La mattinata ha visto tratteggiare le questioni dell’antropologia filosofica e teologica in relazione col mondo contemporaneo, tenendo sempre presenti da un lato la lezione personalista e dall’altro le sfide (e le opportunità) del pensiero debole. La sessione del pomeriggio s’è aperta prefiggendosi l’intento di raccontare – attraverso le storie di alcune riviste – l’avventura del grande passaggio ecclesiale del Concilio Vaticano II.

Il dehoniano Lorenzetti ha costeggiato le evoluzioni e i “sentieri interrotti” della teologia morale dall’immediato postconcilio a oggi: la Rivista di teologia morale è in effetti uno dei primi frutti del fermento culturale postconciliare (laddove invece Il Regno era già nato da una decina d’anni, e partecipava di fatto alla concertazione delle istanze che nel Concilio stavano per emergere e sbocciare).

Un’autorevolezza tutta particolare è stata indiscussamente riconosciuta a La Civiltà Cattolica, presentata nel vivido e “gesuitico” racconto di P. Salvini, già Direttore e ora Redattore: ciò che perdeva nello stretto inquadramento del periodo storico – La Civiltà Cattolica è la prima rivista d’Italia, e forse d’Europa, certamente la più longeva, essendo stata fondata una decina d’anni prima del Regno d’Italia e più di un centinaio d’anni prima del Vaticano II – lo riguadagnava nell’arduo privilegio di chi può raccontare di tempi lunghi, molto lunghi, per di più vissuti a stretto contatto (e “in sintonia”, come anodinamente disse Casaroli) con i più alti vertici della gerarchia ecclesiastica cattolica.

La voce di Vita e pensiero – una ormai secolare esperienza editoriale e culturale del laicato cattolico italiano – è stata portata dal dott. Roberto Righetto, che ha passato in rassegna una carrellata di articoli da cui emergevano le varie fasi della prima recezione delle novità conciliari.

Dopo una rivista nata nell’immediato postconcilio, una nata appena prima, una cinquanta e una cento anni prima del Vaticano II, è stata la volta di Prospettiva Persona, che la voce della co-fondatrice e condirettrice, Giulia Paola Di Nicola, ha raccontato a partire dagli esordî, vent’anni fa, in ideale continuità con la francese Esprit e con la bresciana Progetto donna. Ne è emersa la memoria di un ideale di femminismo che non rinunciasse alle giuste conquiste ottenute (non senza eccessi) nel corso del secolo precedente, e al contempo non venisse meno alla precisa fisionomia che la donna assume nella rivelazione cristiana; fisionomia di cui la prospettiva personalista – che la mette in costante dialogo con la figura maschile, all’insegna del binomio di parità e reciprocità – s’è fatta chiara e utile interprete.

Quasi un réndez-vous degli operaî del Concilio, semplici e concreti, tra i quali non ha trovato spazio la sterile diatriba che contrappone surrettiziamente “preconciliari” a “postconciliari”, e che non sembravano aver perso di vista la lezione della parabola evangelica per la quale uno e lo stesso è il salario di ciascuno, indipendentemente dall’ora in cui la storia e lo Spirito li hanno portati a lavorare per il Regno.