Commento e riflessione sui fatti del Terremoto aquilano di Cristiana Dobner

Pubblicato il 06-04-2009

Il ramo di mandorlo sia con ciascuno e con tutti

 

 

Persiane sventrate, muri sberciati, distruzione. Sofferenza e dolore fra le macerie, volti sconvolti, feriti e tanti volontari provati e stanchi eppure solerti nel soccorrere.

Paesi rasi al suolo, tanto lavoro umano, tanto impegno nel costruire la propria casa, la propria città, la propria comunità.

Tutto allora è vano? Tutto cade proprio nel nulla e nella dissoluzione?

L’interrogativo è lancinante, soprattutto quando è in gioco la vita e i morti sono tanti e, forse, ancora più saranno. Le famiglie porteranno una grande ferita nei loro nuclei, i vecchi si sentiranno di peso e i giovani si chiederanno: vale proprio la pena di spendersi a costruire noi e le nostre case se poi così finisce?

La fatalità però non è la risposta di chi crede in Dio e nella solidarietà dei fratelli, di chi sa che l’Altro veglia su di te.

Qui, da dove scrivo, piove e il sole spunta solo a sprazzi, cedendo poi alle gocce fredde e desolanti. Mi sembra la metafora del nostro Dio, il Dio degli uteri, il Misericorde, che prende parte alla storia dell’uomo e della donna.

Che fa ora il nostro Dio e Creatore? È impassibile, stoico, incapsulato nella sua assenza di sentimenti e di partecipazione? No il nostro è un Dio che nel Figlio crocifisso si è donato all’umanità.

Ora Egli piange, con chi piange e con tutti coloro che trattengono le lacrime per rimboccarsi le maniche; Egli soccorre con il suo dolore e la sua sofferenza e le gocce piovono sulla terra. Sorride su chi ha teso subito la mano, su chi, incurante del pericolo ha rizzato la tenda e preparato 6000 pasti caldi in un battibaleno, ed allora spunta il sole fra le nuvole.

Non è romanticismo o visione oleografica, è certezza di fede: la nostra storia è nelle nostre mani e dobbiamo chiederci come potremmo evitare simili sciagure, ma è sempre, e sempre tale rimarrà, la storia del Dio con noi, la storia di noi due che, oggi, insieme piangiamo ed insieme sorridiamo. Sui morti e sulla distruzione, sulla generosità e l’altruismo.

Vedo una foto spettrale, desolante, se non fosse per un ramo fiorito che sbuca a sinistra e attraversa un terrazzo deserto. Una sciagura immane.

Lo penso di mandorlo e mi sento Geremia cui il Signore disse: «Che cosa stai vedendo Geremia?» e il profeta rispose: «Un ramo di mandorlo io sto vedendo», fra tante macerie e tanto dolore, il Signore rispose: «Hai visto bene: io sto vigilando sulla mia parola per eseguirla».

Il gioco delle parole ebraiche suona shoqer per vigilo e shaker per mandorlo. In quel mutamento di vocale sta il cuore della persona umana che diventa mandorlo e vigile per chi soffre, perché Egli il Signore è sentinella vigile e mandorlo per noi, di noi si prende cura, piangendo e sorridendo. Scopriamo fratelli, diventiamo mandorlo per tutti.

 

Cristiana Dobner, carmelitana di clausura


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