliera si deve riscontrare una costante fatica nelle relazioni con le autorità preposte. In quel periodo era in piedi la questione dell’inquadramento dei cappellani all’interno del personale ospedaliero, ma vuoi per un motivo, vuoi per un altro, la cosa si trascinò. La penuria del clero fece il resto, poiché da una presenza piuttosto numerosa si passò ad un solo cappellano per ciascuno dei quattro ospedali statali della provincia.

            Restava un fiore all’occhiello della diocesi la Piccola Opera Caritas, di Giulianova, iniziata da padre Serafino Colangeli (1923-2009), francescano cappuccino, divenuta fondazione diocesana. Quando si profilò la necessità di un riconoscimento giuridico del­l’iniziativa, in conformità alla tradizione dell’Ordine, si preferì orien­tarsi verso una Fondazione di religione autonoma, che ebbe il suo atto istitutivo dall’Ordinario di Teramo il 2 gennaio 1963 e fu poi riconosciuta a tutti gli effetti civili con Decreto del Presidente della Repubblica il 2 settembre 1963. A partire dal 1962, l’Opera si dedicò in modo specifico al recupero di soggetti con difficoltà varie - psichico-sociali - e nel 1973 stipulava due Convenzioni con il Ministero della Sanità, in conformità alla legge 118 del 30 marzo 1971; una per la cede centrale di Giulianova e l’altra per la sede filiale dell’Aquila. L’Istituto di Giulianova acquistò un carattere sempre più aperto al territorio, sino a concretizzare con le varie attività per i trattamenti di riabilitazione, un centro di incontro e di cultura per i numerosi ragazzi della provincia di Teramo. Dalla sede centrale di Giulianova l’opera si è estesa dando inizio a un nuovo esperimento di recupero con la costituzione di piccoli gruppi di ragazzi, ospitati in appartamenti entro la città. Gradualmente si andò sempre più avanti con questa iniziativa, creando così le «Case Famiglie» in tutte le quattro province dell’Abruzzo.

            Anche se di qualche anno posteriore al periodo entro il quale abbiamo ristretto la nostra analisi, vale la pena di ricordare che sotto l’episcopato di padre Abele nasce la Fondazione Diocesana di Religione “Istituto Maria Regina”, la quale è istituita canonicamente dal Vescovo di Teramo con decreto del 1982 ed è riconosciuta civilmente con D.P.R. n. 39 del 19.01.1985. Il vescovo nomina i membri del consiglio di amministrazione, laici e/o religiosi che siano. La “Fondazione Maria Regina” ha come finalità la tutela della vita umana e dell’istituto della famiglia, con particolare attenzione al mondo dell’infanzia e della gioventù emarginata, ispirandosi ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa. Due sono i principali settori di attività: l’assistenza alle persone in difficoltà, a cominciare dai bambini, e la formazione di operatori laici e religiosi. Da essa nascerà, ma siamo già nel 1988, la Comunità educativa “Casa Madre Ester”, grazie all’impegno di don Silvio De Annuntiis (1927-2009), e di alcune suore diocesane che nella casa parrocchiale di Scerne di Pineto, in provincia di Teramo, avevano iniziato ad accogliere ragazze madri in difficoltà ed i loro bambini. In tutti questi anni la Casa Madre Ester ha accolto centinaia di bambini e decine di mamme, ha avviato un importante lavoro di prevenzione e formazione degli operatori, divenendo un modello per la tutela e la cura del bambino a disagio, in stretta collaborazione con il Tribunale dei minori dell’Aquila. Nei suoi locali vengono ospitati minori, ai quali viene offerta la possibilità di alleviare e superare la sofferenza dovuta al maltrattamento, in un ambiente familiare e confortevole. I bambini ed i ragazzi svolgono attività varie, finalizzate al recupero e reinserimento nella famiglia d’origine o in famiglie adottive.

 

            La questione del clero diocesano – Su questo punto, mi pare che le vicende più significative, e anche più dolorose, riguardino dall’un lato la chiusura del seminario minore nel 1970, contestuale ad un crollo verticale delle vocazioni, e dall’altro l’annoso problema della perequazione economica del clero diocesano.

            Riguardo al primo punto, se si legge il Piano di azione per le vocazioni nelle Diocesi di Teramo e Atri presentato dal responsabile per le vocazioni don Gabriele Orsini nel 1979, vi si trova una precisa cronistoria di ciò che accadde nei dodici anni precedenti[216]. Senza riportare nel dettaglio date e decisioni, basti dire l’esito di questo cammino, che si trovò a vivere il suo momento più difficile tra gli anni 1969 e 1971. Padre Abele, in un comunicato del 1° novembre 1971 usa toni pressoché disperati: il seminario «è un problema grave, sempre più grave. Ce ne accorgeremo meglio fra qualche anno. I nostri Seminaristi del Seminario Regionale di Chieti sono molto diminuiti di numero. Il Collegio di orientamento di Giulianova è quasi dimezzato»[217]. Con la fine dell’anno scolastico 1969/70 il seminario di Teramo fu definitivamente chiuso e nell’anno scolastico successivo gli alunni di tutte e tre le classi della media vennero sistemati a Giulianova, in quella che ora è la casa diocesana Maria Immacolata, e che allora rappresentava il collegio di orientamento vocazionale. Puntando ad un rinnovamento della formazione seminaristica minore, il collegio si caratterizzava per uno stile più aperto: gli alunni avevano frequenti contatti con le famiglie di provenienza, per esempio, e venivano anche seguiti da una psicologa. Gli alunni del ginnasio venivano invitati invece a continuare gli studi nel Seminario regionale di Chieti. Questo rappresentò praticamente la fine del seminario, perché gli alunni del ginnasio di quegli anni si persero per strada e solo qualcuno giunse al liceo, mentre nessuno entrò in teologia. Il numero degli alunni del collegio di orientamento di Giulianova si andò progressivamente riducendo e mai nessuno proseguì gli studi al Seminario regionale. Nel 1979 c’erano solo tre alunni in teologia, i quali non provenivano dal seminario minore. «Volendo tentare di interpretare le vicende del Seminario di Teramo in questi ultimi dieci anni in relazione alle scelte pastorali specifiche portate avanti dal Vescovo sin dall’ottobre del 1967 […] e soprattutto dall’ottobre del 1968 con la separazione della media dal ginnasio, si deve riconoscere che in linea progettuale la decisione pastorale del Vescovo fu pedagogicamente e conciliarmente illuminata, mentre in linea di fatto la nuova esperienza non diede frutti»[218]. Di questo fallimento Abele Conigli era dolorosamente consapevole. Probabilmente in questo caso, più che in altri, la voglia di bruciare le tappe lo spinse ad iniziative che, pur rispettate dal clero, non furono né condivise né fatte proprie. Le varie fasi che portarono alla chiusura del seminario di Teramo causarono piuttosto disorientamento e confusione nel clero, che fu spinto ad un certo immobilismo, anche per il clima di contestazione giovanile che c’era. Infine si deve riconoscere che l’esperienza di Giulianova, staccata da un contesto ecclesiale e non recepita dalla diocesi come una comunità seriamente vocazionale, degradò via via ad una specie di servizio sociale per figli di famiglie disagiate.

            In risposta a questa situazione il 7 novembre 1974 fu costituito il Centro diocesano vocazioni, il quale, all’inizio del suo mandato[219], sotto la responsabilità di don Gabriele Orsini, si preoccupò di capire la situazione e di proporre soluzioni alternative. Ampliando il discorso vocazionale non solo alle vocazioni sacerdotali, ma ad ogni stato di vita, si propose innanzitutto un’azione di animazione vocazionale più incisiva e capillare nelle parrocchie, ma anche di curare in modo particolare una piccola comunità vocazionale emblematica, che non fosse staccata dal contesto ecclesiale più vasto, per tutti quei ragazzi che pur avendo il germe della vocazione sacerdotale, non avevano un adeguato clima ecclesiale né nella propria famiglia né nella parrocchia. Nella relazione si pone particolare attenzione ai movimenti ecclesiali, che, in quegli anni di crisi, rappresentarono la fonte di reclutamento più importante. Il Centro diocesano vocazioni ha continuato poi nel tempo la sua opera, come istituzione pastorale stabile della diocesi.

            Le questioni aperte sul fronte del clero diocesano erano diverse. Nella lettera pastorale del 1970 Abele Conigli così di esprime: «dobbiamo anzitutto ammettere che il problema del Clero è, sotto molti aspetti, il problema più grave della diocesi»[220]. Il problema riguarda, ad avviso del vescovo, innanzitutto la mentalità, troppo legata ad una educazione seminaristica non sufficientemente moderna. Per questo raccomanda, sul piano individuale, un aggiornamento con letture personali, partecipazione a convegni, coltivazione di amicizie con quanti possono arricchirli sul piano culturale. Li invita anche a formare piccoli cenacoli per studiare e discutere insieme, frequentare scuole qualificanti, e così via. In questa ottica si muove la promozione di una serie di gruppi di studio per un approfondimento della Lumen gentium[221]. A livello diocesano promuove, nell’ambito degli incontri mensili del clero, conferenze di aggiornamento anche con nomi che allora erano considerati perlomeno problematici, come il biblista Ortensio da Spinetoli o il moralista Ambrogio Valsecchi (1930-1983)[222]. Questo creò qualche disagio nel clero diocesano, abituato ad uno stile decisamente meno di avanguardia. A fianco a questi nomi, ce ne furono anche altri, come il biblista Giuseppe Barbaglio, che guidò alcune giornate bibliche di aggiornamento per il clero teramano a Giulianova dal 22 al 28 settembre 1968[223]; il catecheta Luigi Pignatiello (1925-1998), direttore dell’ufficio catechistico di Napoli che affrontò le questioni inerenti la nuova catechesi[224]; padre Secondo Mazzarello, segretario del Centro di Azione liturgica che dal 27 al 29 ottobre 1969 condusse alcune giornate di studio per i sacerdoti sul nuovo rito della messa[225]; don Luca Brandolini, del Consiglio Nazionale per la liturgia, che fu chiamato per illustrare il nuovo rito della penitenza[226]; don Gaetano Gatti e don Modesto Verciano, salesiani, ancora per l’aggiornamento del clero sulla catechesi[227]; Mons. Luigi Sartori, perito della CEI nelle ultime due sessioni del Concilio, fondatore e presidente dell’ATI (Associazione Teologica Italiana)[228]; don Claudio Bucciarelli, che affrontò le questioni relative ai giovani e la fede[229]; Mons. Loris Capovilla[230]; e altri ancora. Il risultato di questo insistente aggiornamento fu sicuramente qualche corto circuito intellettuale che, lì dove non provocò un rifiuto difensivo, mise in moto la mente e il cuore.

            L’altra questione aperta era la quella della perequazione economica del clero diocesano. Si soffriva di una ingiustizia distributiva evidente. Alcuni sacerdoti erano in condizioni realmente pietose. Le casse diocesane languivano, a motivo dei continui interventi in materia di edilizia ecclesiastica[231], e si ambivano posti di insegnamento della religione nelle scuole anche a motivo degli emolumenti che comportavano. La questione, si deve riconoscere, non era soltanto locale, e solo con il nuovo concordato e l’introduzione del sistema nazionale di sostentamento del clero e l’erezione degli Istituti per il Sostentamento del Clero, si ebbe una svolta decisiva.

            Qui vale la pena ricordare la prima visita pastorale di padre Abele, che cominciò nella città di Teramo nella prima metà del 1973[232] e concluse nella prima metà del 1976[233], poiché fu in questa circostanza che ebbe modo di conoscere più da vicino il suo clero, stemperando incomprensioni e malumori. Come disse annunciandola: «visita pastorale: non un’ispezione, ma un incontro con persone e problemi»[234] Egli si fermava con il parroco per qualche giorno, condividendone la vita nella e con la comunità. Il carattere ispettivo delle visite pastorali era completamente lasciato da parte. Questo fu un momento importante per la vita diocesana, poiché Abele Conigli, con la sua cordiale affabilità, si mostrò lontano da stereotipi episcopali di vecchio stampo. Era diretto e senza fronzoli, mettendo tutti a proprio agio, secondo quello stile familiare che lo aveva contraddistinto. Un allora giovane prete di montagna, don Davide Pagnottella, ora vicario generale della diocesi, in un articolo de «l’Araldo abruzzese» del gennaio del 1973, riferisce dello stile di Abele Conigli e dell’atmosfera che si respirava durante la visita pastorale: contro un’atmosfera paludata che avrebbe impedito di cogliere la realtà parrocchiale

 

«mascherata dalle parate, nascosta dalla falsificazione, protetta dai ‘supercattolici’ [… riscontra che] l’atmosfera in cui si è svolta la visita di Padre Abele è stata molto diversa. Gli incontri, dovunque molto numerosi, sono stati improntati alla più schietta cordialità e sincerità, e l’affiatamento umano e la concordia pastorale che contraddistinguevano il Vescovo ed il Parroco hanno finito, come sempre, per ben impressionare ed orientare le popolazioni. Naturalmente una visita pastorale che dà al Vescovo la possibilità di cogliere gli aspetti più nascosti delle sue parrocchie e di conoscere i lati meno appariscenti ma determinanti delle persone più direttamente interessate alla guida delle stesse, va ritenuta positiva e riuscita. […] Ormai è scontato, vale comunque la pena di ripeterlo: umanamente il nostro Vescovo è quanto di meglio potevamo avere»[235].

 

            I religiosi in diocesi – Padre Abele promosse soprattutto una reciproca conoscenza delle congregazioni, soprattutto per le suore. Animatore del settore fu il vicario episcopale don Domenico Taraschi. Negli anni Settanta sorse in diocesi un movimento spontaneo per l’esigenza di incontrarsi, e creare tra le varie comunità religiose femminili un dialogo ed una possibile comunione. A tal fine si promossero pellegrinaggi comunitari, momenti di preghiera e scambio di esperienze[236]. Questo portò nel 1978 alla costituzione giuridica del Consiglio Diocesano F.I.R., che acquisì indipendenza da Pescara. Da allora, ogni anno, fu programmato un incontro mensile da ottobre a maggio, con la partecipazione frequente di padre Abele, il quale incoraggiava alla preghiera e all’aggiornamento. I religiosi maschili, per il 50% reggevano parrocchie, altri si dedicano ad opere di assistenza ospedaliera e di educazione, e infine i francescani minori del Convento della Madonna delle Grazie a Teramo, i domenicani del Convento di San Domenico a Teramo e i passionisti del Santuario di San Gabriele a Isola del Gran Sasso si dedicano al servizio della propria chiesa, largamente frequentata.

 

 

            2.4. Dal Consiglio pastorale diocesano alle Giornate diocesane del 1977

 

            «È grandemente desiderabile che in ciascuna diocesi si costituisca uno speciale Consiglio pastorale che sia presieduto dal vescovo diocesano e del quale facciano parte sacerdoti, religiosi e laici, scelti con particolare cura. Sarà compito di tale consiglio studiare ed esaminare tutto ciò che si riferisce alle opere di apostolato, per poi proporre pratiche conclusioni»: così si esprime la Christus Dominus, 27. E in effetti, fin dalla comunicazione del 1° novembre 1967[237], Abele Conigli tiene a far sapere che la formazione dell’organismo diocesano è in cantiere. Egli si vuole avvalere della collaborazione di laici esperti per un dialogo senza riserve, come si esprime un articolo del settimanale diocesano[238]. Si riceve notizia della sua costituzione nella prima riunione del nuovo Consiglio presbiterale, il 12 marzo 1968[239]. Esso è formato da otto commissioni di 10 membri ciascuna: apostolato dei laici, catechesi, comunicazioni sociali, lavoro ed emigrazione, liturgia, arte sacra, missioni, scuola. Il suo statuto prevede, all’art. 1, che abbia «il compito di collaborare alla elaborazione ed al coordinamento della pastorale diocesana, tenendo presente che la natura propria di questa è di annunciare e promuovere il messaggio di salvezza attraverso la partecipazione dell’intero popolo di Dio»[240]. Il 28 giugno 1968 esso si riunisce per la prima volta sotto la presidenza del vescovo[241]. Nella riunione ciascun rappresentante delle singole commissioni presenta il proprio programma volto pressoché unanimemente a indagare e conoscere la situazione del suo settore. Di questo iniziale lavoro il vescovo sembra contento, almeno a giudicare dalla comunicazione successiva all’estate, nella quale rileva che alcune delle commissioni hanno svolto un ottimo lavoro durante i mesi estivi. Nella stessa comunicazione, tuttavia, di fronte alla questione vasta e complessa di «un’ordinata ed efficace immissione dei laici in tutto il lavoro diocesano»[242], fa presente qualche difficoltà. Essa si spiega per il fatto che viene proposta quella che allora si chiamava «una pastorale d’insieme. Ciò significa: i problemi pastorali non devono essere studiati solo al vertice e poi imposti alla base: è necessario, invece, che le scelte pastorali nascano dalla base, nello sforzo di fare delle proposte valide per la vita parrocchiale e diocesana; in questo modo si offre la possibilità a tutti di sentirsi e di essere elementi attivi e responsabili della comunità ecclesiale»[243]. Ma di fronte a questo nuovo tipo di lavoro pastorale, Abele Conigli raccoglie il comune sentire del clero che aveva ammesso di non essere preparato. Per questo si propone di dedicare l’anno pastorale 1968/69 a farsi «un’esatta cognizione della situazione religiosa della nostra diocesi»[244], per esempio, anche con indagini sociologiche, come quella sulla partecipazione domenicale alla messa promossa nella città di Teramo[245] e in alcuni comuni del Gran Sasso[246]. L’importanza di questo comunicato è data dal fatto che il vescovo richiede al clero di farlo conoscere a tutti i fedeli nei modi e nelle forme più opportune.

            Nonostante tutta la buona volontà, tuttavia, il Consiglio pastorale diocesano non decolla. Nella lettera pastorale per il 1970 Lavoriamo insieme il vescovo deve ammettere, anche in virtù delle risposte a lui pervenute, che «il Consiglio pastorale, come organo di consultazione e di studio, non ha funzionato»[247] a motivo della sua macchinosità. Si cerca allora di snellire lo stesso organismo proponendo criteri nuovi, che tuttavia sono difficili da individuare, almeno a chi legge oggi. Certo è che il Consiglio pastorale si poneva, per molti aspetti, quasi come un doppione del consiglio episcopale, il quale era a sua volta per molti aspetti sovrapponibile al Consiglio presbiterale. C’è insomma, una inutile moltiplicazione di enti che assolvono, più o meno, alle stesse funzioni. Nelle Linee di lavoro pastorale 1971-72, elaborate dal consiglio episcopale[248], la introduzione del vescovo dichiara ulteriormente che «i laici sono ancora troppo emarginati dalla vita diocesana. Hanno troppo poca responsabilità. Sono degli esecutori più che degli attori»[249]. E rilevando, più in generale, che «il Concilio, col suo discorso di rinnovamento, ci ha invitato non solo a cambiare alcune cose esteriori, ma […] a vedere in una prospettiva nuova tutto il nostro lavoro apostolico»[250], ritiene che il traguardo da raggiungere, per i laici, è quello di impegnarli in un Consiglio pastorale diocesano. I vicari episcopali condividono questa impostazione, sostenendo che «il Consiglio pastorale che cercheremo di costituire dovrà nascere come espressione viva di una partecipazione del laicato alla vita della Chiesa, superando una mentalità clericale che tende ad escludere o a strumentalizzare i laici che sono membri a pieno diritto del popolo di Dio»[251]. In verità, mi pare di constatare che le roboanti dichiarazioni di intenti sembrano piuttosto il contrappunto di una coscienza ecclesiale ancora acerba. Certo, più di qualche laico è già pronto per questo passo, ma il laicato diocesano in quanto tale, lo è? Per quello che si può ricostruire mi pare di dover rispondere di no. Ancora una volta Abele Conigli ha avuto troppa fretta di giungere ai risultati, senza, credo, ascoltare con più attenzione la base. A mio giudizio, solo dopo una visita pastorale ben fatta, che arriverà solo quando tutti gli organismi saranno già costituiti (si svolgerà, come visto dalla prima metà del 1973 alla prima metà del 1976), egli avrebbe potuto avere un quadro della situazione diocesana sufficientemente attendibile. E su questo quadro calibrare l’azione pastorale. Un Concilio non viene recepito da un giorno all’altro. È una vera ingenuità. Certo dettata dallo zelo di chi in prima persona ha vissuto la forza di un evento del genere. Ma resta una ingenuità.

            Dopo il fallimento del primo tentativo il Consiglio pastorale viene aggiornato, con una certa calma[252]. Si arrivò al 1975[253]. Vi entrano a far parte: il Consiglio presbiterale, i rappresentanti nominati dalle foranie e quelli dei movimenti e associazioni ecclesiali presenti in diocesi. Vale la pena elencare questi ultimi, per avere un quadro preciso di ciò che c’era in diocesi a quel momento, il 1975. Essi sono: Azione Cattolica, maestri di Azione Cattolica, UCIIM, L’Araldo Abruzzese, Centro Italiano Femminile, Suore, S. Vincenzo Uomini, Dame di Carità, Focolarini, Corsi di Cristianità, Neo-catecumenato, Comunione e Liberazione, Apostolato della preghiera, Gruppi di P. Pio, Centro Sociale Femminile, Scouts, ACLI. Come si vede compaiono anche elementi che non sono associazioni. Il consiglio sarà articolato su quattro settori: famiglia, scuola, lavoro, vocazioni. La prima riunione è convocata per il 4 febbraio 1975[254]. In essa il vescovo esordisce con una lunga citazione di Lumen Gentium, 26, alla quale si appoggia per comprendere la chiesa locale parrocchiale o diocesana come «tutta la chiesa, sacramento di Cristo, che è presente e vive in queste comunità locali. […] Il Consiglio pastorale si deve sentire una espressione ed un segno di questa chiesa locale»[255]. Ad esso è demandato il compito di individuare e studiare «quali sono i problemi più urgenti»[256] nei quattro settori già richiamati. Nonostante lo sforzo[257], il Consiglio pastorale non decollerà. Nella riunione del 15 novembre 1975 questo è già evidente: quasi il 50% dei convocati non è presente. E il testo del verbale riscontra ancora mere intenzioni che non diventeranno operative.

            Ma qualcosa d’altro stava però muovendosi. In un intervento del 12 ottobre 1975[258] veniamo a sapere che bolle in pentola la prima grande assemblea dei laici che, insieme al clero, affronterà, nell’autunno del 1976 il tema colossale del rapporto tra evangelizzazione e promozione umana. In verità poi, ulteriori approfondimenti raccomandarono di organizzare meglio il tutto, rinviandolo all’aprile del 1978. Per l’intanto si propose, il 27 e 28 dicembre del 1976, una giornata di aggiornamento per clero e laici insieme sul tema del pluralismo[259]. Ma la svolta si ebbe con la proposta successiva, quella delle Giornate diocesane «da vivere non tanto come giornate di studio quanto come giornate di preghiera, di riflessione e di comunione ecclesiale»[260], come si espresse don Gabriele Orsini nella sua comunicazione di apertura dei lavori. Era il dicembre del 1977. Durante queste prime giornate, che avevano a tema «Evangelizzazione e Ministeri»[261], a fianco alla riflessione si accompagnò la preghiera della liturgia delle lodi e della liturgia eucaristica. Quello che mi è sembrato spiccare rispetto al resto sono le relazioni presentate dai diversi gruppi di lavoro, in rappresentanza di cinque diverse zone pastorali che accomunavano due foranie contigue. Non tanto per i contenuti presentati, piuttosto scontati, quanto per il fatto che per la prima volta nella diocesi di Teramo-Atri emergeva una coscienza di appartenenza alla Chiesa diocesana in quanto tale, al di là delle appartenenze al sacerdozio ministeriale o comune, a questa o quella parrocchia, a questa o quella associazione, che si fosse religiosi o meno. Proprio lo stare insieme attorno a Gesù, il Cristo, il lavorare insieme fianco a fianco, per semplice che possa sembrare, aveva creato quel clima di rispetto, di ascolto e di impegno che, per quanto capisco, animò non solo quella assise, ma anche le altre che ne seguirono. Da qui nasceranno i Convegni ecclesiali diocesani, con cadenza pressoché annuale, a partire dai quali si può dire che una coscienza di condivisione di un comune destino e impegno tra il clero e i laici più direttamente coinvolti nella pastorale, è diventato effettivo patrimonio della Chiesa locale di Teramo-Atri. Il diaframma atavico tra chierici e laici, di cui parlava don Corrado De Antoniis, cadeva, e cominciava a prendere forma una appartenenza condivisa ad uno stesso popolo di Dio. Naturalmente questo rappresentava e rappresenta un punto di partenza e non un punto di arrivo.

 

 

            3. Conclusioni

 

            Con le date, come visto, abbiamo attraversato il decennio che va dal 1967 al 1977, affacciandoci sulla soglia degli anni Ottanta. In quegli anni molto doveva cambiare. Le lotte ideologiche tra cattolici e comunisti indebolirono entrambe le ideologie a favore dell’unico vincitore che restò sul campo: il liberismo capitalistico, favorito dall’implosione politica dell’Unione Sovietica. Cominciava l’epoca della globalizzazione e del turbocapitalismo a base finanziaria, grazie alle nuove tecnologie informatiche, che tanto avrebbero cambiato lo stile di vita soprattutto dei più giovani grazie ai social networks. A dare nome e coscienza a questo nuovo tempo, nel 1979 compare il testo di Jean–François Lyotard, La condizione postmoderna[262], che fotografa il nuovo clima che ci siamo trovati a vivere come Occidentali. Il nuovo avversario per la Chiesa non è più l’ateismo comunista, ma un generalizzato indifferentismo nichilista, che sembra rinnegare ogni valore consistente. Siamo negli anni del ‘riflusso’. Il pensiero si fa debole, secondo il titolo di un fortunato volume del filosofo Gianni Vattimo[263], e la società diventa liquida, secondo la felice espressione del sociologo Zygmunt Bauman[264]. Ma negli anni Ottanta, dal lato ecclesiale, arrivano anche il nuovo Codice di Diritto Canonico, il nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica e, per l’Italia, il nuovo Concordato tra Stato italiano e Chiesa cattolica, la nascita degli Istituti di Scienze Religiose, che saranno un luogo di formazione prezioso per il laicato, e degli Istituti per il Sostentamento del Clero. Questi ultimi sgraveranno i presbiteri di un ruolo amministrativo piuttosto odioso, che mal si coniugava con il loro ministero pastorale. E permetteranno di raggiungere, finalmente, una perequazione economica del clero italiano tanto invocata in precedenza. Mi sembra perciò che, anche in ragione di questo spartiacque ulteriore, si possa individuare negli anni che vanno dalla fine del Concilio alla fine degli anni Settanta il periodo di una iniziale ricezione del Concilio Vaticano II da parte della diocesi di Teramo-Atri, con la fatica, le incomprensioni, il dolore, la soddisfazione, la gioia e la riuscita che questo ha comportato.

            Ho parlato di una ricezione iniziale, poiché la integrale ricezione di un Concilio rappresenta qualcosa che non può risolversi in un decennio. Un nuovo stile di essere Chiesa e di esserlo in un mondo in continuo cambiamento reclama un continuo ascolto e un continuo adattamento, per mantenere viva e operosa quella che con una parola sintetica e comprensiva, cara sia al Concilio che all’attuale vescovo Michele Seccia, possiamo chiamare «corresponsabilità»[265].



[1] Cfr. A. Dulles, Modelli di chiesa (1987, 20022), Messaggero, Padova 2005, cap. II.

[2] Senza richiamare tutta la bibliografia possibile, pressoché sterminata, può essere utile fare riferimento a un paio di ottime opere recenti: C. Militello, La Chiesa ‘il corpo crismato’. Trattato di ecclesiologia (Corso di teologia sistematica, 7) Dehoniane, Bologna 2003, con ricchissima bibliografia, nonché l’aggiornatissimo G. Calabrese – Ph. Goyret – O. F. Piazza (a cura di), Dizionario di ecclesiologia, Città Nuova, Roma 2010.

[3] Tra la valanga di pubblicazioni recenti sul Concilio, richiamo almeno i seguenti titoli disponibili in lingua italiana: G. Alberigo (dir.), Storia del concilio Vaticano II, ed. it. a cura di A. Melloni, 5 voll., Il Mulino, Bologna 1995-2001; O. H. Pesch, Il concilio Vaticano II. Preistoria, svolgimento, risultati, storia, post-conciliare, Queriniana, Brescia 2005; G. Routhier, Il Concilio Vaticano II. Ricezione ed ermeneutica, Vita & Pensiero, Milano 2007; G. Alberico, Breve storia del Concilio Vaticano II (1959-1965), il Mulino, Bologna 2012; Ph. Cheneaux, Il Concilio Vaticano II, Carocci, Roma 2012; G. Cardaropoli, Il Concilio Vaticano II. L’evento, i documenti, le interpretazioni, Dehoniane, Bologna 2012;  A. Valerio, Madri del Concilio. Ventitré donne al Vaticano II, Carocci, Roma 2012.

[4] Uso volutamente l’aggettivo «locale» al posto di «particolare» per ragioni ecclesiologiche sulle quali, come detto, non intendo fermarmi. Rimando pertanto a: G. Silvestri, La Chiesa locale ‘soggetto culturale’ (Biblioteca di Ricerche Teologiche, 9), Dehoniane, Roma 1998; C. Caltagirone, Lo Spazio-Tempo della Chiesa. Per una ecclesiologia in prospettiva locale, Solidarietà, Caltanissetta 2001; I luoghi della Chiesa. Per una storia della teologia della Chiesa locale (Facoltà teologica di Sicilia – Studi, 8), Salvatore Sciascia, Caltanissetta, 2003; Essere Chiesa oggi. Itinerari di coscienza ecclesiale, Genius loci, Ragusa 2008.

[5] Cfr. A. Cioffi, La storia (vita) della Chiesa locale come luogo teologico, in A. Barruffo (a cura di), Sui problemi del metodo in ecclesiologia. In dialogo con Severino Dianich, San Paolo, Cinisello Balsamo 2003, pp. 227-244.

[6] A. D’Angelo, La diocesi di Teramo. Percorsi di adeguamento della struttura ecclesiastica alla modernità, in Monografia della provincia di Teramo. Il XX secolo, 2 voll., Edigrafital, Teramo 1999, vol. II, pp. 605-638, p. 630.

[7] Il servo di Dio Stanislao Battistelli, al secolo Amilcare, nacque a Fano nelle Marche il 28 settembre 1885. Ordinato sacerdote il 19 settembre 1908, fu eletto Vescovo di Soana-Pitigliano (oggi Pitigliano-Sovana-Orbetello) in Toscana, il 24 giugno 1932. Consacrato a S. Gabriele dell’Addolorata di Teramo il 21 agosto 1932, fu trasferito alle sedi di Teramo e Atri (unite aeque principaliter dal 1° luglio 1942)  il 14 febbraio 1952. Fu titolare fino alla venuta di Mons. Abele Conigli, trasferito a Teramo e Atri dalla Diocesi di Sansepolcro (Ar), il 16 febbraio 1967. L’ingresso nella Diocesi avvenne il 2 aprile 1967. Mons. Battistelli morì il 20 febbraio 1981 a San Gabriele, dove si era ritirato.

[8] Cfr. Bollettino Diocesano Aprutino (d’ora in poi abbreviato: BDA), LIII (1962) 4, pp. 105-106. Per i documenti conciliari adotterò le abbreviazioni ordinariamente in uso.

[9] BDA, LIV (1963) 4, p.103.

[10] Si veda anche il settimanale diocesano «L’araldo abruzzese» (d’ora in poi abbreviato: AA) del 16.02.1964.

[11] BDA, LV (1964) 1, p. 6.

[12] BDA LVI (1965) 4, p. 100.

[13] A. Parisi, Dall’episcopato pre-unitario all’episcopato post-conciliare, in Studi in onore di Pietro Agostino D’Avak, III, Milano 1976, pp. 451-196; Vescovi ed episcopato. Dinamica istituzionale e caratteri strutturali dell’espiscopato italiano (da Pio IX a Paolo VI), Padova 1979, cit. in A. D’Angelo, La diocesi di Teramo, op. cit., p. 610.

[14] A. D’Angelo, La diocesi di Teramo, op. cit., p. 619.

[15] A. D’Angelo, La diocesi di Teramo, op. cit., p. 620.

[16] Più in generale sull’esperienza del settimanale diocesano, si veda A. Marino, ‘L’Araldo Abruzzese’ tra politica e informazione, in C. Felice e L. Ponziani (a cura di), Intellettuali e società in Abruzzo tra le due guerre, Bulzoni, Roma 1989, pp. 409-420.

[17] A. D’Angelo, La diocesi di Teramo, op. cit., p. 621.

[18] A. D’Angelo, La diocesi di Teramo, op. cit., p. 626-627.

[19] Cfr. P. Luigi Alunno c. p., Il servo di Dio Stanislao Amilcare Battistelli. Vescovo Passionista. Biografia cronologica (1995-1981), Editoriale Eco, San Gabriele 1998, pp. 305-306.

[20] A. D’Angelo, La diocesi di Teramo, op. cit., p. 627.

[21] S. A. Battistelli, Anno diocesano per le vocazioni, Teramo 1963.

[22] Il Concilio raccoglie, tra le altre, alcune istanze teologiche ed ecclesiologiche che si erano andate affermando. Afferma Cettina Militello che per la teologia «il nodo è, sotto un certo profilo, quello ‘apologetico’, perché è su questo fronte che la ragionevolezza della fede intende autorevolmente fondarsi in contrapposizione dichiarata alla pretesa autonomia critica della modernità. Proprio l’insoddisfacente e costante riproporsi della divaricazione / contrapposizione fede-ragione, fede-scienza, impone l’acquisizione di spazi e di percorsi altri. Così la novità feconda che precede e avvia il Vaticano II – forse al di là di una esplicita dichiarazione d’intenti – è il fenomeno del ‘ritorno alle fonti’ che, dal di dentro rivitalizza la teologia cattolica, le offre ambiti di dialogia interconfessionale e interculturale, ma soprattutto restituisce alla comunità ecclesiale, al di là della stereotipia infeconda di formule sempre più povere, la memoria dei suoi stessi ‘luoghi teologici’ nella loro valenza originaria e originante. […] La teologia kerygmatica e la nouvelle théologie convergono, attraverso i loro protagonisti nel preparare e avviare quella lenta e non indolore trasformazione che darà i suoi frutti al Vaticano II», Storia della teologia, 3 voll., Dehoniane, Bologna 1996, vol. III: R. Fisichella (a cura di), Da Vitus Pichler a Henri de Lubac, cap. 19: C. Militello, La riscoperta della teologia, pp. 600-601.

[23] BDA LV (1964) 1, pp. 12-13.

[24] BDA LV (1964) 1, p. 9.

[25] BDA LV (1964) 1, p. 9.

[26] BDA LV (1964) 1, p. 10.

[27] Non si potrebbe comprendere «l’accesso alla categoria biblica di ‘popolo di Dio’, senza recepire la presa di coscienza dei laici credenti, le molteplici forma del loro apostolato, il loro uscire dall’invisibilità e da condizione di minorità, nello sfondo, ovviamente di una diffusa democratizzazione della vita pubblica», C. Militello, La riscoperta della teologia, op. cit., p. 603.

[28] Emblematica può essere, in tal senso, la Lettera circolare a tutti i Vescovi del Consilium ad exsequendam constitutionem de Sacra Liturgia, del 30 giugno 1965, pubblicata su BDA LVI (1965) 3, pp. 88-96, a firma del Card. Giacomo Lercaro.

[29] Il documento, senza data, ha la forma e il tenore di una lettera circolare. Cfr. BDA LVI (1965) 6, pp. 158-162.

[30] BDA LV (1964) 1, p. 16.

[31] BDA LV (1964) 1, p. 17.

[32] BDA LVI (1965) 6, p. 162.

[33] BDA LVI (1965) 6, p. 161.

[34] BDA LV (1964) 1, p. 18.

[35] BDA LV (1964) 1, p. 14.

[36] BDA LV (1964) 1, p. 14.

[37] Il Vescovo fa riferimento alle trasmissioni televisive del pellegrinaggio di Paolo VI in Terra Santa.

[38] BDA LV (1964) 1, p. 15.

[39] BDA LV (1964) 1, p. 16.

[40] Rispetto alla questione ecumenica la sensibilità di Battistelli non si era ancora registrata sulle nuove indicazioni del pontificato di papa Roncalli. Nella lettera pastorale del 1960 Per l’anno giubilare eucaristico, celebrativa del 25 anni dal Congresso eucaristico nazionale, svoltosi a Teramo nel 1935 con grande successo, Battistelli così si esprime a proposito della «propaganda delle varie sette protestanti» che vedeva insediarsi una comunità riformata, viva ancora oggi, proprio ad Isola del Gran Sasso, il comune sul cui territorio insiste il santuario di San Gabriele: «dopo la guerra, certo approfittando di circostanze favorevoli e delle condizioni depresse di alcuni strati della popolazione; forti di appoggi e finanziamenti venuti da oltre i confini, ha sferrato più irruente e organizzato attacco, per inoculare i suoi innumerabili errori tra la povera gente, a base di stampe, di bibbie e vangeli adulterati, di riunioni rese attraenti da canti e proiezioni e di abbondanti doni in pacchi di vestiari e alimenti, o di larghi soccorsi in danaro. Ci amareggia l’animo dover rilevare che da qualche tempo l’attività dei protestanti ha preso maggiore sviluppo in alcune zone della nostra diocesi, particolarmente attorno alle pendici del Gran Sasso. Per quanto si possa dire che la rispondenza del popolo alle insistenze dei predicatori di errori, non sia quale potrebbe attendersi il loro instancabile lavoro, è vero però che riescono a mettere negli animi il dubbio, che domani porterà fatalmente alla negazione delle più importanti verità insegnate dalla Chiesa Cattolica», BDA LI (1960) 1, pp. 1-16, p. 6.

[41] BDA LVI (1965) 1, p. 4.

[42] BDA LVI (1965) 1, p. 5. Il corsivo è mio.

[43] BDA LVI (1965) 1, p. 5.

[44] Si dice più avanti: «Dopo il sacro ministero sacerdotale, nessuna attività è tanto efficace per l’affermazione del Regno di Dio nella società, quanto il lavoro apostolico dei genitori che sanno apprezzare e compiere la loro alta missione», BDA LVI (1965) 1, p. 11. Il corsivo è mio. Il Vescovo sta parlando dell’apostolato dei laici nell’ambiente della famiglia.

[45] BDA LVI (1965) 1, p. 5.

[46] BDA LVI (1965) 1, p. 5.

[47] BDA LVI (1965) 1, p. 7.

[48] Cfr. F. Roggero, …ora più che ognuno riclama libertà. Stato e Chiesa in Abruzzo durante la rivoluzione unitaria, a cura della Soprintendenza archivistica per l’Abruzzo, Tinari, Villamagna (Ch), 2011.

[49] Don Corrado De Antoniis, Diario di un parroco, con Introduzione e annotazioni al Diario del Prof. Giovanni Di Giannatale, Interamnia, Teramo 2010, p. 60.

[50] BDA LVI (1965) 1, p. 9. Il corsivo è mio.

[51] BDA LVI (1965) 1, p. 10. Il corsivo è mio.

[52] BDA LVI (1965) 1, p. 13.

[53] Cfr. «Questa è l’ora dei laici». Così ha detto il Papa, AA 08.09.1963.

[54] Don Corrado De Antoniis, Diario di un parroco, op. cit., pp. 65-66. Un funzionario attento e diligente don Corrado lo vede in don Francesco De Dominicis (1876-1946), «sacerdote zelante, costante e puntuale nello sviluppo del ministero, Esigente e intransigente nel far osservare la morale e nell’istruzione catechistica. Viene ricordato spesso per le sue punizioni fisiche – faceva uso del vincastro del pastore – più temuto e meno amato come appare da impressioni esteriori. Ha scrupolosamente curato la redazione dei registri parrocchiali, la schedatura delle opere d’arte e del patrimonio della parrocchia [di San Nicola in Tortoreto]. Un funzionario attento e diligente», p. 69. Al diario di questo sacerdote, riservato e profondo, farò riferimento come  documento storico esemplare di quegli anni, soprattutto per la precisione dei resoconti e l’equilibrio sobrio delle valutazioni di circostanze e persone.

[55] Pubblicata anche sul settimanale diocesano: Lettera per la quaresima del 1966, AA 27.02.1966.

[56] BDA LVII (1966) 1, p. 16.

[57] BDA LVII (1966) 1, p. 16.

[58] BDA LVII (1966) 1, p. 17.

[59] BDA LVII (1966) 1, p. 21.

[60] BDA LVII (1966) 1, p. 20.

[61] Cfr. l’articolo In quindici anni di episcopato ha dato un volto nuovo alla Diocesi, AA 05.03.1967. Si tratta dell’articolo di commiato al vescovo Stanislao Battistelli ove si ripercorrono alcuni dei momenti più significativi della sua opera in diocesi. E bisogna dire che, anche facendo la tara che va fatta ad ogni articolo celebrativo, le opere elencate sono significative. Ne richiamo qualcuna: l’istituzione dell’adorazione perpetua a Teramo, il congresso mariano nel 1954, due congressi eucaristici diocesani nel 20° e nel 25° anniversario del congresso eucaristico nazionale, svoltosi a Teramo nel 1935, il congresso catechistico del 1956, in occasione del quale fu riformata dalle fondamenta la catechesi con l’istituzione delle scuole catechistiche, il sinodo interdiocesano del 1955,  tre missioni cittadine a Teramo nel 1953, nel 1959 e nel 1966, la settimana liturgica del 1957 poi ripetuta anche a livello parrocchiale per rilanciare la liturgia, la settimana del vangelo del 1961, tenuta da esperti paolini, i festeggiamenti per San Gabriele dell’Addolorata, eletto patrono della diocesi, la cura dell’Azione Cattolica, i convegni operai, i tremi degli ammalati, i convegni giovanili, l’acquisto e l’erezione della Casa diocesana Villa Immacolata, che diventerà prima il seminario estivo e poi una casa di ritiro per la diocesi tutta, la cura dell’edilizia di culto e, in particolare, della cattedrale di Teramo.

[62] BDA LIV (1963) 3, pp. 79 segg.

[63] Una dettagliata analisi dell’intenso lavoro catechistico di quegli anni viene presentata da Sandra De Colli, collaboratrice dell’attuale Ufficio catechistico diocesano, in uno studio manoscritto non ancora pubblicato, dal titolo L’organizzazione catechistica negli anni 1955-1968 delle Diocesi di Teramo e Atri.

[64] Il 4 gennaio don Enrico partirà per il Brasile, AA 03.01.1965.

[65] Don Annibale Ferrari parte missionario per l’Africa, AA 04.09.1966.

[66] Un altro giovane teramano parte missionario per il Brasile, AA 22.10.1967.

[67] Per la storia dell’Azione Cattolica di Teramo nella prima metà del Novecento, cfr. A. Aiardi, L’azione cattolica a Teramo: tra ventennio e ritorno alla democrazia: 1919-1953, Galaad, Giulianova 2011.

[68] La Messa in italiano fa un po’ sudare freddo, AA 31.01.1965.

[69] Don Corrado De Antoniis, Diario di un parroco, op. cit., p. 68.

[70] Don Corrado De Antoniis, Diario di un parroco, op. cit., p. 69. Il corsivo è mio.

[71] Don Corrado De Antoniis, Diario di un parroco, op. cit., p. 71-72.

[72] BDA LVIII (1967) 1-3, p. 28.

[73] A. Aiardi, Le prospettive aperte dal Concilio Ecumenico, AA 12.06.1966. Il responsabile dell’Azione cattolica diocesana firma un articolo in cui riprende alcuni temi della conferenza tenuta da padre Ernesto Balducci (1922-1992) qualche giorno prima, in cui lo  stesso aveva messo in guardia dai pericoli di intemperanza e di inerzia nell’attuazione del Concilio.

[74] Due interessanti giornate di studio per il Clero a Giulianova, AA 09.01.1966. Si fa riferimento a due giornate di formazione per il clero diocesano proposte dal vescovo Battistelli sotto la guida di don Rodolfo Reviglio, direttore dell’Ufficio catechistico diocesano di Torino. Si veda anche Comincia un nuovo periodo della storia della Chiesa in Italia, AA 03.07.1966.

[75] L’urgenza di una pastorale scolastica nella nostra diocesi, AA 10.11.1974, ove si reclama una pastorale scolastica che non si concluda con l’ora di religione.

[76] G. Bentivoglio, L’insegnante e le contraddizioni della scuola, AA 26.01.1975; G. Bentivoglio, Le contraddizioni dei decreti delegati, AA 02.02.1975.

[77] Riprendo questi elementi dallo studio di Sandra De Colli, L’organizzazione catechistica negli anni 1955-1968 delle Diocesi di Teramo e Atri, op. cit.

[78] Iniziata a Teramo la missione cittadina, AA 13.03.1966.

[79] Vedi il sito: www.grupposeguimi.org.

[80] BDA LVIII (1967) 1-3, p. 4.

[81] Così Luciano Verdone in Diocesi di Teramo-Atri, Venti anni con la nostra storia, numero speciale del BDA del 9 giugno 1988, a cura di Gino Mecca, in occasione dei 25 anni di consacrazione episcopale di Abele Conigli, p. 21.

[82] BDA LVIII (1967) 1-3, p. 57. Nel 1967 Abele Conigli non scrive alcuna lettera pastorale, proponendo, invece, la Comunicazione dei Vescovi d’Abruzzo al clero e ai fedeli del 30 novembre 1967 della Conferenza episcopale abruzzese: BDA LVIII (1967) 1-3, pp. 109-119. Qui i richiami al Concilio sono frequenti e sostanziali «in quest’ora doverosa di transizione verso una comunità ecclesiale più consapevole del proprio destino e dei propri impegni», p. 113. Il documento rileva, verso la conclusione, che «l’interesse per i problemi sollevati dal Concilio non accenna a scemare, ed anzi suscita un legittimo desiderio di più profonda conoscenza e di una più piena realizzazione delle istanze di rigenerazione e di aggiornamento, che il Vaticano II ha positivamente accolto od esso stesso promosso e accelerato», p. 118.

[83] BDA LXIV (1973) numero unico, pp. 23-24.

[84] Cfr. AA 06.07.1969. Morì a Modena. I funerali furono a Sansepolcro.

[85] Si veda per esempio, G. Orsini, Tradizione e innovazioni, AA 06.10.1968, articolo in cui così si esprime rilevando la questione: «se ci lasciassimo ammaestrare dalla storia io penso che possiamo liberarci dal pericolo di cadere sia nell’estremismo innovatore che in quello conservatore».

[86] Si veda la lettera A proposito della Processione di Cristo Morto, a firma di padre Abele Conigli, pubblicata su BDA LXII (1971) 1, 63-64, in cui ribadisce: «Il Concilio di cha invitato ad assumere uno stile più rispondente al mondo d’oggi; stile più semplice e più essenziale, poco tenero verso tutto ciò che sa di aggiunta e di frangia. Basti pensare al rinnovamento liturgico. […] A Teramo, nello stesso Venerdì Santo, c’è la lunga e frequentatissima processione del mattino. In questa non si indulge a esteriorità. […] non si tratta di infliggere una mortificazione in più alla popolazione teramana, ma di invitarla ad entrare generosamente – e con gesti concreti – nel grande alveo del rinnovamento conciliare». Per una più generale considerazione circa il ruolo della religiosità popolare nella storia recente della diocesi di Teramo-Atri si veda: G. Orsini, La religiosità popolare in provincia di Teramo, in Monografia della provincia di Teramo. Il XX secolo, op. cit., pp. 639-655, con una particolare attenzione al santuario di San Gabriele.

[87] Venti anni della nostra storia, p. 42.

[88] Nella presentazione del documento Linee di lavoro pastorale 1971-1972, BDA LXII (1971) 2, pp. 1-25, lo stesso vescovo aveva tentato una periodizzazione del breve periodo trascorso in diocesi. Egli così si esprime: «Avevo fatto un po’ di esperienza a Sansepolcro. Valendomi di questa, dopo essere stato qualche tempo in attento ascolto, ho cercato di proporre qualche cosa, che potesse essere una specie di binario provvisorio di azione. Ero io che proponevo a voi [circa 1967-1969]. C’è stata una seconda tappa. Ho allargato la cerchia dei collaboratori. Con loro ho approntato qualche linea programmatica, che è stata proposta alla diocesi. Io sono uscito così dal mio isolamento e mi sono sentito confortato dall’esperienza delle persone che avevo scelto. Mi sono trovato meglio e – in frequenti incontri – abbiamo cercato di seguire la vita diocesana [circa 1970-1971]. Ora stiamo facendo il terzo passo. Il più difficile. Si tratta di giungere all’impatto di questi più immediati collaboratori con tutto il Clero. Anche se non siamo riusciti del tutto, crediamo (io ed i vicari Generali ed Episcopali) di potervi assicurare di essere animati dalle migliori intenzioni», p. 4. Tale periodizzazione mi pare, tuttavia, del tutto insufficiente a cogliere l’ampiezza del passaggio compiuto. È troppo di breve respiro.

[89] Cfr. L’editoriale di G. Orsini, Comunità dalla base, AA 21.01.1968.

[90] Lettera del Vescovo al Clero ed al Popolo di Teramo e Atri sulla pastorale diocesana, BDA LIX (1968) 4 e (1969) 1-3, pp. 198-205. Il testo della lettera viene riportato per comodità anche dopo la prefazione e prima della lettera pastorale che ne seguirà in data 11 febbraio 1970: BDA LXI (1970) 1, pp. II-IX.

[91] AA 28.09.1969.

[92] BDA LIX (1968) 4 e (1969) 1-3, p. 198.

[93] BDA LVIII (1967) 1-3, 58.

[94] BDA LIX (1968) 1, p. 37.

[95] Cfr. Conferenza Episcopale Italiana, Riordinamento delle diocesi d’Italia. Dati statistici delle diocesi italiane, pro manuscripto, Roma 1967. Alcuni dati di essa sono riportati anche nel già citato articolo di Augusto D’Angelo, il quale fa riferimento anche ad altri studi sociologici di carattere più comprensivo.

[96] Per ulteriori e più diffuse notizie rimando a: A. Aiardi, Breve storia economica e sociale della provincia di Teramo nel Novecento, Galaad, Giulianova 2012.

[97] BDA LIX (1968) 4 e (1969) 1-3, p. 199.

[98] Lettera pastorale del Vescovo di Teramo e Atri per il 1970: Lavoriamo insieme, BDA LXI (1970) 1, pp. 1-35.

[99] BDA LXI (1970) 1, p. 2.

[100] BDA LXI (1970) 1, p. 2.

[101] BDA LXI (1970) 1, p. 2.

[102] Esplicitamente il vescovo raccoglie «due denunce esplicite da parte di qualcuno: fretta nel volere i risultati e noncuranza per il passato», BDA LXI (1970) 1, p. 10. Sul tema della «fretta eccessiva nel volere vedere i risultati di quello che si fa» BDA LXI (1970) 1, p. 12 ritorna più avanti, dicendosi addirittura d’accordo con chi lo rimprovera, ma chiede di arrivare alla fine a fare un programma con obiettivi precisi e di adoperarsi per la sua riuscita.

[103] BDA LXI (1970) 1, p. 3.

[104] B. Gregori, Contestazione e immobilismo, AA 24.11.1968. Il problema continuava ad essere sentito qualche anno dopo, quando don Paolo Pallini scriveva un articolo dal significativo titolo: Il Concilio in archivio? AA 14.07.1974, lamentando una eccessiva retorica che copriva un mancato impegno concreto per vivere nei fatti il grande evento conciliare.

[105] BDA LXI (1970) 1, p. 7.

[106] È una frase tratta dal verbale del Consiglio episcopale del 27 marzo 1971. Tale registro manoscritto, redatto e tenuto dal segretario del Consiglio don Paolo Pallini, è negli archivi diocesani. Il corsivo corrisponde al sottolineato nel testo originale. D’ora in poi lo indicheremo con Registro dei verbali del Consiglio episcopale.

[107] Cfr. BDA LXI (1970) 1, p. 4: «Mi direte: ma questa per un Vescovo è la vecchia e tradizionale via della dittatura. Qualcuno lo ha anche pensato e ha scritto che la mia democrazia è soltanto apparente. Credo di poter rispondere di no». Seguono le ragioni.

[108] BDA LXI (1970) 1, p. 3.

[109] Per le notizie relative ai sacerdoti defunti citati, cfr. Diocesi di Teramo-Atri, In memoria nell’anno sacerdotale. Sacerdoti di Teramo-Atri defunti nel periodo 1985-2010, a cura di G. Orsini, Teramo 2010.

[110] BDA LXI (1970) 1, p. 23.

[111] BDA LXI (1970) 1, p. 37. Il decreto è sempre dell’11 febbraio 1970.

[112] Era un problema acutamente avvertito, tanto che più avanti si costituì una vera e propria commissione. Cfr. Una commissione per i problemi economici, AA14.01.1973.

[113] E non era il solo, pur se i casi erano piuttosto limitati. Solo a titolo di cronaca, per il rumore che fece, vale la pena di richiamare la polemica innescata da alcuni articoli comparsi sul quotidiano «Il Tempo», alla cronaca di Teramo nell’estate del 1969. Gli articoli compaiono sui numeri del 21.08.1969: L. Braccili, Un prete del nuovo corso; del 30.08.1969: Lettere e critiche sui preti del ‘nuovo corso’; del 07.09.1969: Effeemme, per un pugno in più; e del 18.09.1969: F. Marconi, Dal Burundi ad Atri; sempre alla pagina V. Nello stesso periodo P. Abele compiva il suo viaggio in Burundi accompagnato da don Valentino Riccioni. In buona sostanza si rimproveravano ad un terzetto di «preti rossi» di Atri, vicini alle Acli, le loro simpatie di sinistra. P. Abele intervenne in difesa dei suoi sacerdoti il 20 settembre 1969 con un Comunicato a proposito di alcuni articoli del giornale «Il Tempo», BDA LX (1968) 4 (1969) 1-3, p. 208, dopo che l’ultimo articolo richiamato aveva esplicitamente fatto il nome di don Giovanni D’Onofrio. Nello stesso articolo si faceva riferimento ad «alcuni preti dalle abitudini politico-mondane […che vanno] in giro facendo conferenze e dibattiti che vogliono avvicinare il cattolicesimo al marxismo, finendo magari con un’apologia di quest’ultimo».

[114] Queste sono le parole con cui don Paolo Pallini sintetizza l’intervento di apertura di padre Abele Conigli nella prima riunione del Consiglio episcopale del 2 aprile 1970, come riportato nel Registro dei verbali del Consiglio episcopale.

[115] BDA LXI (1970) 1, p. 9.

[116] Dalla P.O.A. alla Charitas, AA 30.06.1974.

[117] BDA LXI (1970) 1, p. 6.

[118] BDA LXVII (1978) 2-3-4, pp. 159-184. Ma il settimanale diocesano riferisce che nell’estate del 1977 alcuni sacerdoti e laici appartenenti alle parrocchie della costa nord della diocesi si riunirono presso Villa Immacolata di Giulianova per discutere di pastorale del turismo: A. Panichi, I sacerdoti e la pastorale del turismo, AA 12.06.1977. la cosa non era nuova. Già nella lettera pastorale del 1970, vi si faceva riferimento: BDA LXI (1970) 1, p. 21.

[119] Piano di azione per le vocazioni nelle Diocesi di Teramo e Atri, in BDA LVIII (1979, 1-2, pp. 55-81. La citazione è a p. 71.

[120] Già in precedenza Abele Conigli era intervenuto con decreto del 23 maggio 1968, per dare direttive pastorali limitatamente alla città di Atri, riducendo il numero delle messe, che non raramente si accavallavano, per dare un regime più ordinato alle confessioni e per eliminare le classi di funerali, battesimi e matrimoni. Cfr. G. Verna, Un servizio meglio articolato per la comunità cristiana di Atri, AA 16.06.1968.

[121] Padre Abele era già intervenuto in questa direzione, sia pure limitatamente, per quanto riguarda la città di Atri con decreto del 23 maggio 1968. Ivi si rileva che «in città vengono celebrate troppe SS. Messe con la pratica impossibilità di uno svolgimento adeguato e di una partecipazione consapevole da parte di tutto il popolo di Dio». Più aventi aggiunge: «si pregano tutti i sacerdoti interessati a voler predisporre dei turni di confessione, in modo da poter ridurre (e a poco a poco abolire) la necessità di confessare durante la celebrazione dei sacri riti». BDA LIX (1968) 2, p. 79.

[122] BDA LXI (1970) 1, p. 28.

[123] G. Saverioni, La cresima distanziata dalla prima comunione, AA 12.04.1970.

[124] BDA LXI (1970) 1, p. 29. Si veda anche P. Pallini, Il Concilio non deve essere archiviato, AA 26.07.1970, ove si dice esplicitamente: «il gradualismo necessario non deve confondersi con il rinvio o l’affossamento».

[125] Si veda anche P. Pallini, Parrocchia e liturgia, AA 07.04.1974, in cui si aggiornano le indicazioni date in precedenza.

[126] A. Spada, “Sono impacciato di bocca e di lingua, anche ora”, AA 04.08.1968.

[127] G. Orsini, La religiosità popolare in provincia di Teramo, op. cit., p. 641.

[128] G. Orsini, La religiosità popolare in provincia di Teramo, op. cit., p. 645.

[129] Cfr. G. Orsini, La religiosità popolare in provincia di Teramo, op. cit., p. 645-647.

[130] Le linee programmatiche per una pastorale diocesana, AA 03.02.1974: pur avendo un atteggiamento critico nei confronti di una fede legata più al costume sociale che ad una scelta consapevole, e quindi non incidente  nella vita, si è costretti a riconoscere che «per la maggior parte della gente la ‘fede’ si concretizza con il culto alla Vergine e ai Santi, con le relative feste tradizionali di paese. Sono momenti in cui il popolo esprime la propria religiosità e l’attaccamento alle tradizioni». Di fianco a queste espressioni di fede si pongono il culto ai morti, che rischia di strumentalizzare la celebrazione eucaristica e la scarsa conoscenza della parola di Dio.

[131] Registro dei verbali del Consiglio episcopale, verbale del 27 marzo 1971.

[132] P. Pallini, Feste patronali e … cantanti da un milione!, AA 13.05.1973.

[133] G. Orsini, Dalla Chiesa piramide alla Chiesa comunione, AA 19.10.1969.

[134] Cfr. B. Gregori, E noi preti che fare?, AA 17.12.1967.

[135] B. Gregori, Laici adulti, liberi ed operanti nella Chiesa, AA 21.04.1968.

[136] G. Orsini, L’A.C. dopo il Concilio, AA 17.07.1966. si veda anche G. Orsini, I laici in Curia, AA 12.06.1966.

[137] G. Orsini, La nuova Azione Cattolica, AA 04.12.1966.

[139] A. Aiardi, Un’azione cattolica al passo con i tempi, AA 19.05.1968.

[140] Ci è sembrato che sia nata la nuova Azione Cattolica, AA 12.11.1967.

[141] Cfr. AA 27.04.1969.

[142] Si veda A. Aiardi, L’azione cattolica come impegno della comunità parrocchiale, AA 26.01.1969, articolo in cui ci si appella a che ogni comunità trovi modalità operative proprie, senza più una chiara metodologia comune.

[143] BDA LXI (1970) 1, p. 32.

[144] G. Orsini, Sono prete e sono laico, AA 05.11.1967: «si dice che per le consultazioni elettorali future i Vescovi d’Italia non emetteranno più comunicati, non daranno più direttive disciplinari ai cattolici. Sia ringraziato il Signore!».

[145] A. Aiardi, Incontri foraniali per l’Azione Cattolica, AA 11.01.1970.

[146] BDA LIX (1968) 1, p. 31.

[147] BDA LXI (1970) 1, p. 33. Cfr. Liturgia e apostolato dei laici, AA 23.11.1969.

[148] G. Orsini, Il congresso dei laici, AA 15.10.1967. Si fa riferimento all’inaugurazione a Roma, l’11.10.1967, del terzo Congresso mondiale per l’apostolato dei laici, sul tema «Il popolo di Dio nel cammino dell’umanità».

[149] Il primo segnale che trovo è un articolo del 1966: G. Orsini, Fermenti nella Chiesa, AA 24.07.1966, ove si fa riferimento ai primi segnali di movimenti laicali di base nella Chiesa diocesana.

[150] Intelligente fu l’iniziativa del settimanale diocesano volta a presentare questi gruppi uno alla volta. Si cominciò con l’Azione Cattolica: cfr. I movimenti della nostra diocesi si presentano, AA 07.03.1976 su Azione Cattolica; AA 14.03.1976 su Gruppi di Padre Pio e Dame di S. Vincenzo; AA 23.03.1976 sugli Scouts; AA 04.04.1976 sui neocatecumenali; AA 11.04.1976 su Comunione e liberazione; AA 18.04.1976 sul Centro Italiano Femminile; AA 16.05.1976 sulla Compagnia di S. Vincenzo de’ Paoli; AA 23.05.1976 sulla Unitalsi.

[151] Venti anni della nostra storia, p. 63.

[152] Come si evince da E. Piantieri, I laici debbono inserirsi  attivamente nella pastorale diocesana, AA 14.10.1973. Nell’articolo si richiama un incontro tra i rappresentanti di associazioni e movimenti presenti in diocesi in data 04.10.1973, alla presenza di P. Abele Conigli e Tommaso Sorgi. Si chiedeva che gli appartenenti a queste nuove realtà si inserissero veramente, lealmente e in modo impegnato nella pastorale diocesana; si auspicava un organo di coordinamento ove tutti fossero rappresentati; si invitata ad esaminare la possibilità della rinascita in diocesi dell’Azione Cattolica in chiave aggiornata.

[153] BDA LXIV (1975) 4, p. 170, nella Lettera sull’unità della Chiesa diocesana.

[154] Diverse fonti di stampa hanno riportato che Scola sarebbe stato allontanato dal seminario di Milano a causa della sua vicinanza a CL. Secondo la diversa ricostruzione di Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa, Scola e altri seminaristi vicini al movimento di Comunione e Liberazione avrebbero fatto richiesta di ricevere anticipatamente l'ordine del suddiaconato per evitare di dover compiere il servizio militare che avrebbe comportato una prolungata sospensione degli studi, dai diciotto ai trentasei mesi. Da parte dei superiori del seminario milanese, era rettore Bernardo Citterio, vi sarebbe stato tuttavia un atteggiamento di diffidenza nei loro confronti, e la richiesta non fu accolta. La decisione di recarsi in Abruzzo per ricevere l’ordinazione sarebbe stata presa anche su consiglio di don Luigi Giussani.

[155] Cfr. i due articoli: Cosa deve cambiare nelle strutture parrocchiali, AA 09.02.1969, e La partecipazione dei laici alla pastorale parrocchiale, AA 23.02.1969.

[156] BDA LXIV (1975) 4, p. 171.

[157] Cfr. BDA LXIV (1975) 4, p. 170.

[158] V. Riccioni, Per una pastorale unitaria in Diocesi, AA 23.04.1972.

[159] T. Sorgi, I laici sono pronti a servire la Chiesa teramana, AA 08.07.1973. Formatosi allo studio della filosofia neo-tomista negli anni di liceo presso il seminario regionale di Chieti, Tommaso Sorgi ha svolto funzioni di responsabilità laica nella Chiesa come presidente diocesano della Gioventù Cattolica (1940-1947), e nel marzo 1945 ha partecipato ai momenti fondativi delle Acli a Roma e poi nella sua città. Ha frequentato l'università alla Cattolica di Milano e poi a Roma dove si è laureato in lettere. Ha insegnato Sociologia presso le Facoltà di Giurisprudenza e di Scienze Politiche dell'Università abruzzese (1966- 1990), e Storia dei movimenti sociali cristiani presso l'Istituto Internazionale di Loppiano, Firenze. Ha ricoperto le seguenti cariche pubbliche nella città e in ambito nazionale: consigliere al Comune di Teramo dalle prime elezioni del 1946 al 1964; presidente della Federazione Provinciale Coltivatori diretti dal 1955 al 1970; presidente degli Ospedali e Istituti Riuniti di Teramo dal 1957 al 1961; dal 1953 al 1972 è Deputato al Parlamento italiano, facendo parte della Commissione Pubblica Istruzione e, poi, di quella della Sanità. Dal 1972 intensifica il suo impegno nel Movimento dei Focolari (al quale ha aderito fin dal 1956), al seguito della fondatrice Chiara Lubich, della quale diviene diretto collaboratore. È stato fra i responsabili centrali del Movimento Internazionale Umanità Nuova e dei suoi prodromi (nascita del Centro S. Caterina per i politici, 1959), svolgendo numerosi interventi per presentare le ispirazioni fondamentali degli specifici mondi sociali, improntate alla cultura dell’unità. Nel 1986 si trasferisce con la famiglia dalla sua città ai Castelli Romani su richiesta di Chiara Lubich, che gli affida la direzione del Centro studi da lei costituito per la conservazione e la diffusione del patrimonio di scritti del Servo di Dio Igino Giordani. Con i rappresentanti del Movimento nei cinque continenti, ha elaborato la proposta di un ‘triplice patto’ - morale, programmatico, partecipativo - per nuove forme di partecipazione politica ed un ‘Appello per l'unità dei popoli’, presentato all'ONU nel 1987. Nel 1993 la Fratellanza Artigiana, istituzione di Teramo (con radici nell'800 garibaldino), gli assegna il premio etico Paliotto d’Oro. Nel 2008, il Comune di Tivoli gli assegna il Premio Culturale Igino Giordani. Ha svolto attività di pubblicista: ha fondato e diretto un periodico politico locale («La Specola», Teramo, 1946-1950); ha collaborato dal 1940 al settimanale diocesano «L'Araldo Abruzzese» e dal 1956 al quindicinale «Città Nuova» di Roma. Suoi scritti di sociologia, religione, politica, dottrina sociale della chiesa, economia si leggono numerosi in libri, saggi, riviste, atti di congressi nazionali ed internazionali. Informazioni riprese dalla pagina di wikipedia.org/wiki/Tommaso_Sorgi. Sito consultato in data 06.12.2012.

[160] BDA LXV (1975) 3, pp. 158-161.

[161] Per es. D. Pagnottella, Le iniziative dell’apostolato dei laici, AA 13.01.1974; G. Ruggieri, Il nuovo volto dell’Azione Cattolica aprutina, AA 20.01.1974; G. P. Di Nicola, A. Danese, D. Pagnottella, Il ruolo dell’Azione Cattolica nella comunità ecclesiale, AA 14.07.1974; T. Santedicola, S. Orsini, R. Fieni, Per realizzare esperienze educative, AA 17.11.1974 ove si riferisce di un campo scuola estivo dell’Azione Cattolica ragazzi a Giulianova.

[162] BDA LVIII (1978) 3-4, pp. 290-294. A titolo esemplificativo rimando a: I gruppi giovanili di Azione Cattolica, AA 06.02.1977, articolo che rendiconta il convegno dei gruppi svoltosi a Notaresco.

[163] Venti anni con la nostra storia, op. cit., p. 45.

[164] Era un tema sentito fin da allora: L. Stella, Il laico e l’evangelizzazione, AA 19.05.1974; E. Bartoletti, Rievangelizzare i cristiani, AA 20.10.2974.

[165] T. Sorgi, Il volto delle nostre diocesi secondo i risultati d’inchiesta su ‘Evangelizzazione e sacramenti’, inchiesta di vasta portata condotta attraverso un questionario molto dettagliato rivolto ai parroci. L’inchiesta fu presentata in quattro puntate su AA 10.05.1974, AA 17.05.1974, AA 23.05.973 e AA 07.06.1974.

[166] BDA LXI (1970) 1, p. 16.

[167] Che cosa pensano i giovani della religione e della Chiesa?, AA 03.03.1968.

[168] I giovani oggi hanno il ruolo di frusta morale della società, AA 21.09.1969.

[169] Messe dei giovani sì. Settarismo e stramberie no, AA 20.04.1969.

[170] Usciamo dall’assemblea più disposti ad agire, AA 27.04.1969.

[171] L. Pompa, La risposta dei giovani d’oggi al messaggio evangelico, AA 25.05.1969; P. Pallini, Un positivo incontro dei gruppi giovanili, 10.11.1974.

[172] BDA LXXII (1981) 2, p. 132.

[173] G. Saverioni, Istanze di rinnovamento nella catechesi italiana, AA 14.12.1969.

[174] BDA LXI (1970) 1, p. 31.

[175] A titolo esemplificativo rimando a: A. Mazzitti, Catechisti nuovi per una catechesi viva, AA 18.01.1970. Si riferisce del secondo Convegno del nuovo Ufficio catechistico diocesano promosso nelle date del 2 e 3 gennaio 1970. La partecipazione è talmente alta che deve essere cambiata la sede di svolgimento, da Villa Maria Immacolata all’Istituto Gualandi, sempre a Giulianova. Si affrontano i nuovi orientamenti nazionali, la bibbia e la liturgia, ma anche la psicologia del fanciullo e la didattica. Si vuole una catechesi che non sia più fatta di nozioni e formule, ma che porti ad una esperienza partecipata. Ci sarà un convegno diocesano dei catechisti parrocchiali a settembre dello stesso anno dal 7 al 9. Il relatore sarà don Giuseppe Gianiolo della diocesi di Torino.

[176] Abele Conigli, Che significa ‘essere lievito’ nella società di oggi?, AA 27.03.1977. Nell’intervento, rivolto agli insegnanti di religione cattolica della diocesi il vescovo sottolinea il ruolo degli insegnanti nell’ambito di un più largo impegno dei laici nel mondo.

[177] Nel verbale del Consiglio episcopale del 29 maggio 1970 si legge che «il vicario episcopale per la catechesi riferisce sulle attività nel settore della scuola, che, a chiusura dell’anno scolastico, registra un bilancio lusinghiero per programmi, libri di testo, ed anche per le 20 ore integrative», non senza però rilevare come ci siano difficoltà con altre organizzazioni come l’UCIM e l’AIMC che sembrano non piegarsi ad un’azione comune e coordinata.

[178] Cfr. BDA LIX (1968) 3, 167-169, in cui viene riportata una lettera circolare della CEI che illustra alcuni punti del documento base che sta all’origine del rinnovamento della catechesi in Italia.

[179] Registro dei verbali del Consiglio episcopale, verbale del 13 febbraio 1971.

[180] Registro dei verbali del Consiglio episcopale, verbale del 13 febbraio 1971.

[181] BDA LVIII (1967) 4-6, p. 147.

[182] Vale la pena di rilevare che qualche anno più tardi si potevano contare almeno una ventina di sacerdoti della diocesi, secolari e religiosi, impegnati in terra di missione: cfr. S. Coccia, Venti sacerdoti di Teramo e Atri in terra di missione, AA 24.10.1976.

[183] BDA LXII (1971) 2, p. 33.

[184] La cronaca del viaggio in Africa del nostro Vescovo Abele Conigli, AA 14.09.1969.

[185] BDA LXII (1971) 2, p. 33.

[186] BDA LXII (1971) 2, pp. 1-25.

[187] BDA LXII (1971) 2, p. 22.

[188] BDA LXIV (1973) numero unico, p. 32.

[189] P. Abele Conigli, Deciso il ritiro dei nostri tre sacerdoti dal Burundi, AA 18.02.1973. P. Pallini, Burundi: si chiude una bella pagina della vita religiosa di Teramo, AA 04.03.1973.

[190] G. Cagianelli, I missionari lasceranno il Burundi, AA 04.11.1973.

[191] Una lettera di don Giuseppe De Dominicis al Vescovo, AA 19.06.1977. Qui si riferisce dei lavori di completamento dell’ospedale di Ryarusera e della chiesa di Bugarama, oltre alla scuola e all’ambulatorio già realizzati.

[192] Ryarusera ha ancora bisogno di Teramo, intervista di Attilio Danese a don Giuseppe De Dominicis, AA 27.11.1977.

[193] A partire da AA 04.02.1968, in cui si annuncia l’iniziativa, e fino al suo termine. Furono realizzati un acquedotto, un catecumenato, una casa parrocchiale, un dispensario, una casa per le infermiere e altro ancora.

[194] Cfr. le lettere di ringraziamento inviate dal vescovo di Trapani a Padre Abele, di cui in AA 11.02.1968 e 25.02.1968.

[195] BDA LIX (1968) 1, pp. 41-42.

[196] G. Saverioni, Le Acli nella società teramana, AA 14.04.1968.

[197] Lino Bosio, commissario provinciale delle Acli, scrive un articolo sul settimanale diocesano dal titolo Il difficile ruolo delle Acli nell’attuale momento storico, AA 05.05.1968, riferendosi alla difficile scelta per la Democrazia Cristiana in occasione delle elezioni politiche del 19.05.1968.

[198] Cfr. I cristiani e la vita pubblica, AA 04.02.1968.

[199] G. Verna, I vescovi non erano d’accordo nel proclamare l’unità politica, AA 18.02.1968.

[200] F. Peradotto, I ‘gruppi spontanei’: incubo o testimonianza?, AA 10.03.1968.

[201] Domenico D’Antonio, Per le Acli teramane strategia del cambiamento, AA 08.12.1968.

[202] AA 22.12.1968.

[203] wikipedia.org/wiki/Associazioni_Cristiane_dei_Lavoratori_Italiani. Sito consultato in data 12 novembre 2012.

[204] Cfr. AA 20.04.1969.

[205] Cfr. G. Saverioni, Il nuovo volto delle Acli dioceane, AA 15.06.1969.

[206] BDA LXI (1970), pp. 33-34.

[207] V. Riccioni, Siamo lontani dal mondo del lavoro, AA 27.02.1972.

[208] La parola del Vescovo sulla ‘Monti’, AA 25.02.1973.

[209] Ribadita l’ispirazione cristiana, AA 22.04.1973, a proposito dei giovani aclisti di Teramo riuniti in congresso;  I giovani aclisti credono nella perenne validità del messaggio evangelico, AA 27.05.1973. Spesso le iniziative delle Acli trovarono spazio di risonanza nel settimanale diocesano. Per es. L’ente delle Acli per l’istruzione professionale, AA 29.07.1973 in cui si fa un bilancio dei primi due anni di questa iniziativa.

[210] Venti anni della nostra storia, op. cit., p. 65.

[211] È possibile una riaggregazione tra i cattolici?, AA 23.05.1976, in cui si riferisce di una iniziativa promossa da L’Araldo Abruzzese, Comunione e liberazione e dal Centro Maritain presso il Cineteatro comunale che coinvolse circa 600 giovani partecipanti.

[212] BDA LXI (1970) 1, p. 35.

[213] Venti anni della nostra storia, p. 61.

[214] BDA LIX (1968) 2, p. 82. Cfr. AA 22.03.1970 in cui si riporta la notizia del riconoscimento giuridico del Centro con Decreto del Presidente della Repubblica del 19.06.1969.

[215] Mons. Vescovo benedice la ‘libreria cattolica’, AA 02.10.1966.

[216] BDA LVIII (1979) 1-2-, pp. 55-81.

[217] BDA LXII (1971) 2, p. 34.

[218] BDA LVIII (1979) 1-2, p. 63.

[219] Il problema delle vocazioni nella Chiesa locale, AA 13.10.1974.

[220] BDA LXI (1970) 1, p. 22.

[221] B. Gregori, nuovi orizzonti per la teologia, la predicazione e la vita cristiana, AA 26.11.1967. Nel dicembre 1967 ci fu una serie di una decina di incontri, uno per forania, nei quali gruppi di studio, formati da presbiteri diocesani, affrontarono la Lumen Gentium capitolo per capitolo. Ciascuno del gruppo era incaricato per un aspetto: biblico, patristico, teologico, ecc. e ognuno relazionava all’intero clero.

[222] G. Saverioni, Giornate di riflessione teologica e spirituale, AA 05.10.1969. Si riferisce alle giornate dal 24 al 26 settembre 1969 sotto la guida di Ambrogio Valsecchi, appunto.

[223] Cfr. AA 06.10.1968. Tornò poi nel gennaio del 1973 per una conferenza rivolta prevalentemente al laicato cattolico, sul tema ‘Progetti di Dio e progetti dell’uomo’. Cfr. Il cristiano e l’impegno nel mondo, AA 14.01.1973.

[224] G. Saverioni, I problemi della nuova catechesi, AA 23.03.1969. A proposito della ‘nuova evangelizzazione’, già allora se ne riscontrava la necessità, rilevando che «oggi la forma più diffusa del ministero della parola è quella dell’omelia. Purtroppo spesso è rivolta ad un popolo ancora bisognoso di catechesi, o addirittura di evangelizzazione».

[225] G. Saverioni, La Messa è il memoriale della morte e risurrezione di Cristo, AA 09.11.1969.

[226] G. Saverioni e L. Stella, Un riuscitissimo convegno liturgico a Giulianova e a Teramo, AA 27.10.1974.

[227] G. Saverioni, Una nuova immagine di Dio nella riflessione teologica attuale, AA 31.05.1970.

[228] G. Saverioni, Il rapporto Mondo-Chiesa nel Concilio Vaticano II, AA 18.02.1973. Incontro con il clero diocesano del 5 e 6 febbraio 1973.

[229] G. Saverioni, I giovani di oggi di fronte alla fede, AA 15.04.1973.

[230] L. Rampazzo, In ritiro i sacerdoti di Teramo, AA 14.09.1975.

[231] Di cui si può avere un elenco in Venti anni con la nostra storia, pp. 69-73.

[232] L’omelia del Vescovo: l’incontro con persone e problemi, AA 21.01.1973.

[233] Nell’ambito di questa visita Abele Conigli visitò anche la folta comunità di teramani presenti negli USA e in Canada. Cfr. P. Abele Conigli, Un viaggio di amicizia nel contesto della visita pastorale, AA 08.04.1973. Fu in America dal 14 aprile al 15 maggio di quell’anno.

[234] Visita pastorale: non un’ispezione, ma un incontro con persone e problemi, AA 22.10.1972.

[235] Venti anni con la nostra storia, op. cit., p. 58. Cfr. Abele Conigli, Un consuntivo confortante, AA 28.01.1973 sulla visita pastorale nella zona di Isola del Gran Sasso.

[236] Suor Beniamina, La vita della suora: un dono gioioso a Dio e al prossimo, AA 17.11.1974.

[237] BDA LVIII (1967) 4-6, p. 149.

[238] Cfr. Una scelta di laici esperti per un dialogo senza riserve, AA 31.03.1968.

[239] Cfr. La prima riunione del Consiglio presbiterale, AA 07.04.1968. Il Consiglio poi fu rinnovato qualche anno dopo: La riunione del nuovo Consiglio presbiterale, AA 05.12.1976.

[240] BDA LIX (1968) 2, p. 85,

[241] BDA LIX (1968) 2, pp. 92-94.

[242] BDA LIX (1968) 3, p. 173.

[243] BDA LIX (1968) 3, p. 174.

[244] BDA LIX (1968) 3, p. 174.

[245] Cfr. BDA LXII (1971) 1, pp. 40-49. Si veda anche T. Sorgi, Le prime cifre di una ricerca appena iniziata, AA 14.12.1969.

[246] R. Diodati, I ‘messalizzanti’ di quattro comuni del Gran Sasso, AA 23.12.1973.

[247] BDA LXI (1970) 1, p. 11.

[248] Si tenga presente, tuttavia, che dal 21 al 26 settembre 1970 le proposte di lavoro dei vicari episcopali furono discusse in un’assemblea aperta ai laici. Cfr. G. Saverioni, Sacerdoti e laici a Giulianova hanno discusso la nuova pastorale, AA 04.10.1970.

[249] BDA  LXII (1971), 2, p. 2.

[250] BDA  LXII (1971), 2, p. 5.

[251] BDA  LXII (1971), 2, p. 25.

[252] L. Stella, Si farà il Consiglio Pastorale?, AA 21.07.1974; P. Pallini, Verso il Consiglio Pastorale, AA 28.07.1974; P. Abele Conigli, Verso il Consiglio Pastorale, AA 19.01.1975; L. Stella, Che cosa è il Consiglio Pastorale, AA 09.02.1975;

[253] A. Danese, Operare per essere Chiesa, AA 16.02.1975, ove si offre il resoconto della prima riunione del Consiglio pastorale.

[254] Cfr. BDA LXV (1975), 1-2, p. 73.

[255] BDA LXV (1975), 1-2, p. 76.

[256] BDA LXV (1975), 1-2, p. 77.

[257] P. Abele Conigli, L’impegno dei laici, AA 19.12.1976.

[258] BDA LXV (1975), 4, p. 172. 

[259] Una giornata di aggiornamento per clero e laici, AA16.01.1977. Condussero i lavori Alfredo Mazzarini, docente di teologia dogmatica alla Facoltà Teologica di Napoli e Luigi Geninazzi, docente di Scienze politiche all’Università ‘La Sapienza’ di Roma.

[260] BDA LXVI (1977) 3-4, p. 225. Queste giornate furono in verità precedute da Una giornata di aggiornamento per clero e laici, AA16.01.1977, che ebbero luogo il 27 e 28 dicembre 1976 a San Gabriele.

[261] L. Stella, Un’attenta riflessione su ‘Evangelizzazione e ministeri’, AA 15.01.1978. Oltre a don Gabriele Orsini l’altro relatore fu don Dario Ciani. I partecipanti furono più di 250.

[262] J.-F. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere (1979), Feltrinelli, Milano 1981.

[263] G. Vattimo – P. A. Rovatti (a cura di), Il pensiero debole, Feltrinelli, Milano 1983.

[264] Z. Bauman, Modernità liquida (2000), Laterza, Roma-Bari 2003.

[265] Cfr. le due lettere pastorali: M. Seccia, Insieme nella barca di Pietro. Dall’appartenenza alla corresponsabilità, Teramo 2009; Insieme nella barca di Pietro. … al di sopra di tutto la Carità, Teramo 2011, nonché la lettera pastorale per l’anno della fede 2012-2013 Sulla tua parola: prendiamo il largo e gettiamo le reti, Teramo 2012.