Le elezioni politiche 2008 e il voto cattolico di Roberto Bertacchini
Le elezioni politiche 2008 e il voto cattolico di Roberto A. M. Bertacchini L’autore affronta un’analisi del quadro politico dopo le recenti elezioni politiche (aprile 2008), puntando l’accento sulla novità che è stata registrata, vale a dire la forte tendenza al voto territoriale.Passa poi ad esaminare il delicato rapporto tra politica e fede, soffermandosi su due questioni principali: l’apporto che la fede può fornire alla politica e l’interferenza che la politica può operare sulla fede. Infine, si profilano alcune prospettive dell’offerta politica. Political elections and Catholic vote The author faces an analysis of the political landscape following the recent political elections (april 2008), emphasizing the latest newness, that is to say, that of the strong tendency for territorial votes. He then examines the delicate relationship between policy and faith, considering two principal issues: the contribution of faith to policy, and the possible interference of policy on one's faith. Finally, the author outlines several perspectives on the contributions of politics. La novità c’è stata, e rilevante. Le politiche 2008 hanno evidenziato, insieme alla semplificazione del quadro parlamentare, una forte tendenza al voto territoriale, non solo alla Lega, ma anche del Molise a Di Pietro, della Sicilia a Lombardo o della Campania al PDL (= protesta locale contro Bassolino). Dove possa portare un tale trend, non è semplice da prevedersi. Ma esso va registrato come indicatore attendibile e chiaro del superamento di quegli schemi ottocenteschi che idealizzavano la sinistra come bandiera del progresso sociale e culturale.(1) Al di là dell’ampia vittoria della coalizione berlusconiana,(2) sul piano prettamente politico va segnalato: a) il fallimento della politica ulivista prodiana e la punizione correlativa della sinistra estrema da parte dell’elettorato; b) la vittoria leghista e la presenza di un’irrisolta questione settentrionale; c) lo spostamento verso il centrodestra (PDL) di consistenti masse elettorali meridionali (intorno al 4%, ossia al milione di voti); d) la plausibile irrilevanza di gruppi marginali in seno alla nuova maggioranza; e) il fallimento della politica veltroniana; f) la disomogeneità del voto cattolico. Il PD in mezzo al guado(3) Per valutare il senso di quanto accaduto, occorre partire dal fallimento prodiano, e dalle sue contraddizioni. La fine dell’Ulivo — Bisogna ammetterlo: la simbolica millenaria e pacifica della pianta, non ha giovato. Sulla spinta dell’immaginazione dossettiana e lazzatiana,(4) il Professore ha tentato l’impossibile, e il suo progetto è miseramente naufragato su quegli scogli che in molti avevamo annunciato. Può tuttavia giovare una breve sintesi. La domanda è dunque: qual era il collante dell’Ulivo? Non l’utopia, perché a quella socialista non credono i più, e a quella cristiana non credono i laicisti. Non un’ideologia, che non c’è. Non un «padre» indiscusso, come si è visto (emblematico il dissenso sulle riforme costituzionali, con Veltroni da una parte, Bertinotti da un’altra e truppe sparse da un’altra ancora).(5) Non il leader, perché Prodi era troppo debole. Non una strategia, perché Di Pietro (e non solo) voleva far fuori la sinistra radicale, che evidentemente non condivideva il progetto. Non un apparato di partito, perché l’Ulivo non era tale. Ma, soprattutto, non il «nemico» perché, già prima di Veltroni, su questa possibilità Fassino mise una pietra tombale. Insomma un collante che non fosse il potere non si trova tanto facilmente. Ma il potere è il pessimo dei collanti, e persino nelle dittature. Se dunque non c’è un collante davvero importante, inevitabilmente la scena politica diventa il luogo della guerra di tutti contro tutti. È il massacro. E così è stato.Si dirà: Prodi è stato miope a non accettare la mano tesa da Berlusconi l’indomani del voto. Non è esatto: è stato magari accecato da un fede sbagliata, ma il rifiuto aveva una sua ratio. In effetti l’offerta di Berlusconi – che certo avrebbe avuto il consenso della maggioranza degli italiani, e che avrebbe portato verosimilmente a una situazione analoga a quella tedesca – dal punto di vista ulivista era un succulento arrosto al cianuro. Infatti l’ala più estremista non l’avrebbe digerito, e l’Ulivo sarebbe morto spaccato con due anni di anticipo. Perciò l’alternativa era secca: riconoscere che il progetto era sbagliato, oppure ostinarsi. Sappiamo come è andata. E tuttavia, dal punto di vista prodiano, riconoscere l’errore era ideologicamente arduo. Cioè, se il progetto era sbagliato, lo era anche la posizione di Dossetti e di quel circolo intellettuale bolognese in cui il Professore si era formato. Dunque il Vaticano II non andava interpretato come avevano fatto. Il dialogo a sinistra non poteva e non doveva essere una priorità ecclesiale,(6) e la posizione di Ruini era sia politicamente che teologicamente più corretta della loro. Riconoscere l’errore importava il non essere stato un cattolico adulto, bensì presuntuoso. E quando si è mossi da alti ideali, vedere la propria presunzione non è facile, perché sembra che ciò metta in gioco una scelta giusta, quando invece è solo un problema di percorso.(7) Dunque Prodi va capito. È stata tutta un’area di intellettuali cattolici a sbagliare, e proprio coloro che si sentivano più illuminati. Questo deve dunque far riflettere, perché è questione molto più seria che non si pensi. Infatti il problema è dare incisività storica all’utopia cristiana, e non è che a tale missione si possa rinunciare, solo perché Dossetti – riletto in prospettiva – sbagliò analisi. Tuttavia, siccome tale impegno esige un’elaborazione dottrinale, politica e strategica di eccellenza, solo persone della statura di Dossetti, Moro o Sturzo potrebbero concepirla e proporla. E, almeno per ora, intellettuali di un tale livello non sono all’orizzonte. Il veltronismo — La novità è stata chiara e di vasta portata. Infatti senza l’abbandono della politica ulivista il centrodestra avrebbe ugualmente vinto, ma imbarcando Casini, con le correlative ripercussioni di instabilità, probabili a prescindere dalla migrazione di Follini nel PD. La scelta di Veltroni ha dunque consentito il delinearsi di scenari nazionali totalmente nuovi. È vero che si è trattato di una scelta inevitabile, ma c’è stata. La sua valutazione complessiva esige invece analisi più diffuse, che partano dal riconoscimento di un obiettivo mancato. Veltroni, infatti, non ha fallito perché ha perso, ma ha perso perché ha fallito. Sul Riformista del 29-04-2008, Follini ha addirittura posto il problema Di Pietro, sostenendo che è impossibile sfondare al centro, tenendo all’ala una cavalleria giustizialista di quella forza. Che abbia ragione o no, si potrebbe dire che la ragione sociale del PD era un progetto di americanizzazione, mirante ad aggregare un consenso larghissimo, dai moderati sino alla sinistra sindacale. Ma Veltroni, imbarcando i voti di estrema, invece di erodere Berlusconi, ha perso il proprio elettorato centrista. Ha dunque sbagliato qualche calcolo.Siccome l’ala moderata dell’Ulivo era presidiata da Mastella, è abbastanza chiara una correlazione tra il fallimento strategico veltroniano e la giubilazione dell’Udeur. Cos’è dunque successo? Più o meno a partire dal F-day, Mastella era entrato nell’occhio del ciclone. Le prime avvisaglie si ebbero con Vauro e Santoro, alla fine arrivò l’inchiesta giudiziaria e a seguire la crisi di Governo.(8) Per Veltroni apparentarsi ancora con Mastella avrebbe comportato giocarsi l’elettorato di sinistra.(9) Chiudendo le porte, il calcolo era che l’Udeur approdasse nell’altro schieramento, ciò che avrebbe fornito abbondanti frecce propagandistiche. Ossia, rimarcando la pendolarità mastelliana ecc., si poteva tentarne una delegittimazione presso il suo elettorato, in modo da attrarre al PD gran parte di quel bacino di voti.La manovra non è però andata in porto per la doppia controrisposta berlusconiana, che per un verso ha lasciato Mastella in salamoia; e per un altro ha messo Casini di fronte a un out-out a cui il sant’uomo ha abboccato precipitosamente, scegliendo con orgoglio la solitudine. Ciò ha consentito un’alternativa – resa anche più seducente dal richiamo e dalla garanzia di Pezzotta – all’elettorato ulivista meno convinto del nuovo corso. Dunque Veltroni ha perso al centro pezzi strategici, che l’Ulivo aveva aggregato. E su questo occorrerà evidentemente tornare. Ma persino dove il veltronismo sembrerebbe vincente, non convince. E qui va ricordata la mancata alleanza anche con Boselli, dove erano migrati Angius e Grillini: perché Di Pietro sì, e il PSI no? Boselli non si era particolarmente segnalato per riottosità antigovernativa nella legislatura uscente. Veltroni ha dunque deciso un’operazione cinica di killeraggio antisocialista perfettamente riuscita sul piano elettorale (ha prosciugato oltre il 50% della base elettorale PSI col ricatto del voto utile),(10) ma non tanto comprensibile su quello politico. Infatti una prima spiegazione plausibile sembrava alludere alla svolta laicista di Boselli, indigesta all’ala cattolica PD. Ma poi Veltroni ha imbarcato il laicismo dei Radicali,(11) per giunta riconoscendo loro la dignità di delegazione e il relativo budget. Ciò svuota di senso il no a Boselli; e rimanda probabilmente a radici lontane, ossia a mani pulite e al debito pidiessino-diessino verso il protagonista di tale operazione. Alla fine, il nodo è cosa-fare-con-chi. Le vie sembrano due: scegliere il programma, e poi guardarsi intorno; oppure scegliere con chi stare, e poi considerare cosa sia possibile fare insieme. Quindi in parte Follini – che non vuole Di Pietro – ha ragione. Ma solo in parte.(12) Fin qui nella sinistra il con-chi è sempre stato il criterio dei criteri. La svolta veltroniana verso un’americanizzazione del partito in teoria avrebbe voluto mettere al centro il cosa fare. Lodevole, certo. Ma poi c’è il problema della credibilità, che va molto oltre quello delle gaffes prodiane sulla sicurezza (dall’indulto, al mancato decreto Amato, ecc.). C’è il problema del taglio dei cordoni ombelicali: alta finanza, sindacalismo, radicalismi sociali e laicisti. In più per fare una politica «americana» occorre una mentalità «americana» sia nei vertici di partito, sia nella base elettorale. Ma una tale mentalità non ci può essere, tanto in quanto sopravvivano inerzie culturali gramsciane. E proprio là dove maggiore avrebbe dovuto essere la sintonia, ossia con l’elettorato di centro, si è invece avuto disallineamento. E questo è il terzo errore di Veltroni:(13) pensare che la base storica ulivista avrebbe digerito qualsiasi scelta, secondo il collaudato schema del centralismo democratico. In effetti qualcosa del genere è effettivamente avvenuto, se Bertinotti è uscito di scena. Ma quel piffero non poteva incantare i topolini più moderati e mastelliani. Flussi elettorali — Dopo il voto alle comunali di Roma, con la clamorosa sconfitta di Rutelli, la situazione si presenta anche più complessa, sia nell’analisi che nei suoi possibili esiti. Emblematico che al ballottaggio Rutelli abbia ottenuto circa 85.000 voti in meno rispetto alla precedente tornata, e Alemanno oltre 105.000 voti in più in valore assoluto, con 13 punti tondi in più in percentuale. Considerando che due anni prima Veltroni aveva stravinto con oltre il 60%, significa un abbattimento di circa 15 punti percentuali di elettorato già sul dato della prima tornata elettorale. Un’enormità, tenuto conto dell’astensionismo, dato che gli elettori al ballottaggio erano assai meno rispetto allo scrutinio di due anni prima. Che sull’esito romano abbia pesato l’esito delle politiche, è indubbio. D’altra parte a Roma Zingaretti, al ballottaggio per le provinciali, ha ottenuto circa 55.000 voti più di Rutelli. Uno scenario è che una parte consistente dell’elettorato Udc (oltre 50.000 voti al primo turno) abbia optato per il voto disgiunto. In tal caso l’astensione sarebbe da attribuire all’elettorato più radicale, deluso dagli esiti parlamentari della politica veltroniana. Questa ipotesi tuttavia convince solo in parte, perché se è abbastanza sicuro che l’elettorato di destra abbia votato compatto per Alemanno, non è tanto evidente che abbia fatto altrettanto quello Udc, dopo che Pezzotta si era messo di traverso. Di fatto, è plausibile che una parte Udc si sia astenuta, o abbia votato Rutelli. Tale ipotesi significherebbe che rispetto ai 761.126 voti del primo turno, l’emorragia sarebbe stata almeno di 100.000 voti, e forse qualcosa di più: come dire attorno al 15% del proprio elettorato: perché se Alemanno non ha preso tutti i voti Udc, li ha pur presi da qualche parte.Volendo essere impietosi, si può aggiungere che a Roma Rutelli e il PD hanno vinto in aree borghesi (anche alle politiche),(14) mentre Alemanno è emerso non solo nella XX circoscrizione, ma anche in zone tradizionalmente di sinistra, come il Quadraro e altre (¬a 1). Se dunque si correlano le quantità dei flussi e le loro distribuzioni, lo scenario si precisa in questo modo: a) tra l’oltre 60% di Veltroni di due anni prima e i 676.472 voti di Rutelli al ballottaggio, ballano circa 250.000 voti di scarto.(15) Ossia, rispetto ai 676.472 dell’ultima tornata, si è perso circa il 37% del proprio elettorato (il 27% su 926.932 voti). b) Già la percentuale è enorme, ma diventa anche peggiore considerando la distribuzione territoriale, dove il centro storico tiene, mentre alcune borgate cambiano segno. E questo è emblematico di un fenomeno profondo di trasformazione della sinistra italiana in questo dopoguerra.(16) Se si vuole essere il partito di De Benedetti e delle banche, o delle miliardarie alla Borromeo, il partito dei vip (teatro, televisione, cultura d’alto bordo, finanza; il partito degli imprenditori candidati al governo delle regioni, come è stato in Friuli e Sardegna, o in parlamento, come Calearo e Colaninno) alla fine il Popolo mangia la foglia. Capisce di essere strumentalizzato, e ti gira le spalle. Non è possibile essere un partito delle clientele e un partito di Popolo, perché clientela vuol dire privilegio, e il privilegio non si può dare a tutti.(17) Sul piano nazionale, alla Camera il PD è rimasto in percentuale ai valori ottenuti dall’Ulivo due anni prima, ma a) con un elettorato complessivamente in flessione di circa tre punti di maggiore astensionismo; b) avendo imbarcato i Radicali; c) avendo cannibalizzato la sinistra di circa 5-6 punti percentuali.(18) Ciò significa che vi è stata una parallela e proporzionata emorragia di voti verso Di Pietro, UDC, centrodestra e astensione. In buona parte si è trattato di voto cattolico, ma il problema è più profondo. Si tratta infatti di capire come ribaltare la situazione, ossia con quali politiche: ovvero con quali programmi e quali schieramenti. Se sul piano programmatico si spingerà per es. ulteriormente sul tema della sicurezza, ci si avvicinerà alla Lega, ma si aumenterà la frattura con la sinistra, mettendo a rischio anche una fetta di elettorato provvisoriamente incamerata. Se si pensa di imbarcare la Lega, occorre prima distruggere elettoralmente Di Pietro e acquisirne i voti, perché sembra difficile che un personaggio sanguigno di quel calibro ritorni sui suoi passi, digerendo un’alleanza che valuta come il fumo negli occhi, ecc. Lo sfondamento al centro non c’è stato e senza il centro la maggioranza non la si può ottenere. Ma per conquistare il centro occorre tagliare il cordone ombelicale con la sinistra, e appiattirsi sulle politiche del PDL. Dov’è allora la specificità del PD? Contraddizioni interne — Per essere partito di popolo occorre perseguire il bene comune, ciò che non si può fare avendo perso per strada il concetto di cosa esso sia; né trascurando la sicurezza dei cittadini per organizzare festival del cinema che costano cifre iperboliche. I circenses vanno bene, ma dopo. Del resto, i fatti recenti hanno dato prova di questo anche ai ciechi, perché la vera beffa della Campania non è stata solo il malgoverno di Bassolino e Pecoraro Scanio; è stata l’incapacità di Prodi e Veltroni di fare subito pulizia al loro interno, prima che per le strade. E lo scandalo dell’Alitalia non è tanto nell’irresponsabilità sindacale, che c’è stata; ma nell’incapacità del PD di stigmatizzare pubblicamente e duramente politiche clientelari inaccettabili, così da orientare il sindacato. Se una cinghia di trasmissione c’è, non può essere tale per cui il Partito sia al traino. Questo a Togliatti e Di Vittorio era chiarissimo. E degli errori – molti – del sindacato, non è certo responsabile Berlusconi, bensì quei partiti di sinistra tra le cui fila sono reclutati i dirigenti sindacali stessi (e viceversa). Dunque, quando le politiche sindacali danneggiano il Paese, la responsabilità politica è delle sinistre. Voler tenere insieme i centri sociali e l’alta velocità, è una contraddizione in termini, emblematica di miopia politica, ove non la si voglia chiamare presunzione.Similmente conciliare laicismo ateo e anticlericale con l’anima cattolica margheritina non pare realmente possibile, né convincente. Salvo ciò non alluda all’idea gramsciana che il cattolicesimo di sinistra sia un cattolicesimo suicida, destinato a dissolversi nel nulla, ossia nel brodo ideologico della maggioranza egemone del partito. È infatti evidente che sulle questioni etico-sensibili il PD dovrà prima o poi definire una linea politica, e non si vede come essa possa risultare omogenea insieme alla sue molte anime. Il 30 aprile, ormai consumato il cambio della guardia anche nei ballottaggi, il Governo Prodi ha assestato due colpi di coda con la Turco e il viceministro Visco. Il secondo ha messo su internet le dichiarazioni dei redditi dei contribuenti, la prima ha emanato nuove norme applicative della Legge 40. Il secondo provvedimento è subito rientrato, per intervento dell’Autorty a tutela della privacy. Il primo vedremo. Essi meritano però qualche riflessione. Qui mi soffermo sul primo, che nel merito è una legittimazione di quell’eugenetica che la legge vieterebbe, perché non autorizza solo l’esame di impiantabilità dell’embrione, ma anche quello più complessivo del genoma.(19) La reazione di Avvenire è stata di un tempismo da scoop,(20) perché segnalò il problema uscendo in contemporanea alla Gazzetta Ufficiale, oltre a ritornare ovviamente sul tema in seguito. Formigoni è sceso in campo subito dopo, mettendosi di traverso. Ma questo – se si vuole – era scontato. La novità è stata la reazione di Tonini, PD come la Turco, che ha preso pubblicamente le distanze dalla compagna. Ciò significa che tra i «cattolici democratici» il livello di disagio ha superato il limite di guardia. Emblematico l’affondo di Avvenire del 3 maggio:«Livia Turco […] ha deciso […] di finire là dove aveva cominciato Fabio Mussi (suo antico compagno di partito e, ora, co-leader di quella Sinistra arcobaleno che gli elettori hanno escluso non soltanto dal Governo, ma anche dal Parlamento). Nel 2006 l’appena insediato Ministro della Ricerca diede il la in sede europea all’offensiva anti-legge 40 consentendo il finanziamento di ricerche con embrioni umani ridotti a "materiale di laboratorio", nei suoi ultimi giorni di potere il Ministro della Salute s’è impegnata a fare violenza in extremis al ferreo divieto eugenetico contenuto in quella stessa normativa (che nel 2005 gli italiani difesero in forze dall’attacco referendario)».Punto primo: vi è una solidarietà laicista che attesta un disegno politico, che è portato avanti congiuntamente proprio da quella classe dirigente politica di provenienza marxista, ad onta del fatto a) che nel PD certe questioni strategiche dovrebbero essere discusse previamente, in modo da impedire iniziative contro la parte cattolica; b) che gli elettori hanno prima bocciato la proposta referendaria, e poi escluso Mussi dal Parlamento. Dunque: 1. nel PD i cattolici non contano quanto a definizione di linee strategiche; 2. nel PD ci si permette l’arroganza di andare con ostinazione contro la volontà popolare. Non è finita: «La provocatoria mossa del Ministro uscente della Salute […] tende a rendere più marcati e duri i tratti problematici di quel partito. […] Livia Turco ha firmato le sue Linee guida l`11 aprile scorso, ultimo giorno di campagna elettorale, ma si è guardata bene dal farlo sapere. Ai cittadini elettori - contrariamente all’uso - nulla è stato detto fino a mercoledì 30 aprile. Fino, cioè, alla celebrazione dei ballottaggi amministrativi, ultimi appuntamenti con il voto. E la logica di chi confeziona una "bomba" e la dota di un congegno a orologeria, per farla esplodere a danno di altri e nel momento in cui ritiene di non subirne troppo le conseguenze. Insomma: il ministro uscente sembra essersi mossa con studiato calcolo». (2) Questo dato, alla luce delle previsioni catastrofiche pre-elettorali, fa pensare. Da un punto di vista tecnico, non esistono leggi elettorali «perfette». Se si punta a una rappresentanza equa, possono sorgere problemi su altri versanti; e puntando sulla governabilità, perfino in Germania la situazione è stata a rischio. Cioè le leggi elettorali hanno sempre aree critiche, che possono essere aggravate o ridotte dal comportamento dei partiti e del corpo elettorale. Ecco perché in Italia la medesima legge ha dato un risultato insoddisfacente nel 2006 e ottimo due anni dopo. Questo un sistema mediatico intellettualmente onesto avrebbe dovuto dirlo con chiarezza, invece di alimentare paure e incertezze oltre il ragionevole. E allora la domanda è se vi sia un deficit di professionalità o altro. Tenuto conto che la medesima stampa dava fifty-fifty il referendum sulla legge 40 e un vantaggio esagerato a Prodi nel 2006, occorre ammettere che gli errori sono troppi, e sempre nel medesimo senso. Ciò allude allora a un ben diverso scenario, dove il sistema mediatico si autocomprende più come potere che orienta che come servizio che informa. Ma se è potere che orienta, invece dell’assioma: l’evento fa la notizia, vale il principio: la notizia fa l’evento. E talvolta è stato così. Ma a spingere troppo su questo tasto si cede al delirio di onnipotenza. La Lega ha avuto un successo strepitoso, ignorata dai media o avendo la grande stampa schierata contro. Ci sarà un motivo. (3) La metafora ha un orizzonte molteplice. Riferendosi alle recenti celebrazioni veltroniane del ’68, Galli Della Loggia è caustico: «Quando non si ha più un avvenire si sceglie il passato. Ma è un fenomeno funesto. E infatti le celebrazioni all’Auditorium di Roma hanno solo portato una sfortuna pazzesca in senso elettorale» [il Riformista, 06-05-2008, p. 6]. Essere in bilico tra passato e futuro non sempre è tempismo che sa interpretare il presente storico. (4) Dossetti e Lazzati credettero/cedettero al mito dell’antifascismo, supponendolo un collante strategico. Non si resero conto che con l’assassinio di Gentile e le trasmigrazioni massive di intellettuali ex-fascisti nelle file della sinistra il fascismo era stato messo per sempre fuori gioco da Togliatti, che solo strumentalmente continuava ad agitarne il fantasma. Dossetti e Lazzati furono idealisti, ma un po’ ingenui. D’altra parte, al tempo del Concilio aveva un senso correlare le politiche di sinistra a una maggior sintonia con la dottrina sociale della Chiesa, e quelle di destra con maggiori resistenze a essa. Oggi valutazioni su basi ideologiche pregiudiziali sanno di stantio (¬a 43): e non essere pragmatici equivale a superficialità tanto più grave quanto peggiori si possano temere le conseguenze. (5) Alla ricerca/identificazione di un «padre» faceva implicito riferimento la querelle sul pantheon che ha tenuto banco per un po’, di fatto partorendo il nulla. Altra questione è l’identificazione di un king maker, addirittura ovvia, dato che De Benedetti ha voluto e ottenuto la tessera n. 1 del PD. Ma un king maker è solo un padrone più o meno occulto, che – nel caso particolare – neppure può spingersi troppo senza suscitare controspinte devastanti. De Benedetti dà input importanti attraverso la sua composita flotta mediatico-finanziaria. Lui ha voluto Prodi, Veltroni segretario e l’avvicendamento con Rutelli a Roma. Probabilmente, in ultima analisi, anche la giubilazione dell’Ulivo e il cambio di rotta veltroniano (Prodi regnante) ha avuto il suo placet/input. Ma un king maker per unificare dovrebbe anche essere un «padre» e De Benedetti – a differenza di Bossi (e in diverso modo di Berlusconi e Di Pietro) – non lo è. Può darsi lo divenga in futuro, decidendo di uscire dalle quinte. Sarebbe un elemento di chiarezza auspicabile, ma improbabile. E non perché l’uomo non abbia sufficiente carisma, ma perché le primedonne del PD – e sono tante, cominciando da D’Alema – se possono ancora reggere un regista discreto, un mattatore lo digerirebbero? (6) Gesù dialogò con tutti, anche se non tutti furono disponibili ad accoglierlo. Similmente i cristiani non possono avere pregiudiziali. Altra cosa è invece decidere sulla base di analisi a posteriori. Con chi strumentalizza i cattolici occorre maggior prudenza; con chi si mostri più rispettoso, meno. (7) La tensione a una maggior equità sociale resta un valore irrinunciabile per ogni cattolico impegnato in politica. Il problema è però come aumentarla nel medio termine. E non è detto che ciò avvenga genuflettendosi ai sindacati. Bisogna vedere. Cioè non esistono aree che a priori siano indicatrici del meglio escatologico. Il percorso più breve verso una maggior giustizia è nascosto, esige una faticosa scoperta progressiva e un’umiltà intellettuale radicale. (8) Vedremo se l’inchiesta finirà in una bolla di sapone. Nel caso, l’analogia con mani pulite sarà pertinente, perché anche allora la maggior parte degli indagati DC non furono condannati, e talvolta neppure rinviati a giudizio; tuttavia il danno politico fu tale che il partito crollò. La sproporzione è evidente. E, tenuto conto della politicizzazione intervenuta nella Magistratura, la presenza di cortocircuiti politico-mediatico-giudiziari resta plausibile, per quanto non sia semplice ricostruirne il reticolo nome per nome. In ogni caso, che Mastella fosse nel mirino è emerso con chiarezza in occasione dell’«incidente» del volo di Stato, e non solo perché fu l’unico a essere messo sotto accusa, quando non fu affatto il solo politico ad averne beneficiato. Adesso che è fuori dal Parlamento, tutto è quieto. Va infatti benissimo che faccia da stampella al PD in qualche amministrazione provinciale. (9) Mastella, nell’estrema sinistra, era vissuto come affossatore dei DICO e maramaldo di Prodi: una figura odiosa. In effetti il Governo sarebbe comunque entrato in crisi il giorno dopo, per la mozione contro Pecoraro Scanio. Così, giocando d’anticipo, l’ex-Ministro sperava forse di accattivarsi qualche simpatia nello schieramento opposto. Ma la campagna denigratoria nei suoi riguardi era stata troppo incisiva. Chiunque lo avesse imbarcato sarebbe stato accusato di tenere il moccolo a un clientelista scientifico e incallito. Il mercato dei primari è diventato proverbiale, ma discutibile fu anche la gestione degli organici del Ministero della Giustizia, favorevole ai rientri al Sud, fino a sbilanciare gli organici a volte in modo inverosimile. Se si arriva al punto che «un penitenziario in una regione del Sud» abbia «40 agenti per meno di trenta detenuti» [Il Tempo, 01-05-2008, p. 11], questo dice tutto. Berlusconi e Veltroni si sono trovati perciò in una situazione pressoché obbligata: Mastella era ormai inviso anche a una parte significativa di elettorato moderato. Un po’ diverso il discorso per Casini. Apparentarsi con Mastella non avrebbe potuto danneggiarlo più di tanto (chi era già orientato a non votare PD o PDL avrebbe ingoiato il rospetto). Ma anche Casini ha sbagliato qualche calcolo, presumendo di poter essere l’ago della bilancia. Purtroppo per lui, il comportamento di Follini non è piaciuto a una parte significativa del suo elettorato, che gli aveva dato il voto per governare con Berlusconi, non perché continuamente venissero messi bastoni tra le ruote. ([1]0) Può darsi che il PSI morirà o che si accetterà come forza minore amministrativa; ma è un fatto che la scelta laicista boselliana è stata punita dall’elettorato che, indirettamente, ha approvato la sua marginalizzazione veltroniana. ([1]1) La Bonino è stata eletta Vicepresidente al senato, mentre la Binetti è stata «depotenziata» da senatrice a deputata. Il valore simbolico e il senso dell’operazione traspare: si volevano i voti che il personaggio poteva aggregare, ma senza concederle una posizione critica in caso di vittoria (a Montecitorio il premio di maggioranza avrebbe reso ininfluenti suoi possibili voti secondo coscienza). Questo tipo di manovre, valutate parallelamente alle prese di posizione di Ignazio Marino, secondo il quale nel PD non sono ammissibi

