Intervento del Ministro Sandro Bondi al Convegno su Simone Weil

Intervento del Ministro Bondi al convegno Persona impersonale: la questione antropologica in Simone Weil  10dicembre 2008 a Teramo.
Ringrazio gli organizzatori di questo convegno anche per l’occasione di rileggere le opere
di una pensatrice in cui libertà intellettuale, grandezza d’animo, volontà di bene e
profondità di pensiero convivono insieme.
La sua vicenda umana e intellettuale appare profondamente segnata dalla vicende dei
totalitarismi della prima metà del Novecento. L’esile donna dall’esistenza intensa e
brevissima, la giovane che a Parigi nel 1931 tiene testa a Trotzkij, la filosofa ebrea che si
trasforma in “pellegrina dell’assoluto” interpreta la profonda inquietudine dell’uomo
contemporaneo in una tensione carica di rappresentatività anche simbolica.
Il suo pensiero è caratterizzato dall’esigenza di essere ancorato al contesto sociale e
politico di appartenenza. L'uomo è il valore supremo calpestato non solo dai movimenti
che si richiamano al marxismo, ma anche da quei movimenti che assumono una sorta di
fatalismo e di disinteresse nei confronti di chi al momento soffre, aspettando che una felice
catastrofe porti un capovolgimento della società. Da questo si capisce perché per Simone
Weil essere rivoluzionari significa invocare coi propri desideri e aiutare con le proprie
azioni tutto ciò che può, direttamente o indirettamente, alleggerire o sollevare il peso che
schiaccia la massa degli uomini. Intesa così, “la rivoluzione viene ad essere un ideale, un
giudizio di valore, una volontà e non un’interpretazione della storia e del meccanismo
sociale”.
Alla Weil sembra che l’uomo abbia perso la sua umanità in un mondo dove vi è una
sproporzione mostruosa tra il corpo dell’uomo, il suo spirito e le cose che costituiscono gli
elementi della vita umanitaria. Noi viviamo in mondo dove nulla è a misura dell'uomo, e
all'interno di questa società, l'uomo sperimenta l'impotenza e l'angoscia. “La società è
diventata una macchina per comprimere il cuore” e per fabbricare l'incoscienza, la
stupidità, la corruzione, la disonestà e soprattutto la vertigine del caos. Di fronte a tutte le
forme di oppressione, di fronte a questo stato doloroso, Simone Weil fa appello ad un
obbligo eterno: quello verso l'essere umano in quanto tale. Il suo pensiero è caratterizzato
dall’esigenza di essere ancorato al contesto sociale e politico di appartenenza. L'uomo è il
valore supremo calpestato non solo dai movimenti che si richiamano al marxismo, ma
anche da quei movimenti che assumono una sorta di fatalismo e di disinteresse nei
confronti di chi al momento soffre, aspettando che una felice catastrofe porti un
capovolgimento della società in cui “gli ultimi saranno i primi”.
Simone Weil è una pensatrice che trae dalla profondità del suo approccio metafisico e
religioso le ragioni vere del suo impegno storico-sociale. La sua vicenda umana e
intellettuale appare profondamente segnata dalla vicende dei totalitarismi della prima metà
del Novecento.
Per la Weil l’indicazione della “persona” come motore della storia rischia di rendere unico
principio metafisico ciò che è sommamente complesso, vale a dire il divenire storico,
umano e sociale, nell’ottica di un disegno soprannaturale.
La domanda originaria della Weil non è principalmente filosofica, ma teologica: la realtà
deve avere un’origine divina e l’io deve inserirsi in un ordine che lo precede e lo fonda.
La nostra epoca sta perdendo tutte le nozioni essenziali dell’intelligenza, che sono le
nozioni di limite, di misura, di relazione, di legame necessario, di proporzione tra i mezzi e
i risultati. Per questo le varie esperienze di militanza sindacale e politica esprimono nella
pensatrice francese una fortissima tensione spirituale, una ispirazione etico-religiosa,
l’intenzione di una scelta esistenziale, quella di stare sempre dalla parte degli oppressi. Il
paese reale è quello in cui si dispiega la bellezza del mondo, che l’uomo libero riconosce
ed ama in ogni cosa, anche nella sventura. Ma per fare questo occorre essere sempre
disposti a cambiare per seguire la giustizia, “questa eterna fuggiasca”.
La sua riflessione antideologica è quanto mai attuale nelle inquietudini della postmodernità,
in cui tutti - consapevoli o meno - ci troviamo come naufraghi e bisognosi di un
senso che orienti e misuri le scelte, e che può esserci solo donato dall’Altro che viene a
noi.
.Nel saggio L'Iliade o il poema della forza (1939), la Weil legge l’Iliade come poema sacro,
in cui si rivela Dio, esalta il modo in cui l’uomo greco viveva la guerra e il suo terribile gioco
accordando eguale rispetto al vinto e al vincitore, provando sgomento per la distruzione di
una città. Alla fine vince solo la Guerra. La Guerra è una prova della miseria umana, dei
limiti dell'essere umano, è l'emergere di una Forza che domina l'anima dell'uomo e la
incatena al suo destino immodificabile.
Il libro della Weil La Grecia e le intuizioni precristiane è particolarmente attuale perché
oggi abbiamo un Papa che non cessa di rivendicare la razionalità della fede e che
sostiene che per la religione cristiana l’incontro con la filosofia greca non è stato un caso,
ma un fatto necessario per la sua configurazione, davanti alla storia, come religione della
verità.
Nei pensieri raccolti sotto il titolo L'amore di Dio (scritti tra il 1940 e il 1942), Weil svela il
suo misticismo: “Non tocca all'uomo cercare Dio e credere in lui: egli deve semplicemente
rifiutarsi di amare quelle cose che non sono Dio. Un tale rifiuto non presuppone alcuna
fede. Si basa semplicemente sulla constatazione di un fatto evidente: che tutti i beni della
terra sono finiti e limitati, radicalmente incapaci di soddisfare quel desiderio di un bene
infinito e perfetto che brucia perpetuamente in noi”.