Il grido muto di Eluana Englaro, di suor Cristiana Dobner, carmelitana scalza, intellettuale e scrittrice.

Pubblicato il 09-02-2009

 “IL GRIDO MUTO” di Eluana Englaro
 

Il silenzio avvolge Eluana da tanti anni, sembra che una lastra di marmo impedisca ogni contatto, ogni rapporto, quando la persona umana invece è dialogo, parola, corrispondenza sensibile. La conclusione parrebbe lineare: Eluana non è una persona umana, meglio, non lo è più, perché vive una condizione di morte, di assenza. La parola, espressa ed accolta, è indubbiamente la condizione privilegiata della comunicazione ma, se ad essa non fosse sotteso il silenzio, sarebbe solo borbottio, susseguirsi di suoni. Chi ha saputo entrare nel silenzio di Eluana, perché ogni giorno si è chinato su di lei e si è preso cura di ogni sua necessità, ha appreso una nuova lingua, una comunicazione che passa nell’immobilità attraverso quanto abbiamo di più sensibile: la nostra pelle, il nostro semplice esistere. Noi siamo pelle, siamo dentro questo sacco che ci contiene e che dice chi noi siamo. La rispondenza ci attraversa senza che ce ne rendiamo conto. Quante volte ci riscontriamo sensibili a presenze silenti? Al nostro sentire lasciato libero, senza coercizioni?
Mi infilo nel sacco di Eluana e provo a comunicare e mi risulta impossibile, ma trasmetto onde, dolore, sensibilità, gratitudine. La sofferenza e il dolore, da sempre hanno attanagliato l’esistenza umana con i loro interrogativi ineludibili e senza risposta. Non possedere, cioè tenere argomentata una risposta non significa essere irrazionali o dementi. Significa camminare nella storia delle persone con il cuore che pulsa dinanzi al mistero che procede con noi e che suscita, questo sì, una risposta precisa dinanzi al fratello o alla sorella che sta incidendo, nel grande mosaico della storia, la sua tessera con il proprio dolore. Significa porgere la mano e prestare ascolto al grido che lacera il nostro quotidiano e ci distoglie dalla ricerca del welfare, del benessere, della corsa alla carriera, dalla vacuità. Il grido muto di Eluana percorre le tenebre e le lacera, ed è luce perché la sua drammatica realtà comporta l’interrogativo ultimo sul nostro esistere e sul nostro essere e contiene anche la nostra risposta, se la vogliamo dare.
I genitori hanno donato la vita e l’esistenza, ma l’hanno donata per sempre, non diventiamo mai un numero – ed è spontaneo ricorrere alla barbarie nazista- non diventiamo mai un caso, siamo sempre figli e figlie da scortare nel tratto di esistenza che ci è riservato. Non sono medico e non posso esprimere pareri scientifici, ma sono persona che respira e che ha potuto stare accanto ad una sorella che, nella stessa situazione di Eluana, respirava e nulla più. Per noi, sue sorelle, il suo silenzio, la sua immobilità, erano celebrazione, rimando a realtà più grandi, ad uno stare insieme perché si è giunti a quel punto in cui tutto crolla, ma l’essere e il suo destino eterno rimane. La dignità del morire risiede, negli ultimi istanti, nella comunione di consapevolezza che circonda chi è morente, non nella rapidità dell’eliminazione senza agonia, ma nel riconsegnare il respiro a Colui che lo ha donato. Con quale consapevolezza Eluana respira?
Con la nostra, con quella comunione che stringe e non avvinghia chi, attonito ed addolorato, fa cerchio intorno. Soprattutto quando il silenzio grava e morde. Il Creatore sta piangendo con noi: piange con Eluana in quel pianto silenzioso che non udiamo, piange con noi che non sappiamo lasciarci intridere da quelle lacrime e dare una svolta alla nostra mentalità. Vita non è solo efficienza, “normalità”, vita è dono che consacra il tempo e la storia, vita è flusso continuo di grazia, di amicizia. Se la nostra vicinanza solidale ed orante continua a stringere la mano di Eluana, quanto più il Signore che la abita, la sta accompagnando. Non è retorica o pia devozione, è certezza di fede e rispetto per ogni essere umano che non si può eliminare con strumenti giuridici o scientifici, ma che si deve solo accogliere e servire. E non è retorica immaginifica ma realtà, chiedersi quanto Eluana percepisca, se non proprio oda, di tutto il nostro tramestio che rompe il suo silenzio e lo rende ancora più doloroso perché non accogliamo lei così com’è ma come noi vorremmo fosse. La lastra di marmo la frantuma soltanto l’accoglienza amorosa di Eluana che declina una lingua nuova per comunicare nel più profondo, per dare al silenzio il suo valore di attesa, di restituzione, di figlia e sorella che attende solo un abbraccio caldo e solidale e non un giudizio sulla sua esistenza, se già lo da lei con il suo respiro.


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