Roberto Righetto, coordinatore di Vita e pensiero, caporedattore cultura di Avvenire, Milano

 

Il rapporto fra mondo cattolico italiano e cultura è sensibilmente mutato in positivo dal Concilio a oggi, anche se certamente resta intatta la sfida del recupero del patrimonio cristiano, dai testi dei primi secoli del cristianesimo a tutto il territorio della mistica cristiana che ha lasciato tracce vive nel nostro continente, al grande patrimonio della Bibbia. Quel patrimonio culturale del mondo cristiano che per decenni era stato, a mio parere con una colpa grave, spesso dimenticato.

D'altra parte, secondo me, si è anche verificata l’uscita da un complesso di inferiorità che per tanti anni ha colpito i cattolici italiani, un complesso di inferiorità per cui accadeva che fino a qualche decennio fa difficilmente un autore cristiano (scrittore o filosofo o teologo) aveva diritto di partecipare al forum, alla piazza del dibattito culturale; il che avveniva in primo luogo a causa dell'arroganza di una certa cultura laicista, ma anche per una certa incapacità di gran parte del mondo cattolico di essere consapevoli della forza e dell'originalità della propria cultura. Oggi credo che molti steccati siano caduti, grazie anche al crollo delle ideologie e soprattutto del muro di Berlino. E nel dibattito pubblico, dai mass media ai vari festival letterari o filosofici, il contributo dei cristiani è sempre più richiesto e ritenuto fondamentale. Si pensi alla straordinaria iniziativa del Cortile dei gentili lanciata dal Papa e portata avanti con grande efficacia dal cardinale Ravasi. Certo, hanno aiutato esperienze precedenti coma la Cattedra dei non credenti voluta dal cardinal Martini a Milano ma anche certe riflessioni sorte in ambito laico: ricordo ad esempio un intervento di Norberto Bobbio a cavallo del millennio che suscitò un ampio dibattito fra credenti e non credenti su un tema alquanto dimenticato: le cose ultime, i Novissimi, l'aldilà. Un dibattito che ha dimostrato come il dialogo fra le culture si può svolgere a livelli alti senza scadere in basse polemiche, mantenendo le differenze ma essendo sinceramente aperti alle posizioni dell'altro.

Dicevo prima della trascuratezza della cultura: a mio parere aver ignorato e sottovalutato il mondo della cultura da parte dei cristiani è stata una delle colpe più gravi in questo secolo e particolarmente nel dopoguerra. Ci sono responsabilità pesanti che si sono manifestate nel corso del '900 e secondo me questa è anche una delle cause profonde del fallimento del cosiddetto "partito cattolico". Negli anni scorsi sono state pubblicate sui giornali inchieste a proposito dell'egemonia culturale marxista; anche su Avvenire le abbiamo fatte: pensiamo ai libri di testo nelle scuole per lungo tempo orientati ideologicamente e politicamente su tanti temi, dal Medioevo dipinto sempre e comunque come età oscura alla Resistenza raccontata ignorando il contributo delle forze non comuniste. Tutto vero, però certamente c'è stato uno spazio che è stato totalmente abbandonato per anni, se non per decenni da parte dei cattolici, forse pensando solo alla politica; io non ho i titoli per fare processi a nessuno però la mancanza è stata molto, molto grave; per fortuna il pontificato di Giovanni Paolo II e la sua capacità di dialogare a 360° con le culture e le civiltà e oggi il magistero di Benedetto XVI hanno fatto recuperare l’importanza del patrimonio culturale cristiano e ridato fervore e vitalità alla cultura dei cattolici.

Certamente oggi è assolutamente indispensabile che i cattolici si interroghino sulle loro radici, sulla loro storia. Gli eventi e i documenti a proposito della purificazione della memoria ci indicano una strada da percorrere, ci portano a fare una riflessione sulla storia, sui comportamenti dei cristiani nel corso dei secoli, comportamenti negativi ma anche positivi, sull'apporto che i cristiani hanno dato alla costruzione del mondo. In questo senso, pensando al mondo in cui viviamo a volte viene da restare un po' smarriti: dov'è la fede oggi? Dove sono i cristiani in queste città così anonime e dominate dall'asfissia spirituale? Già Paolo VI l'aveva detto: la dissociazione tra fede e cultura è uno dei più gravi danni del nostro tempo. E lo stesso Giovanni Paolo II ha aggiunto: la crisi spirituale del nostro tempo raggiunge i livelli profondi di tutta la cultura e di tutto l'ethos collettivo. Insomma, occorre veramente che avvenga questa ripresa della capacità di fare cultura da parte di noi cristiani, sapendo che non esiste una cultura unica nemmeno nel nostro mondo.

È poi sotto gli occhi di tutti che oggi, nel vuoto del post-ideologico, il maître à penser ha perduto molto del suo potere. Julien Benda aveva colto in anticipo, lucidamente, quella tendenza a subordinare la cultura agli imperativi categorici dello Stato forte o dell’ideologia dominante, a indurre insomma i chierici a mettersi al servizio delle passioni laiche. Al declino dei maîtres à penser e, più in generale, alla perdita di identità e di statuto dei chierici sono tutt’altro che estranei – com’è fin troppo facile constatare – le nuove forme dell’industria culturale e dell’informazione che la veicola in modo massiccio e uniforme. È diventato sempre più difficile esprimere e diffondere idee non omologate, dare risonanza alle voci che non sono organiche al sistema delle formazioni politiche, che hanno espropriato l’editoria, la stampa, i media e proclamano quelle loro verità relative, nella ripetizione di luoghi comuni che alimentano chiacchiere di posizione contrabbandate per dibattito culturale.

Ma oggi i chierici d’Europa sono stanchi. Dopo avere chiuso con le ideologie della guerra fredda, tendono a praticare un diffuso conformismo, povero di progettualità, di idee e i ideali. Pensiamo alla solitudine degli ultimi anni del già citato Norberto Bobbio nell’Italia di oggi. Il vecchio saggio fece sentire la sua voce contro il mondo dei fondamentalismi religiosi, ma anche contro il nichilismo. Esprimendo anche forti dubbi sul tema della tecnoscienza. Oggi siamo passati da Bobbio a figure di ben altra statura. Che esprimono un livello davvero basso della provocazione senza un contenuto vero e profondo. Non sempre è facile, almeno in Italia, trovare intellettuali non credenti con i quali dialogare su temi divenuti cruciali (pensiamo al proficuo confronto fra Habermas e Ratzinger): l’invasione della tecnoscienza nella vita quotidiana, lo stravolgimento del concetto di natura, i rischi connessi all’intelligenza artificiale, l’uso dissipatore del corpo, la costruzione di un’etica pubblica condivisa. E’ come se mancassero punti di riferimento anche laici che a loro modo non abbiano paura a cercare la verità, che anzi pungolino i credenti come faceva Albert Camus, non disposto a rassegnarsi dinanzi all’ingiustizia e alla sofferenza, dinanzi alle “pesti” vecchie e nuove. Insomma, se le ideologie sono cadute, non per questo i laici devono rinunciare ad avere valori forti, per i quali è possibile spendere la vita. La sfida della virtù quotidiana, dell’esercizio della pietà tocca tutti, uomini di fede e no.. Per tornare al tema più generale degli intellettuali, credo che ogni discorso che oggi li riguardi non possa prescindere da due condizioni: l’impegno nella società per denunciare i mali e il male e l’ancoraggio alla trascendenza, o almeno a un’autotrascendenza, o senso del limite del desiderio di onnipotenza dell’uomo. E qui giunge inevitabile il richiamo a Emmanuel Mounier, che aveva ben chiare queste due condizioni.