Dalla esperienza personale alla fondazione di un Centro di cultura indipendente 

La nascita del Centro Ricerche Personaliste si collega alla esperienza  personale di Attilio Danese e Giulia Paola Di Nicola, ricercatori e sposi, che hanno voluto dare vita ad una associazione culturale autonoma, aperta, non accademica, non ideologica o confessionale. Attorno al primo nucleo di amici del CRP  si sono via via aggregati altri amici, in maniera spontanea, con o senza specifici titoli di studio, che hanno così costituito una rete allo scopo di rafforzare i comuni intenti ed evitare l'isolamento e la debolezza dei singoli ricercatori nel panorama della cultura contemporanea postmoderna. Dal punto di vista pratico, il CRP si sostiene tramite:  domande di sovvenzioni e progetti presentati  ad enti pubblici e privati, eventuali libere donazioni da parte di soci e di amici, attività editoriali. 

Le ragioni di una scelta 

Dopo anni di ricerca su Hegel[1], Di Nicola e Danese hanno scelto una filosofia più vicina alla sensibilità contemporanea, più attenta alla vita delle persone e più impegnata a valorizzarne le risorse. I rapporti umani, nella loro autenticità e nei valori che comportano sono diventati decisivi  a livello filosofico per accostarsi alla filosofia personalista e a livello esperienziale, per dare senso alla ricerca e alla vita. Sulla base di questo orientamento essi hanno avvertito il fascino dei protagonisti del personalismo francese (in primis E. Mounier[2], J. Maritain, J. Lacroix) unitamente ai personalisti italiani (L. Sturzo, I. Giordani, G. La Pira, G. Capograssi, L. Stefanini, L. Pareyson), tedeschi (M. Buber, E. Rosentock-Hussey, F. Ebner), spagnoli (Alfonso Carlos Comin, Carlos Diaz, Mariano Moreno Villa, Josè Ortega y Gasset, Maria Zambrano, Miguel De Unamuno, Xabier Zubiri). Questo orientamento filosofico oltre a dare nuovo slancio all'insegnamento, ha sollecitato un impegno più coerente tra pensiero e vita, lavoro e famiglia, credenze e comportamenti. La ricerca si è confermata come un servizio alla verità e un impegno a servizio di quanti possono trarne giovamento.Approfondendo gli autori del personalismo, diveniva più agevole liberarsi di sei virus principali che assediano e inquinano l'amore per la cultura, specialmente quella universitaria:

1. La cultura come strumento di potere,

tipico di chi ragiona in termini di acquisizione di conoscenze in funzione della carriera e nella convinzione che: "So, dunque posso". Questo atteggiamento da una parte induce a considerare il sapere come fine a se stesso e la sua accumulazione esponenziale come ampliamento del dominio dell'uomo su e anche contro la natura, dall'altra induce a considerare gli altri esseri umani in funzione degli obiettivi dell'io. In questa prospettiva la selezione della classe dirigente viene fatta in base alle affidabilità, alle appartenenze, più che alla professionalità e alla eticità delle persone. Chi promuove qualcuno preferisce scegliere persone mediocri per essere sicuro che riceverà dall'eletto obbedienza, fedeltà e all'occorrenza un ossequio servile. I mediocri finiscono con l'occupare i posti chiave della società facendo barriera alle persone migliori. Sono evidenti i danni sulla società di un simile criterio selettivo, che troppo spesso fa avanzare nella carriera persone incompetenti e spesso anche immorali, provocando considerevoli effetti dannosi sulle giovani generazioni, che sentono spegnersi la speranza e la volontà di puntare sul merito.

 2. La cultura come strumento di guadagno.

 Evidentemente chi fa ricerca merita di ricevere una giusta paga per la sua fatica, spesso solitaria e non immediatamente produttiva. Tuttavia quando il guadagno diventa il criterio prevalente e discriminante delle proprie attività, inevitabilmente si trascura la qualità, si accettano tutte le richieste di eventuali committenti, senza discernere secondo criteri di qualità e di eticità. Il mercato s'impadronisce  di quasi tutta la cultura, grazie alla debolezza di ricercatori che si "vendono" al migliore offerente.

3. Cultura e visibilità.

 "Sono visto, dunque sono" è lo slogan di un diffuso atteggiamento che tende a considerare importante, vero, degno di attenzione, solo ciò che i mass media pubblicizzano. Ne consegue che le persone di cultura fanno a gara per stare sui giornali, in TV, nei luoghi pubblici più in vista. Pongono tutto l'impegno nel dosare in modo strategico le loro apparizioni, in modo che risultino incisive, redditizie, trainanti per la spendibilità della propria persona. Anche questo virus indebolisce la qualità e contribuisce, secondo i canoni della cultura postmoderna, a valorizzare l'effimero e l'appariscente occultando ciò che ha maggiore spessore umano.

4. Cultura e neutralità.

Questo "virus" inietta la convinzione che la ragione sia neutra e come tale imponga a tutti di accettare delle verità razionali e oggettive cui sottostare. Viene penalizzata la persona nella concretezza della sua realtà esistenziale e nella storicità dei suoi percorsi. Molti "mostri" sono stati prodotto nella storia da una ragione ritenuta falsamente neutrale. Oggi dovrebbe essere più chiaro a tutti, a cominciare dagli studenti, che ognuno interpreta la realtà a partire dalla sua prospettiva, dal suo angolo visuale, dalla sua fede, dai suoi valori. Un professore, un giornalista, un regista, offrono prodotti culturali filtrati dalla loro visione della realtà. E' impossibili liberarsi di se stessi per raggiungere una verità oggettiva, perché non è dato all'essere umano di avere un visione ampia, dall'alto, comprensiva di tutte le variabili che incidono sulla complessità dei fenomeni. Questa impossibilità, per evitare gli errori, suggerisce l'umiltà dell'intelligenza come condizione non solo etica ma anche epistemologica.

5. Frammentazione del sapere.

Una forte specializzazione, necessaria allo sviluppo di competenze settoriali elevate, corre il rischio di frammentare la realtà perdendo di vista il riferimento principale della ricerca, che è la persona umana nella sua interezza (corpo, psiche, intelligenza, anima, affettività...). Il CRP, con le sue diverse attività e grazie all'antropologia integrale cui fa riferimento favorisce la ricostruzione del mosaico complesso della vita, grazie al contributo di tutti, purché ciascuno sia disposto a non assolutizzare il proprio particolare.6. Individualismo. Il legame tra sapere e carriera pone gli intellettuali in una condizione di competitività senza regole. L'altro appare come il potenziale nemico e i rapporti conflittuali danneggiano la ricerca spassionata della verità. In una visione più collegiale, personalista e comunitaria, si valorizza la bellezza di una comunità di studiosi, che confrontano i diversi punti di vista, correggono le parzialità evidenti, si arricchiscono delle risorse gli uni degli altri.

 


[1] Cf A. Danese- G. P. Di Nicola, . Religione cristiana e società, in Il ruolo socio-politico della religione nel giovane Hegel, Patron, Bologna 1977. G. P. Di Nicola, Interazione, lavoro e società , Università, Teramo 1979; A. Danese.Il cammino verso l'eticità in Hegel , EIV, Teramo 1975; Pensiero dialettico e società occidentale. Hegel e le scienze sociali, Ist.S.S., Teramo 1979.

[2]. Cf A. Danese, Unità e Pluralità. Mounier e il ritorno alla persona, pref.di Paul Ricoeur, Città Nuova, Roma 1984, pp. 294; questo libro ha ricevuto il Premio internazionale "E. Mounier" 1985; ID., La questione personalista. Mounier e Maritain nel dibattito per un nuovo umanesimo  (a cura di), Città Nuova, Roma 1986; G. P. Di Nicola- A. Danese, Ethique et personnalisme,  Ciaco éd., Louvain La Neuve 1989, 1-66,  2 éd. hors commerce Teramo 1992.