Dopo la presentazione, la recensione al libro Silone, percorsi di una coscienza inquieta

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Acton Focus

 Numero 14 

G.P. Di Nicola - A. Danese,
Silone: percorsi di una coscienza inquieta,
Roma, Fondazione Ignazio Silone, 2006.

Gli autori di questo libro non sono caduti nell’equivoco di confondere uno scrittore, che non abbiamo altro modo di conoscere come tale se non per i suoi scritti, con un individuo a nome Secondino Tranquilli, oltre tutto ormai da lungo tempo scomparso dalla scena del mondo; né hanno cercato di entrare nella sua per altro insondabile coscienza, sostituendo al giudizio estetico o storico, che è possibile esercitare nei confronti del primo, quello morale a cui, senza averne il diritto, sottoporre il secondo per i suoi eventuali peccati. Si sono guardati dal partecipare ad una pretestuosa polemica che dura ormai da più di un decennio e si sono più correttamente rivolti a quanto Ignazio Silone ha ritenuto, a suo nome, di dirci. Anziché pretendere di poter assolvere o condannare, hanno voluto piuttosto comprendere, avvicinarsi direttamente a quello che l’uomo e lo scrittore hanno voluto pubblicamente confidare.

 

Si tratta di una ricerca, effettuata con onestà mentale, libera da pregiudizi, che offre al lettore una testimonianza di umanità e di intelligenza, altamente suggestiva per l’attualità dei suoi contenuti. Ma anche arricchisce la letteratura critica esistente, in quanto sintesi di una eredità spirituale più difficile da cogliere attraverso la lettura dei singoli scritti di Silone.

La sua “coscienza inquieta”, osservata attraverso le vicende e gli sviluppi, coinvolge, pone problemi e conforta speranze, ha parole che in tempi di vacche magre sentiamo il bisogno di riascoltare. Essa dice che l’individuo non è altro che processo umano e civile, continuamente in fieri,e che soltanto attraverso il dialogo si fa persona.

Questa, in effetti, appare come il motivo ispiratore del libro; se ne approfondisce il significato e il valore attraverso ciò che quella coscienza rivela, e l’intero lavoro, attraverso un puntuale commento, risponde alla chiara esigenza di contrastare in qualche modo quel processo di massificazione e di imbarbarimento spirituale in atto, che sta mettendo a repentaglio la libertà delle coscienze sia laiche che religiose e che ha condotto all’ignavia e all’indifferenza, alla passiva adesione a tante mistificazioni ideologiche di vario genere e natura.

Mediante questo modo di leggere Silone, mi sembra che gli Autori abbiano voluto mostrare, al di là delle loro personali convinzioni, come non sia possibile la convivenza civile senza quella religio che, per usare un’espressione di Croce, è religione della libertà, quella che ci fa persone, alla luce di quella concezione del mondo e della storia in cui tutti, laici e uomini di fede, accomunati dalle stesse origini culturali e civili possono riconoscersi; una libertà che fa umanamente crescere, ma solo se si è capaci di affrontare il travaglio delle scelte responsabili, che coinvolgono insieme il singolo e quella collettività, da cui nel “secolo” questo è inseparabile.

Così, ne risulta una insolita biografia, in parte da Silone in prima persona narrata, che permette di risalire a quella complessa e inscindibile unità in cui è possibile distinguere, ma non separare, l’uomo, lo scrittore, il politico.

Di fronte a “le sue colpe, le sue ignavie, le sciocchezze dette o scritte”, egli dichiara che la sua volontà è “pura”. E questa può essere intesa come la una risposta ante litteram per chi ha voluto riproporre un secondo “caso Silone”, questa volta non limitato a questioni di critica letteraria, ma mosso dallo strano desiderio di inquinare le verità contenute nel suo messaggio.

L’inquietudine è “la categoria siloniana per eccellenza che, stando a cavallo tra l’irruenza e la follia, sollecita la ricerca della verità”, ricerca che deve avvalersi necessariamente della riflessione e dello spirito critico, del senso storico e della capacità di comprendere. Essa perciò va intesa non certo come stato psicologico, bensì come condizione spirituale dalla quale soltanto si può giungere alla consapevolezza, “il punto dirimente..., che appare a Silone indelegabile e rispettabile sempre, qualunque sia la conclusione a cui giunge”:

Ogni risposta, di fronte al modo di dare un fondamento alla propria vita, potrà essere ”concordataria ed escatologica, storicizzata e profetica”, e, d’altra parte, ciascuno “continuerà a trovare la collocazione che il più delle volte le circostanze gli preparano”.

Per Silone il cristiano è colui che, sia se crede nel Cristo risorto o nell’uomo che Egli rappresenta nell’agonia della croce, sia che abbia o no una fede nel trascendente, accetta la positiva, salutare sofferenza dell’inquietudine, ed in questa trova la sua dignità, la risposta alla sua speranza di salvezza. Una inquietudine che non è inerte stato d’animo, costante incertezza, ma l’attività teoretica e pratica stesse in potenza, ambedue mosse da una volontà che, senza dubbio, erra e pecca, ma ritrova sempre il suo equilibrio se è “pura”, rivolta al vero e al bene, al valore che santifica pensieri ed azioni, la volontà che trasforma l’essere umano in persona.

Se l’attenzione di Silone è particolarmente rivolta a denunciare la costante inadeguatezza o, addirittura, la negatività degli istituti, il fanatismo che accomuna i chierici, di chiese confessionali o profane, in una medesima forma di venerazione-alienazione, la persona, al contrario, si manifesta come ansia e insoddisfazione, e quindi decisione di superarsi, di farsi altro; così soltanto realizza la sua crescita umana e civile.

Forse il pregio maggiore di questo libro, è quello di aver “cristianamente “ messo in luce quel concetto della laicità che è fondamento di ogni forma di convivenza, sia per chi aderisce ad una confessione sia per chi ne è fuori, e che nulla ha a che fare con il tanto diffuso miope laicismo. L’uomo di Silone è persona anche se non vive in una dimensione escatologica o nelle sue secolarizzazioni, perché accetta la sua natura storica; è responsabile del suo essere nel mondo, sia come dimensione della “prova” o viaggio senza meta nel mistero della vita, ma pur sempre grato del dono della libertà che è speranza di salvezza.

Bene è stato fatto nel ricordare il Silone di “Tempo Presente”, della sua attiva partecipazione all’ “Associazione per la libertà della cultura”, della sua presenza tra tanti che vi aderirono: Carlo Antoni, Raymond Aron, Albert Camus, Ennio Flaiano e molti altri.

Silone e gli Autori sono insieme sulla via di quell’esame di coscienza della nostra civiltà, che appunto Antoni denunciava, proprio in quel periodo in cui aveva dimestichezza con Silone, e questo libro ne è una delle ancora troppo rare testimonianze.



[1] Ordinario emerito di Filosofia morale a “La Sapienza”. Vicepresidente della Fondazione “Ignazio Silone”

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