La scomparsa del cardinale Carlo Maria Martini

04/09/2012 La scomparsa del cardinale Carlo Maria Martini

Quando se ne va un uomo come il  cardinale Martini  si avverte attorno e dentro quel silenzio stupito che Manzoni  descrisse a proposito di Napoleone: “…così percossa e attonita la terra al nunzio sta…”.

Un tale personaggio non può essere immiserito in beghe contrapposte di parti politico-culturali. Fa male leggere qualche giornalista che lo bolla come il rappresentante della sinistra nella Chiesa,  l’amico dei comunisti e quant’altro. Troppo grande è lo spessore della persona per poterla incasellare  in uno schieramento ideologico di parte. Come uomo e come cardinale è stato eccezionale nel percepire le istanze positive di un turbolento mondo post-moderno raccogliendone i fermenti validi e nel contempo  interpretare la Scrittura in modo innovativo rispettando la continuità del Magistero. Lo faceva con il discernimento che un uomo di spiritualità e preghiera trae dallo Spirito e dalla sua capacità di ascoltare, dialogare,  padroneggiare le lingue antiche e moderne  in modo eccellente, riuscendo a gettare ponti tra credenti e non credenti,  teologi e fedeli. Nei movimenti più aperti all’innovazione riusciva a intravedere il positivo che l’amore per la Chiesa gli faceva ricondurre al nucleo della fede. Sono certa che gli sono specialmente grate le donne, che non hanno mai trovato in lui una porta chiusa ed anzi sapevano di avere una sponda sicura di fede e di comprensione. Intuivano empaticamente la sua vicinanza al paragone con altri che negavano loro credito. Con quanta gioia lo hanno ascoltato nella sua prolusione alle Stelline di Milano in occasione del convegno di progetto Donna (1988), lo stesso in cui io presentavo il libro “Uguaglianza e differenza la reciprocità uomo donna” e si mettevano le basi  della nuova linea che poi sarebbe venuta a maturazione con la Mulieris Dignitatem.  


Sarebbe fargli torto interpretare il ruolo del cardinal Martini nella Chiesa come puramente critico, se non distruttivo. Personalmente posso testimoniare che proprio in occasione della preparazione del citato libro Uguaglianza e differenza, padre P. Vanzan, suo collega gesuita de “La Civiltà Cattolica”, volle farlo leggere in bozze al Cardinale perché ne facesse la Prefazione. La sua risposta fu lusinghiera riguardo al libro, di cui apprezzò soprattutto la “sintonia” imprevista con il pensiero del Papa, ma nel contempo prudente e attenta nel rispettare il ruolo di Pietro: “Sta per uscire una lettera di Giovanni Paolo II sull’argomento ed io non intendo anticiparlo sullo stesso tema, rubandogli la dovuta attenzione”.  

Chi ha avuto la fortuna di incontrarlo non può non aver avuto l’impressione di una regalità innata. Avrebbe potuto fare qualunque mestiere: era un principe nella statura, nell’atteggiamento discreto e attento che conservava in qualunque situazione, nel portamento fiero senza essere presuntuoso,  nell’autorevolezza che sprizzava da tutti i pori. Si capiva che c’è un mistero divino nella distribuzione dei talenti che a noi è dato solo di rispettare e ammirare.

Giudichi il lettore  se il mio ricordo sia influenzato dalla sua attenzione nei confronti del mio lavoro: mi chiamò per parlare della pace sul sagrato del Duomo di Milano in occasione della “Marcia della pace” del 31.12.1994. Nel suo intervento successivo sottolineò il ruolo positivo delle donne da me sostenuto in vista della costruzione della pace in sintonia col Messaggio della pace del 1 gennaio 1995 tutto orientato sul tema. Suggerì me – come mi dissero chiaramente in Segreteria di Stato – quando si doveva scegliere una donna che parlasse agli ambasciatori accreditati in Vaticano in rappresentanza della Chiesa cattolica e in preparazione di Pechino (26 maggio 1995)  a riguardo del rapporto uomo donna. Grande era in quel periodo il fermento per il ruolo e la presenza del Vaticano al Congresso ONU di Pechino del 1995 e non si voleva perdere l’occasione di affermare il volto liberante e positivo della Chiesa, senza al contempo rompere con quanti temevano salti in avanti e aperture eccessive (conservatori, ortodossi, musulmani…). Sulla stessa scia sostenne la presentazione che feci – sempre in rappresentanza del Vaticano – del pensiero della Chiesa in una tavola rotonda con M. Antonietta Macciocchi e  l’allora ministro degli esteri italiano Susanna Agnelli al Meeting di Rimini il 28 agosto 1995. Durante il Convegno della Chiesa italiana a Palermo nel novembre 1995 espresse ad Attilio tutto l’apprezzamento ricevuto e ne gioì.

Era di quelli che le malattie piegano ma non stroncano. Ha continuato fino alla fine ad essere un faro di speranza per molti. Dava tutto di sé come meglio poteva, rispondendo alle lettere, esercitando il suo ministero, meditando, studiando, pregando. “ In patientia vestra possidebitis animas vestras”. Così è stato per lui, così per ciascuno fino al termine dei suoi giorni.

Giulia Paola Di Nicola

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